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	<title>Segni dei tempi &#187; Controstoria</title>
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	<description>C'è un mistero, c'è un contenuto nascosto nella storia (...) Il mistero è quello delle opere di Dio, che costituiscono nel tempo la realtà autentica, nascosta dietro le apparenze.  Card. Jean Danièlou</description>
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		<title>Documentate le azioni vaticane per salvare gli ebrei dal 1938</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 06:32:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Controstoria]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">NEW YORK, giovedì, 1° luglio 2010 (ZENIT.org).- La Pave the Way Foundation (PTWF) ha annunciato la scoperta di documenti vaticani di grande importanza.</p> <p style="text-align: justify;">Gary Krupp, presidente della Fondazione, ha affermato che “nel perseguire la nostra missione di individuare ed eliminare gli ostacoli non teologici tra le religioni, abbiamo identificato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">NEW YORK, giovedì, 1° luglio 2010 (ZENIT.org).- La <em>Pave the Way  Foundation</em> (PTWF) ha annunciato la scoperta di documenti vaticani di  grande importanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Gary Krupp, presidente della Fondazione, ha  affermato che “nel perseguire la nostra missione di individuare ed  eliminare gli ostacoli non teologici tra le religioni, abbiamo  identificato il pontificato di Papa Pio XII come un periodo che ha un  impatto negativo su più di un miliardo di persone. La PTWF ha intrapreso  un progetto di recupero di documenti del periodo di guerra per  diffondere quanti più documenti e testimonianze oculari possibili per  portare alla luce la verità”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Finora abbiamo oltre 40.000 pagine  di documenti, video di testimoni oculari e articoli sul nostro sito <a href="http://www.ptwf.org/" target="_blank">www.ptwf.org</a> per aiutare  gli storici a studiare questo periodo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico e  rappresentante della PTWF della Germania Michael Hesemann ha visitato  regolarmente l&#8217;Archivio Segreto vaticano aperto di recente e continua a  compiere scoperte significative. Il suo ultimo studio dei documenti  originali pubblicati in precedenza rivela azioni segrete per salvare  migliaia di ebrei fin dal 1938, tre settimane dopo la Notte dei  Cristalli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Cardinale Eugenio Pacelli (Papa Pio XII) inviò un  telex alle Nunziature e alle Delegazioni Apostoliche e una lettera a 61  Arcivescovi nel mondo cattolico richiedendo 200.000 visti per “cattolici  non ariani” tre settimane dopo la Notte dei Cristalli. Inviò anche  un&#8217;altra lettera datata 9 gennaio 1939.</p>
<p style="text-align: justify;">Michael Hesemann ha  dichiarato che “il fatto che in questa lettera parli di &#8216;ebrei  convertiti&#8217; e &#8216;cattolici non ariani&#8217; sembra essere una copertura. Non si  poteva essere sicuri che gli agenti nazisti non avrebbero saputo  dell&#8217;iniziativa”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Pacelli doveva essere sicuro che non ne  facessero un uso sbagliato per la loro propaganda, che non potessero  dichiarare che &#8216;la Chiesa è un alleato degli ebrei&#8217;”, ha aggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Concordato del 1933 firmato con la Germania garantiva che gli  ebrei convertiti sarebbero stati trattati come cristiani, e usare questa  posizione legale permise a Pacelli di aiutare i “cattolici non ariani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una prova del fatto che non si stava riferendo solo agli “ebrei  convertiti” è evidente quando Pacelli chiede che gli Arcivescovi si  preoccupino di “salvaguardare il loro benessere spirituale e di  difendere il loro culto religioso, i loro costumi e le loro tradizioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro indizio del reale intento delle richieste del Vaticano  deriva dalle risposte originali dei Vescovi e dei Nunzi alla richiesta  di Pacelli. I presuli si riferivano spesso agli “ebrei perseguitati”,  non a “ebrei convertiti” o a “cattolici non ariani”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Anche se è  ampiamente riconosciuta dagli storici l&#8217;intercessione di Pacelli per  salvare migliaia di &#8216;ebrei convertiti&#8217;, molti basano le proprie  conclusioni sulla rapida lettura di lettere e documenti vaticani”,  osserva <em>Pave the Way</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Visto che molti dei critici di  questo pontificato non hanno ancora accettato la provata e diretta  minaccia nazista contro lo Stato vaticano e la vita di Papa Pio XII,  sembrano non capire che bisognava usare sotterfugi visto che si  inviavano solo direttive criptate o verbali”.</p>
<p style="text-align: justify;">“In molti casi,  gli storici ignorano il linguaggio vaticano, che a volte usa il latino  per esprimere il significato nascosto di queste richieste”.</p>
<p style="text-align: justify;">“La  PTWF continuerà a diffondere quanti più documenti possibile perché  tutto ciò che abbiamo scoperto finora sembra indicare che la diffusa  percezione negativa di Papa Pio XII è sbagliata”, ha affermato Elliot  Hershberg, presidente del Consiglio d&#8217;Amministrazione della <em>Pave the  Way Foundation</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Crediamo anche che molti ebrei che sono  riusciti ad abbandonare l&#8217;Europa possano non avere idea del fatto che i  loro visti e i documenti di viaggio sono stati ottenuti attraverso  questi sforzi vaticani”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il professor Ronald Rychlak, noto  studioso e autore del libro “<em>Hitler, the War and the Pope</em>”, ha  affermato dal canto suo che i documenti provano che “gli sforzi che  sembrano essere stati volti a difendere solo gli ebrei convertiti in  realtà difesero tutti gli ebrei, indipendentemente dal fatto che si  fossero convertiti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il professor Matteo Luigi Napolitano,  docente di Storia delle Relazioni Internazionali, le istruzioni di  Eugenio Pacelli nella lettera del 9 gennaio 1939 non lasciano spazio a  dubbi sulle intenzioni della Santa Sede e del futuro Pontefice.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non  impegnarsi a salvare solo gli ebrei – dice la lettera –, ma anche  sinagoghe, centri culturali e tutto ciò che apparteneva alla loro fede”.</p>
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		<title>La migliore delle civiltà possibili</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 06:24:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controstoria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sapete quanti diritti umani e progressi sociali ci saremmo persi senza Gesù Cristo e i suoi incoerenti seguaci? Un manuale di Francesco Agnoli &#8211; Stando agli input che quotidianamente riceviamo, dovremmo attribuire al cristianesimo la maggior parte delle sventure e delle calamità che hanno contraddistinto gli ultimi due millenni della storia occidentale: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sapete quanti diritti umani e progressi sociali ci  saremmo persi senza Gesù Cristo e i suoi incoerenti seguaci? Un manuale  di Francesco Agnoli &#8211; Stando agli input che quotidianamente riceviamo,  dovremmo attribuire al cristianesimo la maggior parte delle sventure e  delle calamità che hanno contraddistinto gli ultimi due millenni della  storia occidentale: dall’Inquisizione alle Crociate, dalla compravendita  della salvezza con le indulgenze alla lotta della Chiesa per il potere  temporale. Chi va contro questa vulgata (al bar, al cinema sotto il  cartellone di Ipazia, alla Feltrinelli, all’intervallo a scuola) fa la  figura del fanatico, del mal informato, di quello che non si è mai  soffermato “sul perché delle cose”. Alzatine di spalle e di  sopracciglia, raffica di domande di rito, dal tono vagamente sarcastico,  sull’otto per mille e il male del mondo. Ma il conformismo nasce dalla  pigrizia e dalla fatica di dover dare le ragioni delle proprie &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230; posizioni, specie se impopolari, specie se  contrarie al mainstream. Per questo Francesco Agnoli, giornalista e  studioso, ha scritto la sua Indagine sul cristianesimo (Piemme): per  saper rispondere senza passare per bigotti indottrinati. Agnoli confuta  luoghi comuni e menzogne di comodo e mostra ai cattolici vacillanti che  la loro Chiesa è una madre cara e buona, con le braccia aperte a tutti.  Ma soprattutto offre ai detrattori gli strumenti per conoscere, a fondo,  il nemico. Senza arroccarsi sulla consueta controsequela di citazioni  storiche e letterarie, ma attraverso una narrazione pacata, scorrevole e  scientificamente rigorosa, il libro offre al lettore la sorpresa della  scoperta. Mettendo in fila la genesi di alcune grandi, umanissime,  conquiste civili, permesse e promosse dal rivoluzionario messaggio di  Gesù Cristo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto ciò che diamo per scontato</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se si accetta di farsi condurre da Agnoli nella sua  indagine, non si può non riconoscere che quel messaggio ha avuto il  merito di far fiorire i valori più originali ed essenziali della nostra  civiltà. Dalla protezione dell’infanzia all’abolizione della schiavitù,  dalla lotta contro la magia alla valorizzazione della donna,  dall’impegno per la giustizia sociale alle lotte per i diritti di  libertà e rappresentanza politica, dalla promozione dell’istruzione alla  fondazione degli ospedali e delle opere sociali. Princìpi ormai  sedimentati per noi occidentali, tanto che il rischio di darli per  scontati, e puntare invece il dito contro i limiti, le incoerenze, le  debolezze, la malizia, la fallibilità degli uomini di Chiesa, così  apparentemente lontani dal mondo reale, è dietro l’angolo. Basta fare  andare lo sguardo lungo gli scaffali di una qualsiasi libreria. Il  codice Da Vinci (oggi sappiamo, per ammissione dello stesso autore, che  l’avversione di Dan Brown alla Chiesa va di pari passo con la sua  simpatia per la massoneria, quella sì una società segreta) per numero di  copie vendute e risonanza mediatica è entrato nella storia  dell’editoria dell’ultimo decennio. Chiarelettere lo scorso anno ha  pubblicato Vaticano S.p.A, saggio firmato dal giornalista di Libero  Gianluigi Nuzzi che svela “la verità sugli scandali finanziari e  politici della Chiesa”. Mentre Il libro che la tua Chiesa non ti farebbe  mai leggere è esposto in bella vista persino nei supermercati. Giunto  all’ennesima ristampa, il volume di Tim C. Leedom e Maria Murdy,  impegnato a portare alla luce i “crimini” della religione, cristiana in  particolare, ha raccolto dati di vendita da premio Strega.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La propaganda e la malafede</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono numeri che fanno riflettere, visto che le  pseudoinchieste dei vari Augias che vanno per la maggiore tendono tutte a  ridurre il cristianesimo a un’abile mistificazione, un’accozzaglia di  racconti folcloristici che avrebbe tenuto l’umanità nelle tenebre della  superstizione per secoli, causando discriminazioni, persecuzioni e  delitti. Una Chiesa dipinta sempre come retrograda, reazionaria,  oscurantista. Come si spiega allora – domanda Agnoli – che l’Europa  cristiana è stata il luogo d’origine della scuola per tutti e di tutti,  dell’università, della scienza, della medicina moderna oltre che  dell’istituzione ospedaliera? Perché tutti questi “diritti” non sono  stati inventati in Asia, o in America, o in Australia? Non si contano le  menzogne e le omissioni escogitate nei secoli da storici, teologi e  funzionari al soldo dei re inglesi allo scopo di gettare discredito  sugli spagnoli e la “loro” Chiesa cattolica. Per non parlare degli  illuministi materialisti (magari convinti sostenitori del razzismo, come  Voltaire) che nel Settecento riuscirono a distruggere l’ordine dei  gesuiti e non solo. E quante ne hanno raccontate i tanti socialisti e  comunisti che quasi per senso del dovere si fanno fautori nel mondo di  una ideologia atea e mortalmente nemica della fede?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il riscatto della costola di Adamo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una delle “invenzioni cristiane” più interessanti  analizzate da Agnoli è il principio della dignità della donna.  Secondaria e marginale nel mondo greco antico, che la relegava nelle  stanze private; sotto perpetua tutela dell’uomo (padre e marito) nella  Roma imperiale; ostaggio della forza maschile presso i popoli germanici.  Ancora oggi vittima di infiniti abusi e violenze, compreso  l’infanticidio, in Cina e India. Donne sono invece alcune delle figure  più importanti del cristianesimo dei primi secoli: fondatrici di  monasteri, ordini religiosi, ospedali, scuole… Tanto che un avversario  come Porfirio, vissuto a Roma nel III secolo, accusava i cristiani di  lasciare troppo spazio alle sciocche chiacchiere delle «donnicciuole». E  1.500 anni dopo, mentre i cristiani difendevano la dignità delle donne  sterili, «l’illuminista Diderot le considerava degne di essere  allontanate dal consorzio civile». In una pagine pressoché sconosciuta  di Charles Darwin, la misoginia diventa addirittura verità scientifica:  «L’uomo giunge più avanti della donna, qualunque azione intraprenda, sia  che essa richieda un pensiero profondo, o ragione, immaginazione, o  semplicemente l’uso delle mani e dei sensi… In questo modo l’uomo è  divenuto superiore alla donna». Comunque la si pensi sulla Chiesa,  Agnoli aiuta a non dare per scontata nessuna opinione, per quanto  dominante e consolidata. Sulla  scia dello storico e archeologo Paul  Veyne, di formazione laica e comunista, che ha scritto un libro sul  cristianesimo «contro me stesso. Fra tutte le religioni è quella che  sopporto meno». Veyne sostiene l’autenticità della conversione di  Costantino, ricordando che la sua «rivoluzione (…) fu forse l’atto più  audace mai commesso da un autocrate in spregio alla grande maggioranza  dei suoi sudditi». E il cristianesimo si impose allora non certo grazie  alla forza e al potere. Ma «perché offriva qualcosa di diverso e nuovo.  Era la religione dell’amore».</p>
<p style="text-align: justify;">Chiara Sirianni (Tempi)</p>
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		<title>Come la “strategia del silenzio” salvò migliaia di ebrei</title>
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		<pubDate>Sat, 29 May 2010 07:58:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Documenti e testimonianze evidenziano gli sforzi di Pio XII</p> <p style="text-align: justify;">di Gary S. Krupp</p> <p>NEW YORK, venerdì, 28 maggio 2010 (ZENIT.org).- La Pave the Way Foundation ha avviato un progetto di recupero di documenti per mostrare tutte le informazioni e le testimonianze possibili sul pontificato di Pio XII, il Papa della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Documenti e testimonianze evidenziano gli sforzi di Pio XII</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di Gary S. Krupp</p>
<div id="article" style="text-align: justify;">
<p>NEW YORK, venerdì, 28  maggio 2010 (ZENIT.org).- La <em>Pave the Way Foundation</em> ha avviato  un progetto di recupero di documenti per mostrare tutte le informazioni e  le testimonianze possibili sul pontificato di Pio XII, il Papa della  Seconda Guerra Mondiale, così da porre fine all’“impasse” accademica  provocata dalla mancanza di informazioni pubbliche.</p>
<p>Nuove  scoperte hanno portato alla luce documenti e testimonianze che mostrano  chiaramente che il 16 ottobre 1943 fu la scelta del Papa di non  denunciare pubblicamente l’arresto degli ebrei romani a salvare la vita  di molti membri della comunità ebraica di Roma.</p>
<p>Esiste una  dichiarazione giurata del 1972 del generale Karl Wolff, comandante delle  SS per l’Italia e vice di Heinrich Himmler, che afferma che nel  settembre 1943 Adolf Hitler ordinò di predisporre un piano per invadere  il Vaticano, sequestrare il Papa, incamerare i beni vaticani e uccidere  la Curia Romana. Il piano sarebbe stato messo in pratica  tempestivamente.</p>
<p>Il generale Wolff sapeva che se l’invasione  fosse stata attuata si sarebbero verificati gravi disordini in tutta  Europa, il che avrebbe rappresentato un disastro militare per lo sforzo  bellico tedesco. Il generale dichiarò di essere riuscito a convincere  Hitler a rinviare l’invasione. Qusto punto di vista di un potenziale  disastro militare era condiviso dal governatore militare di Roma, il  generale comandante Rainer Stahel, e dall’ambasciatore tedesco presso la  Santa Sede, Ernst von Weizsacker.</p>
<p>Pio XII era a conoscenza  del piano di invasione ed era conscio che la sua esecuzione avrebbe  portato a grandi disordini, che avrebbero potuto provocare migliaia di  vittime innocenti. Inoltre la neutralità vaticana sarebbe stata violata,  permettendo così alle forze tedesche di entrare in tutte le proprietà  del Vaticano. Esistono atti manoscritti secondo cui il 6 settembre 1943  Pio XII riunì segretamente i Cardinali per comunicare loro che il  Vaticano avrebbe potuto essere invaso, e che egli sarebbe stato portato  al nord e probabilmente assassinato. I Cardinali dovevano prepararsi a  fuggire subito in un Paese neutrale, non appena il territorio del  Vaticano fosse stato invaso.</p>
<p>Firmò anche una lettera di rinuncia  e la pose sulla sua scrivania. Diede istruzioni ai Cardinali perché,  una volta in salvo, formassero un Governo in esilio e scegliessero un  nuovo Papa. C’è una lettera manoscritta del Segretario di Stato che  ordinava alle Guardie Svizzere di non resistere alle forze d’invasione  tedesche con la forza delle armi, e molti documenti spiegano come  avrebbero dovuto proteggere la Biblioteca Vaticana e il contenuto del  museo.</p>
<p>Durante questo periodo, von Weizsäcker inviò a Berlino  messaggi positivi ingannevoli sul Papa per calmare Hitler, per non  giustificare un ordine di invasione. Alcuni critici di Pio XII hanno  basato erroneamente le proprie teorie relative alla complicità e alla  collaborazione del Papa su questi cablogrammi, che l’assistente di von  Weizsäcker, Albrecht von Kessel, definì in seguito “bugie tattiche”.</p>
<p>Esiste una testimonianza del tenente Nikolaus Kunkel, un ufficiale  tedesco della sede del governatore militare di Roma, che corrobora le  prove documentate e le testimonianze su come Pio XII abbia salvato  direttamente la comunità ebraica romana, e che rivela come si attendesse  da un giorno all’altro l’ordine di invasione da Berlino.</p>
<p>Quando  iniziarono gli arresti la mattina del 16 ottobre 1943, Pio XII venne  avvertito dalla principessa Enza Pignatelli Aragona Cortes. Si mise  subito in azione per costringere i tedeschi a fermare le detenzioni.  Chiamò il Segretario di Stato vaticano, il Cardinal Maglione, e gli  diede istruzioni per lanciare una decisa protesta contro gli arresti. Il  porporato avvertì von Weizsäcker quella mattina stessa del fatto che il  Papa non poteva restare in silenzio, visto che gli ebrei venivano  arrestati proprio sotto le sue finestre, nella sua Diocesi. Pio XII  inviò allora suo nipote, Carlo Pacelli, a incontrare un simpatizzante  della Germania, il Vescovo Alois Hudal, ordinandogli di scrivere una  lettera ai suoi contatti tedeschi per fermare immediatamente gli  arresti.</p>
<p>Anche questa mossa risultò priva di efficacia. L’ultimo  sforzo di Pio XII, quello che ebbe maggior successo, fu inviare il suo  confidente, il Superiore Generale dei Salvatoriani, padre Pankratius  Pfeiffer, perché incontrasse direttamente il governatore militare di  Roma, il generale Stahel. Padre Pfeiffer avvertì Stahel che il Papa  avrebbe lanciato una protesta forte e pubblica contro questi arresti se  non si fossero fermati. Il timore che la protesta pubblica provocasse  l’ordine di Hitler di invadere la Santa Sede spinse Stahel ad agire.</p>
<p>Il generale telefonò subito a Heinrich Himmler e inventò delle  ragioni militari per fermare gli arresti. Confidando nelle valutazioni  di Stahel, Himmler avvisò Hitler di bloccare le detenzioni. L’ordine di  fermare gli arresti venne comunicato a mezzogiorno del 16 ottobre, e  divenne effettivo alle 14.00 di quello stesso giorno.</p>
<p>Questa  sequenza di fatti è stata confermata in modo indipendente dal generale  Dietrich Beelitz, ufficiale di collegamento con l’ufficio del  maresciallo da campo Albert Kesselring e il comando di Hitler. Beelitz  ascoltò personalmente la conversazione tra  Stahel e Himmler. Quando  emerse l’inganno di Stahel, Himmler punì il generale inviandolo sul  fronte orientale.</p>
<p>Si sa che in Vaticano c’erano delle spie  infiltrate. Il Papa poteva inviare solo sacerdoti di fiducia e  confidenti per Roma e l’Italia, con ordini verbali e scritti del Papa di  permettere a uomini e donne di entrare nei conventi e nei monasteri  cattolici, e ordinando che tutte le istituzioni ecclesiastiche  nascondessero gli ebrei dove potevano.</p>
<p>Secondo il celebre  storico britannico sir Martin Gilbert, il Vaticano nascose migliaia di  ebrei letteralmente in un giorno. Dopo averli nascosti, continuò a  nutrire e a mantenere i suoi “ospiti” fino alla liberazione di Roma, il 4  giugno 1944.</p>
<p>Documenti di Berlino e del processo ad Eichmann  in Israele mostrano anche che gli 8.000 ebrei romani che dovevano essere  arrestati non sarebbero stati spediti ad Auschwitz ma nel campo di  lavoro di Mauthausen, dove sarebbero rimasti come ostaggi. Quest’ordine  venne tuttavia revocato in seguito da persone sconosciute, e 1.007 ebrei  vennero mandati a morire ad Auschwitz. Ne sopravvissero solo 17. Ci  sono persone che criticano Pio XII per non aver salvato quelle 1.007  persone, ma tacciono sulle sue azioni dirette, che portarono al  salvataggio di una comunità ebraica, quella romana, vecchia di oltre  2.000 anni.</p>
<p>Di recente è stato scoperto negli archivi  nordamericani che gli Alleati avevano decifrato i codici tedeschi e  sapevano con una settimana d’anticipo dell’intenzione di arrestare gli  ebrei di Roma. Decisero di non avvisare i romani perché questo avrebbe  potuto mettere in guardia i tedeschi su questa falla nel loro servizio  di <em>intelligence</em>. Qusta “decisione militare” lasciò Pio XII solo,  senza avvisi previ, a cercare di porre fine agli arresti.</p>
<p>Parlando  di Papa Pio XII, il maggiore esperto ebreo sull’Olocausto in Ungheria,  Jeno Levai, ha dichiarato che è “particolarmente deplorevole il fatto  che l’unica persona in tutta l’Europa occupata che agì più di tutti gli  altri per frenare il terribile crimine e mitigarne le conseguenze sia  diventata oggi il capro espiatorio degli insuccessi altrui”.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><strong>*Gary Krupp è il fondatore della <em>Pave the Way Foundation</em> (PTWF), un’organizzazione la cui missione è quella di individuare e  cercare di eliminare gli ostacoli tra le religioni e di avviare azioni  positive per migliorare le relazioni interreligiose.</strong></p>
</div>
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		<title>IPAZIA/ Attenti ai falsi, non è stata la Chiesa a far fuori l’&#8221;illuminista&#8221; del V secolo…</title>
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		<pubDate>Mon, 10 May 2010 06:24:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Moreno Morani da ilSussidiario.net <p style="text-align: justify;">Ipazia, singolare figura di donna che si occupa di filosofia e di scienze, tenendo testa in modo autorevole ai leader culturali del suo tempo, e che incontra una morte tragica e cruenta a motivo delle sue idee e per avere osato, lei donna, mettersi sullo stesso piano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilsussidiario.net/Autori/M/1257/Moreno-Morani/M#_1257"> </a><strong><em>Moreno Morani da ilSussidiario.net<br />
</em></strong></div>
<p style="text-align: justify;">Ipazia, singolare figura di donna che si  occupa di filosofia e di scienze, tenendo testa in modo autorevole ai  leader culturali del suo tempo, e che incontra una morte tragica e  cruenta a motivo delle sue idee e per avere osato, lei donna, mettersi  sullo stesso piano degli uomini. Vi sono tutti gli elementi per fare di  un personaggio del genere un simbolo, e non a caso a Ipazia sono stati  dedicati libri, racconti, opere teatrali, anche da nomi illustri (come  Mario Luzi col suo <em>Libro di Ipazia</em>). Ma qual è in realtà il  rapporto tra l’Ipazia della storia e questa Ipazia idealizzata dalla  letteratura e divulgata dai media?</p>
<p style="text-align: justify;">Precisiamo innanzitutto che le notizie  su Ipazia sono scarsissime. Abbiamo un’unica fonte storica  contemporanea, Socrate Scolastico, e pochi altri riferimenti giungono da  autori contemporanei o di poco posteriori. Ne emerge una figura di  donna sicuramente dotata di grande cultura e di carisma, affascinante e  ricca di temperamento, single per scelta. Figlia di un grande scienziato  di Alessandria, Teone, nacque attorno al 370. Fu versata nella scienza  dell’astronomia e della geometria e scrisse vari libri di commenti  (tutti perduti) ad alcuni trattati fondamentali di quelle discipline e  si occupò di filosofia, con insegnamenti pubblici e privati che  attiravano un pubblico numeroso. Fu probabilmente seguace delle dottrine  neoplatoniche allora molto diffuse, ma non può essere definita un  filosofo nel senso stretto del termine. Rispetto a un filosofo suo  contemporaneo, Isidoro di Pelusio, Ipazia era differente non «come un  uomo è differente da una donna, ma come un matematico è differente da un  vero filosofo», dice un autore antico (Damascio) negandole la qualifica  di “filosofo”.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua vita ebbe una fine cruenta e  crudele nel 415. L’episodio è descritto da Socrate Scolastico (<em>Storia  Ecclesiastica</em> VII 15), la cui narrazione vale la pena riportare per  esteso: «C’era una donna in Alessandria, di nome Ipazia: era la figlia  del filosofo Teone. Questa progredì a un livello così elevato di  cultura, da misurarsi coi filosofi del suo tempo e da poter essere  considerata l’erede della filosofia platonica dopo Plotino e da spiegare  tutte le scienze filosofiche a chi lo desiderava: perciò tutti quelli  che amavano la filosofia convenivano da lei. Per la splendida capacità  di parlare che le proveniva dalla sua cultura si presentava in modo  assennato anche alle autorità, e non aveva alcuna remora a stare anche  in mezzo a uomini: tutti la rispettavano per la sua scienza superiore e  ne erano colpiti. Questo fece sorgere la gelosia. Poiché infatti era in  confidenza con Oreste [il prefetto di Alessandria], si produsse nella  gente della Chiesa contro di lei una calunnia, che fosse lei la causa  per cui Oreste non poteva avere buoni rapporti col vescovo. E allora  concordemente degli uomini esaltati, guidati da un certo Pietro il  lettore, un giorno aspettarono la donna mentre tornava a casa e,  tiratala giù dal carro, la trascinarono nella chiesa detta Cesareo, e  strappatele le vesti la uccisero con dei cocci: e dopo averla fatta a  pezzi presero le membra, le portarono al cosiddetto Cinarone e le  bruciarono».</p>
<p style="text-align: justify;">Le motivazioni dell’omicidio non sono  chiare. Un filosofo vissuto un secolo dopo, Damascio, che aveva tutti i  suoi buoni motivi per avere risentimenti verso il cristianesimo (era  stato l’ultimo rettore dell’Accademia, la scuola filosofica di Atene  quando questa era stata chiusa dall’imperatore Giustiniano, e aveva  dovuto riparare in Persia), afferma che l’uccisione era stata ordinata  dal vescovo della città, Cirillo: «Accadde che il vescovo Cirillo,  passando davanti alla casa di Ipazia, vide che c’era molta folla presso  la porta, con gente che entrava e usciva e alcuni che si fermavano.  Chiese che cosa fosse quella folla e il motivo della confusione intorno  alla casa, e venne a sapere dal suo séguito che c’era un discorso della  filosofa Ipazia e che quella era la sua casa. Appreso questo il suo  animo fu così contrariato, da ordire immediatamente la sua uccisione,  più orrenda di tutte le uccisioni».</p>
<p style="text-align: justify;">Il motivo del coinvolgimento del vescovo  viene poi ripetuto acriticamente in tutte le riprese successive. Ma se  si esaminano i fatti storici reali, basandoci unicamente sui documenti,  si conclude che non vi è nessuna prova di questa affermazione. La morte  di Ipazia si colloca nel quadro di un’età e di una zona in cui la  confusione e le turbolenze sono al massimo grado e investono tanto  l’autorità civile quanto la comunità cristiana. È un mondo di grandi  contrasti l’Egitto di quell’epoca. Un mondo in cui si hanno documenti di  sincretismo religioso quasi impensabili per noi e tensioni al limite  dell’esplosione, fra ortodossi ed eretici, fra cristiani e pagani, fra  cristiani e gnostici (lo gnosticismo aveva molti adepti in questa fase: e  poiché gli gnostici amavano celebrare le loro festività nei giorni  dedicati alle festività cristiane, i Cristiani intervennero perché si  ponesse fine a questa indebita appropriazione). Più ancora che i testi  degli storici, sono gli atti delle vita quotidiana (iscrizioni, papiri) a  darci un quadro realistico di questa confusione. A ciò si aggiunga,  come ricordano le fonti antiche, il temperamento naturalmente  appassionato e veemente della popolazione in quel microcosmo multietnico  e multiculturale che era la Alessandria dell’epoca.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Ipazia fu uccisa, era vescovo da  tre anni Cirillo, un personaggio di grande cultura ma di condotta  tutt’altro che accorta nel reggere la sede vescovile, tanto da venire in  contrasto con l’autorità civile (il prefetto Oreste), col Papa  Celestino I, con altri vescovi e personalità dell’Oriente cristiano. Il  racconto di Damascio è in ogni caso inverosimile quando presuppone che  Cirillo non conoscesse la fama di Ipazia e fosse spinto da un impulso  improvviso di gelosia. Neppure l’argomento femminista è ragionevole:  anche nella comunità cristiana vi erano donne di elevata cultura e di  grande operosità, quindi la condotta di Ipazia non era scandalosa da  questo punto di vista. Anche il motivo religioso è da respingere. Per  quel poco che sappiamo, Ipazia aderiva alle tesi neoplatoniche, che  affascinarono molti pensatori cristiani e diedero un’ispirazione  positiva a loro opere. Il suo discepolo Sinesio poté essere vescovo di  Cirene e manifestare nelle sue lettere simpatia e devozione per la sua  venerata maestra, definita <em>theophilés</em>, “amata da Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Più probabile il motivo politico: Ipazia  venne identificata (a ragione o torto) come la causa principale  dell’attrito tra autorità religiosa e autorità politica, e dei fanatici  pensarono di eliminare alla radice la causa del dissidio: alcuni moderni  chiamano in causa i parabolani, una confraternita di  infermieri-becchini che anche in altre occasioni si era arrogata il  compito di intervenire in controversie ecclesiastiche in modo rozzo e  violento. Una loro responsabilità peraltro non risulta da alcuna fonte.  Un anno dopo l’uccisione di Ipazia un decreto imperiale limitava il  numero dei parabolani a 500 in tutta Alessandria. Mancano tuttavia  connessioni esplicite fra l’uccisione di Ipazia e questo decreto. Un  altro motivo appare in una Cronaca tarda scritta da Giovanni di Nicea  (VII secolo): Ipazia è presentata come una incantatrice che aveva  affascinato con le sue arti magiche Oreste e lo aveva allontanato dalla  Chiesa. Sullo sfondo di questa narrazione stanno gli interessi  astronomici di Ipazia: astronomia e astrologia avevano allora confini  non bene definiti e la scienza degli astri era utilizzata per ricavare  oroscopi e predizioni che creavano scandalo ai fedeli cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Comunque stessero le cose, l’uccisione  crudele ed efferata di una donna è comunque evento da condannare, e  questa condanna fu espressa chiaramente dalla comunità cristiana, come  c’informa ancora lo storico Socrate bizantino: «Questo evento recò non  poco biasimo a Cirillo e alla Chiesa di Alessandria: infatti sono atti  del tutto estranei a chi professa i principi cristiani le uccisioni e le  battaglie e azioni del genere».</p>
<p style="text-align: justify;">La beatificazione laica di Ipazia  comincia nel XVIII secolo, quando il filosofo razionalista irlandese  John Toland pubblica un libello anticristiano intitolato Ipazia, e  prosegue incessantemente fino ad oggi, annoverando titoli come quello di  A. Agabiti (<em>Ipazia: La prima martire della libertà di Pensiero</em>,  1914). Ovvero, come fare passare per storia quello che storia non è.</p>
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		<title>Ipazia la «martire» usata come clava contro i cristiani In barba alla storia</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 06:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Anticattolicesimo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Rino Cammilleri Tratto da Il Giornale  del 25 aprile 2010</p> <p style="text-align: justify;">Ricordate il film Le crociate di Ridley Scott? L&#8217;autore dichiarò di aver voluto fare un’opera contro tutti i fondamentalismi ma, guarda caso, nella trama solo i cristiani erano cattivi e infidi, mentre i musulmani erano buoni e generosi. Ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Rino Cammilleri</strong><br />
Tratto da Il Giornale   del 25 aprile 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordate il film Le crociate di Ridley Scott? L&#8217;autore dichiarò di  aver voluto fare un’opera contro tutti i fondamentalismi ma, guarda  caso, nella trama solo i cristiani erano cattivi e infidi, mentre i  musulmani erano buoni e generosi. Ora è il turno di Alejandro Amenábar,  che &#8211; testuale &#8211; col suo film Agorà ha voluto denunciare, anche lui, i  fondamentalismi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, vedi un po’, anche qui i cattivi sono i cristiani. Naturalmente è  vero che anche il cristianesimo ha avuto i suoi supporters a mano  armata, ma Scott ha dovuto cercarli nel XII secolo e Amenábar nel V. Sì,  perché a far problema oggi non è certo il cristianesimo, bensì altre  religioni i cui fanatici la mano armata ce l’hanno ancora, e certi  registi olandesi ne sanno qualcosa. Così, è più comodo «denunciare» chi  non si difende, per cose avvenute mille e rotti anni fa, e pazienza se  oggi non è certo la «scienza» ad essere perseguitata bensì il  cristianesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ipazia, scienziata bella e giovine, trucidata dai cristiani su ordine  del vescovo Cirillo ad Alessandria nell’anno 415: questo il mito  politicamente corretto. Intanto avvertiamo che prima di Voltaire (1736)  Ipazia non se la filava nessuno; sono i philosophes a trarla  dall’armadio dei secoli per metterla in quello degli «scheletri» della  Chiesa. Nel secolo dei romantici Ipazia diventa la rappresentante del  mondo pagano (visto come dorato e tollerante, dove si viveva in armonia  con la natura e i suoi dèi) uccisa dal fanatismo monoteista. Nel  Novecento eccola proto-femminista contro la «misoginia» cattolica. La  verità? Innanzitutto, della sua beltà niente sappiamo: aveva sui  sessant’anni quando morì. Scienziata? Suo padre, Teone, si dava da fare  coi misteri ermetici e orfici. Lei era neoplatonica e la sua «scuola»  era in realtà un cenacolo ristretto in cui si insegnavano «misteri» da  non divulgare ai «profani» (infatti, non rimane alcuna sua opera, quel  poco che si sa lo si deve ai discepoli). Come neoplatonica era molto  vicina al cristianesimo di cui apprezzava le virtù stoiche, tant’è che  Sinesio di Cirene, suo alunno e ammiratore, finì vescovo. Come quel  Cirillo (santo e Padre della Chiesa) che, secondo alcuni, avrebbe  ordinato il linciaggio di Ipazia per odio al paganesimo, alle donne e  alla scienza. Macché. Cirillo non temeva affatto i pagani, ormai innocua  minoranza, bensì gli eretici (cristiani), che non cessava di  contrastare. Suo antagonista politico era il governatore (cristiano)  Oreste, il quale, da buon funzionario bizantino e, dunque,  cesaropapista, riteneva che la Chiesa dovesse essere sottomessa alla  Stato. Il contrasto (ripetiamo: politico) tra i due aveva creato in  città partiti contrapposti, fazioni politiche che nell’età bizantina  erano la regola.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, in Alessandria tutti sapevano che eminenza grigia di Oreste  era la vecchia Ipazia. Nel partito favorevole a Cirillo c’era un gruppo  che il santo a stento riusciva a tenere a bada, i famigerati  «parabolani», così chiamati dal nome dei gladiatori contra leones  aboliti molto tempo prima da Teodosio. Si aggiunga che nella testa del  popolino &#8211; e nelle dicerie &#8211; gli insegnamenti misterici di Ipazia, di  cui nulla trapelava, erano diventati chissà quali pratiche di magia  nera. Finì che la lettiga con cui gli schiavi portavano Ipazia a spasso  venne assalita e lei linciata. Cirillo e Oreste, che non pensavano che  le cose sarebbero trascese a tal punto, rimasero così impressionati da  affrettarsi a far pace. Oreste, cui l’ordine pubblico era sfuggito di  mano, lasciò la città. Rimase san Cirillo con la patata bollente in  mano. Morale: se qualcuno si scandalizza del fanatismo di certi  cristiani d&#8217;antan ricordi che anche Robespierre, Hitler e Stalin erano  battezzati cristiani. Hitler era addirittura cattolico.</p>
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		<title>La cattiva coscienza di chi accusa Pio XII. La spartizione della Polonia del 1939 e i silenzi consapevoli degli Alleati</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Apr 2010 06:11:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controstoria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Ebrei]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Raffaele Alessandrini L&#8217;antica favola del lupo e dell&#8217;agnello insegna che quando il forte si lagna lanciando accuse al più debole, magari strepitando di aver subito da lui improbabili torti, sta preparandosi a divorarlo. Le corrispondenze storiche sono numerose sia pure con le debite varianti: talvolta i lupi sono più di uno. Per di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote style="text-align: justify;"><p><strong>di Raffaele Alessandrini</strong><br />
L&#8217;antica favola del lupo e dell&#8217;agnello   insegna che  quando  il  forte si lagna lanciando accuse al   più  debole, magari  strepitando di aver subito da lui improbabili torti,    sta   preparandosi a divorarlo. Le corrispondenze storiche sono numerose  sia   pure con le debite varianti:  talvolta i lupi sono più di uno. Per  di  più alla scena cruenta  possono esservi altri  testimoni    diversamente  cointeressati. Questi ultimi, pur essendo  consapevoli  che  il debole,  ormai privato brutalmente dei propri diritti, sta  soccombendo alle  brame fameliche del  prepotente, restano  a guardarne  il sacrificio con  calcolata inerzia. E dire che avrebbero argomenti e  mezzi  per  impedire o limitare lo scempio.  Quando poi il precipitare  degli eventi  li costringe a intervenire &#8211; poiché la fame del predatore  non si placa  &#8211; si trovano a loro volta prigionieri della logica  pragmatica della  violenza e della sopraffazione  per la quale vi saranno   moltissimi  altri  deboli e  innocenti a pagare il prezzo più alto e  atroce.   L&#8217;invasione nazista della Polonia del 1° settembre 1939  che  diede  l&#8217;avvio alla seconda guerra mondiale è certo un esempio evidente  di  questo. Ma lo sono anche il disinteresse per gli ebrei e il loro   consapevole abbandono da parte degli Alleati   nonostante  fossero   pienamente al corrente dei piani hitleriani di &#8220;soluzione finale&#8221;. Lo ha   ricordato   anche un ampio  servizio di Claude Weill su  &#8220;Le Nouvel   Observateur&#8221; del 4-10 marzo 2010 (pp.16-28) nel quale risalta la   polemica tra il regista e intellettuale parigino Claude Lanzmann,   l&#8217;autore del famoso lungometraggio-fiume  &#8211;  nove ore  &#8211;  <em>Shoah </em>(1985)   <em> </em>e  il romanziere Yannik  Haenel   che nel settembre 2009  ha   pubblicato  il volume <em>Jan Karski </em> (Gallimard) dedicato a un eroe   della resistenza polacca al nazismo che &#8211; infiltratosi in un campo di   sterminio  (e non sarebbe stato il solo polacco  a farlo) &#8211;  mise   sull&#8217;avviso  il presidente Franklin D. Roosevelt alla Casa Bianca degli   orrori in atto.<img src="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/093q05a1.jpg" border="0" alt="" width="312" height="227" align="right" /><br />
Haenel sostiene  pertanto che &#8220;nel 1945 non ci furono vincitori né  vinti, ma solo  dei  complici e dei mentitori&#8221;.  Lanzmann ribatte dal  canto suo  che  gli  ebrei  durante il conflitto  non erano il &#8220;centro  del mondo&#8221;". Ora è  indubbio che gli Alleati  conoscessero da tempo la  mostruosa realtà  della Shoah come pure la sua entità.  Come è stato  ricordato a suo  tempo  anche dal nostro giornale   (14 agosto 2009),  Henry Morgenthau  junior,  ministro del Tesoro statunitense  durante la  guerra, disponeva  di prove sufficienti per dire  che fin dall&#8217;agosto del  1942 a  Washington si sapeva che i nazisti avevano progettato di  sterminare  tutti gli ebrei dall&#8217;Europa e che &#8220;solo  l&#8217;incapacità,  l&#8217;indolenza e  gli indugi burocratici dell&#8217;America impedirono la salvezza  di migliaia  di vittime di Hitler&#8221; mentre, oltre Atlantico, &#8220;il  Ministero degli  Esteri inglese si preoccupava di più di politica che di  carità umana&#8221;.<br />
Vi è inoltre da considerare come la cattiva coscienza storiografica, o   parastoriografica, al servizio delle potenze, tenda a celare talune   responsabilità e  coperture dettate dal più  gelido e spregiudicato   pragmatismo politico, sviando per quanto possibile l&#8217;attenzione    pubblica su   più indifesi capri espiatori.<br />
Le maggiori potenze  d&#8217;Europa, Inghilterra e Francia,  che avevano  tenuto un contegno inerte    e perfino acquiescente di fronte all&#8217;<em>Anschluss </em>(l&#8217;annessione  dell&#8217;Austria del marzo 1938)  e all&#8217;invasione della  Cecoslovacchia &#8211;  prima la conquista dei Sudeti, poi, nel marzo 1939, fu  la volta della  Boemia e della Moravia &#8211;  non si discostarono dalla loro  condotta  passiva. Ora l&#8217;intesa Molotov-Ribbentrop  conteneva anche  clausole  segrete in base alle quali di lì a poco i due lupi  si  sarebbero  ferocemente spartiti le spoglie sanguinanti della Polonia  oltreché i  territori della Finlandia, dell&#8217;Estonia, della Lettonia,  della Lituania  e della Bessarabia rumena. E tuttavia il pretesto per  aggredire la  Polonia era  evidente   e consisteva  com&#8217;è noto, nel    rifiuto polacco  di  subire un torto  lasciando includere nella Germania  la città di  Danzica con l&#8217;autostrada extraterritoriale e la linea  ferroviaria che  univa la Germania e la Prussia Orientale.<br />
Il 24 agosto 1939 vi fu  solo un&#8217;unica autorità mondiale a levare alta  la voce  e a incitare gli  uomini di buona volontà alla riconciliazione e  al  dialogo:  &#8220;Nulla è  perduto con la pace, tutto può esserlo con la  guerra!&#8221;.    Ma più che   parlare alle coscienze e a spendersi in una   articolata e intensissima  azione diplomatica, protrattasi  perfino nel  crepuscolo stesso delle  speranze, il Papa Pio XII e i suoi più stretti  collaboratori non   potevano fare, e rimasero inascoltati.<br />
Il Vaticano &#8211;  come   Stalin  avrebbe un giorno sarcasticamente  osservato &#8211;  non ha divisioni da  mettere  in campo. Invece il  1°  settembre 1939  la Germania  aggredì  la Polonia senza preavviso e il 17  settembre, da est,  scattò  l&#8217;aggressione sovietica.  I tedeschi forti di   un milione e mezzo di  soldati misero in campo 2800 carri armati, 2000  aerei e  11000 cannoni;  i sovietici  attaccarono con cinquecentomila  uomini, 5000 carri  armati, 3000 aerei e 13.500 cannoni. I polacchi  potevano opporre un  milione di uomini, 800 carri armati, 400 aerei e  4500 cannoni. E  tuttavia  resistettero per 35 giorni a fronteggiare da  soli forze tanto  soverchianti.<br />
Vale la pena  ripercorrere alcuni momenti  anticipatori dello scoppio  della seconda guerra mondiale alla luce dei  documenti. Nel recente  volume <em>Polish documents on Foreign Policy </em>curato  da Wlodzmierz  Borodziej e Slawomir Debski (Warsaw, The Polish  Institute of  International Affairs, 2009) è trascritto in data 2 agosto  1939 il  rapporto dell&#8217;ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede   Kaziermiez  Papée al ministro degli Affari esteri dell&#8217;udienza  avuta  con Pio XII il  24 luglio precedente in occasione della presentazione  delle sue  credenziali. Dopo il discorso ufficiale il Papa si era  trattenuto con  l&#8217;ambasciatore per un&#8217;altra mezz&#8217;ora a parlare in  termini informali  della situazione internazionale illustrando gli  sforzi di mediazione  della Santa Sede in favore della pace benché fosse  &#8220;molto difficile fare   qualcosa a Berlino&#8221;.  Ma il Papa diceva di più.  Egli non manifestava   alcuna fiducia ricordando &#8211;  sono parole  dell&#8217;ambasciatore &#8211;  come   l&#8217;anno precedente, alla fine di settembre,   il cancelliere Hitler  dopo  l&#8217;annessione dei Sudeti avesse detto che la  Germania non avrebbe  avanzato altre rivendicazioni sui territori  europei. Ma che cosa resta  di tutto questo oggi? si chiedeva Pio XII.   &#8220;Al momento è Danzica, ma  domani sarà altro&#8221;.<br />
<img src="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/093q05a2.jpg" border="0" alt="" width="312" height="308" align="left" /> Le rassicurazioni  verbali sulle quali  Hitler diceva di basare la  propria politica erano  infatti state regolarmente smentite per ben due  volte:  prima con  l&#8217;occupazione della Boemia e della Moravia  e poi  riguardo  all&#8217;atteggiamento tenuto nei confronti del Sud Tirolo dove il   cancelliere Hitler   si stava mostrando pronto a strumentalizzare a   proprio favore  il concetto della purezza razziale germanica della   popolazione.   La Chiesa  in Germania e soprattutto l&#8217;Azione cattolica  &#8211;   lamentava Pio XII &#8211; dovevano  fare i conti con ostacoli continui:  ci   si poteva   esprimere solo in ambito religioso  e &#8220;neppure tanto&#8221;.  Ma   ciò che veramente risulta  al vertice delle preoccupazioni di Papa   Pacelli è la sorte della Polonia  che tanto dall&#8217;est come dall&#8217;ovest   egli vedeva ormai  stretta tra due blocchi:  l&#8217;uno anticristiano e   l&#8217;altro acristiano. In poche parole  egli temeva che un avvicinamento   germano-sovietico avrebbe portato non solo alla guerra in Europa.  ma   che,  in caso di uno scontro portato dalla Germania  alle altre potenze   del continente, vi sarebbe stato alla fine il bolscevismo a rivestire  le  parti del <em>tertius gaudens </em> che, tenutosi inizialmente ai  margini  del conflitto,  avrebbe potuto godere dei vantaggi della  situazione  intervenendo al momento opportuno ai danni degli altri due  contendenti  sfiancati  dalla lotta per imporsi definitivamente  sull&#8217;Europa (cfr. pp.  335-338).<br />
In una nota  in data 16 agosto  1939 il cardinale Luigi Maglione,  segretario di Stato di Pio XII,  riferisce di un colloquio con  l&#8217;ambasciatore  di Polonia  che lo ha  messo al corrente dello scambio di  note di protesta tra il suo Paese e  la Germania e  si ribadisce  che la  questione di Danzica  non è altro  che un pretesto per attaccare la  Polonia. &#8220;La Polonia è calma, attende  con tranquillità l&#8217;attacco ed è  sicura di essere soccorsa dalle Potenze  occidentali. L&#8217;ambasciatore non  teme complicazioni da parte della  Russia&#8221;. Poi la nota del cardinale  Maglione prosegue:  &#8220;Notizie d&#8217;altra  fonte mi confermano che la  questione di Danzica è un pretesto per la  Germania e che questa si  propone di fare una guerra di sterminio alla  Polonia. Si pensa che è  d&#8217;intesa con la Russia per una spartizione  della povera Polonia.<br />
Si illudono a Berlino che né l&#8217;Inghilterra, né  la Francia interverranno  per la Polonia&#8221; (cfr.<em> Actes et documents  du Saint Siège  relatifs à la Seconde Guerre Mondiale</em>, Città del  Vaticano, Libreria  Editrice Vaticana, 1970, ristampa corretta e  ampliata,  i,    pp.214-215). In realtà Berlino non s&#8217;illudeva affatto,  poiché sapeva  di  poter agire senza disturbi esterni.<br />
Nel suo  intervento agli ufficiali della Wehrmacht del 22 agosto 1939,  Hitler  così aveva presentato gli obbiettivi da realizzare  in Polonia:   &#8220;La  nostra forza è la nostra rapidità e la nostra brutalità (&#8230;) mi è   indifferente quali voci farà circolare su di me la debole civilizzazione   occidentale. Ho dato l&#8217;ordine e farò sparare a chiunque vorrà, anche   con una sola parola, criticare l&#8217;affermazione che l&#8217;obbiettivo della   guerra non sia raggiungere determinate linee, ma la distruzione fisica   del nemico. A questo fine  ho predisposto, per ora solo all&#8217;est, le mie   truppe Totenkopf, ordinando loro di uccidere senza pietà e senza   misericordia uomini, donne e bambini di origine polacca e di lingua   polacca. Solo in questo modo acquisteremo lo spazio vitale di cui   abbiamo bisogno. Chi oggi parla ancora della strage degli armeni?&#8221;    (cfr.<em> </em>Robert Szuchta, <em>Campi tedeschi dei nazisti sulla  terra  polacca occupata durante la ii Guerra mondiale, </em>Ministero  degli  Affari Esteri di Polonia, Dipartimento di promozione,  senza data,   p.  9).<br />
I territori polacchi incorporati dal Reich furono sottoposti a   un&#8217;intensa germanizzazione sin dall&#8217;inizio della guerra. E bisogna   ricordare che  gli ebrei polacchi erano prima del conflitto tre milioni e   quattrocentomila:  ne sopravvisse solo il dieci per cento.  Com&#8217;è noto  i  campi di concentramento e di sterminio in Polonia furono otto a   cominciare da Auschwitz-Birkenau.<br />
Anche la Chiesa cattolica  polacca fu sottoposta a dure persecuzioni:   numerosi sacerdoti  cattolici furono arrestati e deportati in campi  di  concentramento  tedeschi, per lo più a Dachau. Molti di essi furono  uccisi:  in alcune  diocesi quasi la metà. (cfr. Robert Szuchta, cit.,  pp. 7-9).  I  prigionieri arrivati ad Auschwitz-Birkenau durante il primo  appello  così venivano salutati dal capo del campo Karl Fritzsch:  &#8220;Vi  avverto  che qui siete arrivati non in una casa di cura, ma in un campo  di  concentramento dal quale si esce solo dal camino del forno  crematorio.  Se a qualcuno non piace può buttarsi subito sul filo ad alta  tensione.  Se nel gruppo ci sono ebrei quelli non hanno diritto di  rimanere in  vita per più di due settimane, i preti per un mese, gli  altri  per tre  mesi&#8221; (<em>ivi, </em>p. 23).<br />
In questi giorni la cronaca  internazionale  ci ha costretto  &#8211;  dolorosamente &#8211; a ricordare i  massacri di Katyn  perpetrati dai  sovietici nel marzo del 1940:   ventiduemila ufficiali polacchi  furono  trucidati  per ordine di Stalin  su consiglio del suo duro braccio destro  Lavrentij  Berija e gettati  in fosse comuni. Per lungo tempo il  crimine, scoperto nel 1943,   fu  scaricato sui nazisti. E neppure   Joseph Goebbels il capo della  propaganda nazionalsocialista riuscì a  inchiodare  Stalin  grazie anche  al silenzio complice di Churchill e  Roosevelt che  non vollero  rischiare di incrinare l&#8217;alleanza  antihitleriana formatasi dopo il  1941. Le responsabilità comuniste  furono ammesse   ufficialmente  solo  nel 1990, in piena<em> glasnost </em> gorbaceviana.<br />
<img src="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/093q05a3.jpg" border="0" alt="" width="312" height="235" align="right" /> Indicativo  per  opposte ragioni  lo  spietato processo mediatico a cui è  stato esposto   Pio XII per i suoi silenzi,   dai tempi di <em>Der  Stellvertreter </em> di Rolf Hochhuth (1963) ai nostri giorni. Il Papa  non aveva difese se  non quelle fornitegli dalla fragile sovranità  acquisita nel 1929 con i  Patti Lateranensi e &#8211;  in una Roma occupata da  un nemico  che  stava  attendendo solo il momento più opportuno per  schiacciare la Chiesa  &#8220;come un rospo&#8221;,  per usare un espressione dello  stesso Hitler &#8211; doveva  ottemperare a due imperativi categorici. L&#8217;uno di  ordine spirituale   derivante dal mandato petrino, l&#8217;altro di ordine  morale e umanitario.   Il Vicario di Cristo, in ogni caso, non può fare  distinzioni o  preferenze tra gli uomini, può solo battersi per la  giustizia e la  pace; senonché  tutta la storia del Novecento pone di  fronte nazioni  e  popoli ferocemente in lotta  gli uni contro gli altri.   Dovrebbe  essere ormai chiaro che  Papa Pacelli e la Santa Sede  furono  tenuti a  mantenere  sostanzialmente un contegno diplomatico  prudente &#8211;    nondimeno il radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1942    contiene   esplicite e intense allusioni alle persecuzioni razziali  &#8211;    poiché   anche da questo dipendeva  la fragile sovranità di un piccolo Stato,   unica garanzia di quel minimo di libertà di azione  e di movimento che   per altri versi permise di  recare soccorso e protezione al maggior   numero possibile di perseguitati,  tra cui moltissimi ebrei.<br />
Eppure  ancora oggi, incredibilmente, sono  molti quanti levano l&#8217;indice   accusatore su Pio XII.   Incappa nell&#8217;errore pure &#8220;Le Nouvel   Observateur&#8221;. Anche in tal senso la  guerra è  il trionfo   dell&#8217;ingiustizia.<br />
Non per nulla  appena salito sul Soglio di Pietro  proprio Papa Pacelli  aveva assunto un motto eloquente:  <em>Opus  iustitiae pax </em>(&#8220;la pace è  opera  della giustizia&#8221;).  Un concetto   non casuale poiché  da decenni  ormai  la Chiesa si stava battendo   per  la pace nel mondo.  Pio x  (1903-1914) che a suo tempo, aveva scelto il  motto <em>Instaurare omnia  in Christo</em>, contemplando il volgere  degli eventi internazionali  nella prima decade del secolo xx,  aveva  presagito il funesto incombere  del &#8220;guerrone&#8221;  &#8211; il primo conflitto  mondiale &#8211; morendo poi di dolore  alla vigilia delle ormai inevitabili  ostilità. Il suo successore  Benedetto xv (1914-1922) &#8211; che tanto si  sarebbe prodigato per le vittime  e per i prigionieri di ogni  nazionalità, dopo la Nota ai Paesi  belligeranti del 1° agosto 1917 in  cui egli condannò l&#8217;&#8221;inutile strage&#8221;   e tratteggiò  i presupposti di  fondo, anticipando in qualche modo i  famosi &#8220;quattordici punti&#8221; del  presidente statunitense  Woodrow Wilson,  per una pace basata su una  sincera riconciliazione  senza vincitori né  vinti, nonché per un nuovo,   e più giusto,  ordine tra le nazioni &#8211;  fu  ripagato con  l&#8217;incomprensione, l&#8217;offesa e il dileggio delle varie parti  in lotta.<br />
Venne poi Pio xi. Anch&#8217;egli nel suo motto volle ribadire il  programma   di pace della Chiesa di Dio:  <em>Pax Christi in regno Christi</em>.  Papa  Ratti dopo aver seguito con sofferta trepidazione<em> </em>nei   diciassette anni del suo pontificato l&#8217;evoluzione  della questione   sociale &#8211; con il  dilagante sviluppo del capitalismo selvaggio e  la  diffusione delle visioni materialistiche dialettiche e pratiche che   minavano l&#8217;integrità interiore dell&#8217;uomo, della famiglia e dei popoli &#8211;    avendo considerato  con occhio profetico   il minaccioso imporsi dei   sistemi totalitari sulla scena mondiale e sentendosi venir meno, offriva   a Dio  la propria vita affinché l&#8217;umanità fosse risparmiata dalla   guerra.  Gli succedette il suo più diretto e fedele  collaboratore:  il  cardinale Eugenio Pacelli che significativamente  volle anch&#8217;egli  assumere il nome di Pio. Ma quel  23 agosto  1939 in cui  la Germania di  Hitler e l&#8217;Unione Sovietica di Stalin  siglarono il loro  famigerato  patto di non aggressione  le sorti del mondo erano  già  segnate.</p></blockquote>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong>(©L&#8217;Osservatore Romano &#8211; 23 aprile 2010)</strong></span></p>
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		<title>Pio XI alla luce delle nuove fonti archivistiche</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Apr 2010 07:45:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È stato presentato il volume, curato da Cosimo Semeraro, La sollecitudine ecclesiale di Pio XI. Alla luce delle nuove fonti archivistiche (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 490, euro 40). Pubblichiamo la sintesi di uno degli interventi. </p> <p style="text-align: justify;">di Rita Tolomeo</p> <p style="text-align: justify;">Non è facile delineare con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>È stato presentato il volume, curato da Cosimo Semeraro, </em>La  sollecitudine ecclesiale di Pio XI. Alla luce delle nuove fonti  archivistiche <em>(Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010,  pagine 490, euro 40). Pubblichiamo la sintesi di uno degli interventi. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Rita Tolomeo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non è facile delineare con pochi tratti tutta la complessità di un  pontificato (6 febbraio 1922 &#8211; 10 febbraio 1939) che coincise pressoché  totalmente con il periodo tra le due guerre mondiali. In un mondo  fortemente segnato dalle decisioni prese a Versailles, caratterizzato da  derive nazionaliste e da opposti totalitarismi, Pio XI scelse come  motto del suo pontificato <em>Pax Christi in Regno Christi</em>. Era il  segno della sua volontà di improntare alla pace ogni decisione; a tale  fiducia non erano certo estranee le sue origini brianzole di cui  conservava gelosamente i caratteri, una religiosità antica e profonda  assorbita attraverso la figura materna. A tali insegnamenti avrebbe  ispirato tutto il suo operato:  dagli incarichi ricoperti prima nella  Biblioteca Ambrosiana di Milano e poi in quella Vaticana, alla  inaspettata missione in Polonia e Lituania affidatagli da Benedetto xv  al termine della prima guerra mondiale, fino al magistero pontificio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img src="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/088q04c1.jpg" border="0" alt="" width="217" height="312" align="left" />Oggi gli studi  su Pio xi hanno conosciuto un nuovo slancio e l&#8217;apertura nel 2006 degli  Archivi Vaticani alla consultazione dei fondi del pontificato di Achille  Ratti ha offerto ai ricercatori gli strumenti necessari per meglio  ricostruire gli eventi e l&#8217;ambiente religioso e sociale del ventennio  tra le due guerre. Si tratta di fatti per molti aspetti già noti  attraverso l&#8217;esame di materiali coevi, che ora possono essere arricchiti  grazie all&#8217;analisi del &#8220;ragionamento interno&#8221; che li ha determinati. È  possibile insomma per usare le parole dello studioso francese  Jean-Dominique Durand &#8220;definire lo stile e il metodo di governo di un  Pontefice costretto a confrontarsi con problemi senza precedenti&#8221;. Un  valido e importante risultato in tal senso è il volume <em>La  sollecitudine ecclesiale di Pio XI. Alla luce delle nuove fonti  archivistiche </em>(Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana,  2010, pagine 490, euro 40) curato da Cosimo Semeraro, segretario del  Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Il volume raccoglie gli atti  del convegno internazionale di studi organizzato dallo stesso Pontificio  Comitato nella Sala del Collegio teutonico (Città del Vaticano) dal 26  al 28 febbraio 2009. Si tratta della presentazione dei primi esiti delle  ricerche sul pontificato di Pio XI condotte dopo il 2006 negli Archivi  Vaticani il cui patrimonio documentario relativo al solo pontificato  rattiano è di tale rilevanza da aver richiesto un decennio di lavoro per  essere preparato alla consultazione degli studiosi. Il volume è aperto  da una prolusione del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone sul  pastore di una Chiesa che, lasciandosi alle spalle forme di  organizzazione legate a un modello temporale ottocentesco, si muove da  protagonista sul piano internazionale. Sul piano pastorale tale azione  doveva tradursi nella promozione del clero e degli episcopati indigeni,  in una rinnovata attenzione verso la Russia e l&#8217;Oriente cristiano, in  uno sguardo attento ai mutamenti sociali.<br />
Monsignor Sergio Pagano, prefetto dell&#8217;Archivio Vaticano, offre agli  studiosi una importante ricostruzione relativa al funzionamento dei  dicasteri e uffici curiali di Pio xi ma anche del metodo di lavoro del  Pontefice. Il ricco archivio della Sacra Congregazione degli Affari  Ecclesiastici Straordinari, invece, ha consentito a Roberto Regoli di  rintracciare il funzionamento interno e l&#8217;evoluzione della sua struttura  voluta dallo stesso Papa Ratti in rapporto con la Segreteria di Stato.  Dai verbali della Congregazione è possibile ricavare il pensiero del  Pontefice, rilevare il suo costante &#8220;interventismo&#8221;, ma anche il  coinvolgimento dei suoi collaboratori, dai segretari di Stato Gasparri e  Pacelli, agli altri cardinali la cui scelta risponde non solo a un  sentimento di fiducia e di certezza della loro lealtà ma anche di  competenza e di esperienza. I taccuini su cui l&#8217;allora segretario di  Stato Pacelli a partire dal 10 agosto 1930 andò prendendo nota delle  udienze quasi quotidiane del Papa hanno suscitato grande interesse e la  loro prossima pubblicazione costituirà un ulteriore e importante  strumento di comprensione delle pratiche pontificie e dell&#8217;atteggiamento  verso realtà che Papa Ratti aveva avuto modo di conoscere di persona  nella breve ma intensa esperienza di delegato apostolico e poi nunzio a  Varsavia. Gli erano ben noti i difficili rapporti tra polacchi, lituani e  bielorussi in Lituania e all&#8217;avversione nei confronti del comunismo si  dice che non fosse del tutto estranea l&#8217;avanzata dei bolscevichi fermata  sulla Vistola alle porte di una Varsavia abbandonata da tutti ma non da  lui, unico &#8220;rappresentante diplomatico&#8221; che si era rifiutato nella sua  fermezza e dignità brianzola di abbandonare la città in un momento così  grave. È importante ricordare anche che Pio xi appoggia moralmente e  finanziariamente la fondazione dell&#8217;Università Cattolica di Milano  voluta da Agostino Gemelli, un&#8217;istituzione che rispondeva a pieno al suo  disegno di &#8220;ricomposizione, attorno a Roma, della cattolicità&#8221; e dà  vita nel 1936 all&#8217;Accademia Pontificia delle scienze, un passo verso  l&#8217;apertura pratica e teorica alle scienze profane in anni di grandi  dibattiti scientifici, tema questo trattato da Régis Ladous. È utile  ricordare che, in anni in cui radio e cinema erano ancora percepiti come  strumenti di diffusione di una visione pagana dell&#8217;esistenza, Papa  Ratti aveva voluto la Radio Vaticana, inaugurata il 12 febbraio 1931  alla presenza di Guglielmo Marconi e al cinema aveva consacrato  un&#8217;enciclica, la <em>Vigilanti cura</em>.<br />
La ricerca condotta sulle nuove fonti archivistiche certamente non  poteva non  toccare temi caldi su cui la storiografia ha offerto  interpretazioni diverse. Sono le questioni relative ai rapporti con il  fascismo, alla liquidazione del partito popolare analizzate da Francesco  Malgeri che riportarono, &#8220;forzatamente ad un livello prepolitico  l&#8217;impegno dei cattolici&#8221; secondo una linea che agli occhi della  storiografia italiana è conservatrice, ma che secondo Philippe Levillain  è stata invece letta in modo totalmente opposto dalla storiografia  grazie alla condanna dell&#8217;<em>Action Française </em>e alla rinascita del  cattolicesimo in Francia.</p>
<p><strong>(©L&#8217;Osservatore Romano &#8211; 17 aprile 2010)</strong></p>
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		<title>E Garibaldi sformò l’Italia.</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Apr 2010 06:02:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Controstoria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Antonio Socci</p> <p style="text-align: justify;">Quel che non si dice del mitico generale. Il caso più famoso fu il massacro di Bronte. Ma non ci fu solo quello. La storia del Mille e del loro capo è piena di tante ombre. Ecco quel che dovreste sapere e che non vi è mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>di Antonio Socci</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span><strong>Quel che non si dice del mitico generale.   Il caso più famoso fu il massacro di Bronte. Ma non ci fu solo quello.   La storia del Mille e del loro capo è piena di tante ombre. Ecco quel   che dovreste sapere e che non vi è mai stato raccontato&#8230;</strong></p>
<p>[Da   «il Sabato», 31 gennaio-6 febbraio 1987, p. 19]</p>
<p>Carlo Alberto,  il re tentenna. Mazzini, l’apostolo della Patria.  Garibaldi l’eroe dei  due mondi. Cavour, il gran tessitore. E poi il  «grido di dolore»,  «Obbedisco»!, «Ci siamo e ci resteremo», «Qui si fa  l’Italia o si  muore», «Roma o morte»! e così via. Abbiamo una storia da  operetta:  bisogna avere proprio un cuore di pietra per non scoppiare a  ridere.  Qualche storico ha cominciato a dissipar le nebbie su quel  colossale  falso storico (e dove era leggenda appaiono spesso grottesche   pagliacciate e talvolta imprese criminali). Ma gli eroi del risorgimento   restano. Il Mazzini ad esempio. Che dire della descrizione che ne dà  il  Farini fuori dei canoni ufficiali: «Mediocre uomo in tutto, orgoglio   stragrande in sembianza d’umiltà», astratte vacuità&#8230;? Garibaldi poi è   marmo e bronzo.</p>
<p>Lo sceneggiato TV <em>Il Generale</em> di Magni  fa di tutto per sfuggire  all’enfasi e alla retorica. Ed era ora. Ma la  scelta di Franco Nero ha  dato un tocco di edulcorata classe  holliwoodiana ad un personaggio, il  Garibaldi storico, piuttosto rozzo e  un tantinello esaltato. Sentiamolo:  «Papa e clero disgrazia e cancro  d’Italia». Ed ancora: «Il grido d’ogni  italiano, dalle fasce alla  vecchiezza deve essere: guerra al prete»!.  Tale fu la scienza e la  ‘classe’ del nizzardo. Appena sbarca in Sicilia  si proclama Dittatore,  svuota conventi e monasteri, li saccheggia,  confisca, scioglie a forza i  Gesuiti, imprigiona, stabilisce bivacchi  militari nelle splendide  chiese meridionali. Garibaldi era stato  iniziato alla Massoneria nel  1842 a Montevideo. A Palermo fonda una  quantità di Logge. Nel 1864  viene eletto primo Gran Maestro della  massoneria italiana e poi Gran  Maestro onorario a vita. (Massoni erano  pure Mazzini, Cavour, Vittorio  Emanuele, Crispi, Ricasoli e così via).  Con lui la massoneria italiana  vara una virulenta tradizione  anticattolica.</p>
<p>Il nostro eroe che  mise al suo asino il nome del Papa, che chiamava Pio  IX «un metro cubo  di letame» (nel 1881 i massoni dettero addirittura  l’assalto al  funerale del Papa per scaraventarne la salma nel Tevere) fu  il  caposcuola su cui si formarono quelle generazioni di  liberi-pensatori.  Fra questi, qualche anno dopo, il mangiapreti  romagnolo Mussolini  Benito. Siamo appena nel 1904 quando il giovane  rivoluzionario di  Predappio attacca Papa Sarto «in nome dell’Anticristo  che è la ragione,  che si ribella al dogma e abbatte Dio». Pochi anni  dopo salirà agli  onori della cronaca per un libello blasfemo scritto per  celebrare  l’anniversario della morte di Garibaldi. Ma ancora nel 1918,  direttore  de <em>Il Popolo d’Italia</em>, sarà a Milano, sotto il  monumento a  Garibaldi a celebrare la vittoria. «Fin da giovane Mussolini  era stato  un esponente tipico, quasi caricaturale dell’ideologia  massonica»  (Vannoni). La pacata e lucida mente di Jemolo vedrà nel  Mussolini,  ormai Duce d’Italia, «il più diretto erede del  garibaldinismo».</p>
<p>Del  resto il «segreto iniziatico» della dottrina massonica non è proprio   l’autodivinizzazione dell’uomo e l’idolatria del Capo/Stato? (Nei   catechismi patriottici si celebrava in Garibaldi la Trinità: «Il Padre   della patria, il Figlio del popolo, lo Spirito della libertà»).</p>
<p>Si  potrebbero poi sorprendere i legami del garibaldinismo col fascismo   anche attraverso curiosi canali secondari. Il massone, mazziniano,   Eduardo Frosini ad esempio, che sedette alla presidenza del I congresso   fascista di Firenze (1919), che nel suo giornale <em>La Questione  morale</em> (già allora!) per primo propugnò la vocazione imperiale di  Roma. Del  resto proprio il garibaldino-massone Crispi aveva varato in  grande  quella politica coloniale imperialista che il Duce si sentirà in  dovere  di portare a compimento, con la fondazione dell’Impero. Altri  generali  garibaldini (e massoni) come Nino Bixio, dai massacri di  contadini  calabresi finiranno i loro anni a mercanteggiare in schiavi  cinesi con  il Perù. È la singolare epopea dei ‘liberatori’&#8230;</p>
<p><strong>La  conquista del Sud</strong>. Lo sceneggiato televisivo di  Magni  racconta dunque soltanto il biennio ‘60-’61 del nizzardo. Quello   sceneggiato dice e non dice: troppo lontana è la verità dalla leggenda.   Proviamo allora a oltrepassare il fronte, per capire finalmente come fu   visto Garibaldi, in quei due anni, dalle popolazioni ‘liberate’.   Spigolature di un documento eccezionale davvero da antologia, e oggi   quasi introvabile. È un libello appassionato e infuocato di un   intellettuale napoletano, Giacinto de Sivo, pubblicato quasi un secolo   fa clandestinamente e anonimo, e nel 1965 ristampato in copia anastatica   da un piccolo editore: <em>I Napolitani al cospetto delle nazioni   civili</em>. È la stessa storia, ma stavolta scritta dai vinti: il grido   di ribellione di un popolo non solo colonizzato e umiliato dai   sedicenti ‘liberatori’ ma per di più coperto di menzogne nella storia   ufficiale, quella scritta dai vincitori. «Ell’è una trista ironia lo   appellar risorgimento questo subissamento del bel paese».</p>
<p><strong>L’altrastoria. </strong>Il Regno delle due Sicilie è libero e  indipendente fin dal  1734, con un re italianissimo, napoletano. Non è  una terra ricca solo  di passato (da Cicerone a Orazio, a S. Tommaso a  Vico a Tasso&#8230;): ha  una grande tradizione giuridica, enormi ricchezze  artistiche e — si  direbbe oggi — ambientali. La statistiche dicono: in  proporzione meno  poveri che a Parigi e Londra, le tasse più lievi  d’Europa, la prima  flotta d’Italia, una popolazione cresciuta di 1/3 dal  1800 al 1860, un  debito pubblico di appena 500 milioni di Lire per 9  milioni di  abitanti, contro il Piemonte che ha più di mille milioni di  debito per  quattro milioni di abitanti (il sud in sostanza dovrà pagare i  debiti  del Piemonte, anche. quelli fatti per conquistarlo). Inoltre  «erano in  cassa 33 milioni di ducati quando il liberatore Garibaldi vi  mise su le  mani e li fe’ disparire».</p>
<p>Il re di Torino, di origini e lingua  francese aveva spedito un nizzardo a  «liberare dagli stranieri» una  terra governata da un re ben più  italiano di lui (per di più Napoli  era, in confronto a Torino quel che  oggi sarebbe Firenze in confronto  ad Aosta). Ma il re di Napoli,  cattolico e sostenitore del Papa, negli  equilibri internazionali era  sostanzialmente isolato.</p>
<p>Dunque  come possono 1000 uomini male armati e peggio vestiti distruggere  così  un Regno con un esercito di 100.000 uomini? I vincitori rispondono  (e  hanno scritto): per il gran valore dei garibaldini e l’appoggio  delle  popolazioni. In realtà Garibaldi poteva esser rigettato in mare  fin  dallo sbarco. La vera arma vincente che spianò la strada al nostro  fu  quella della massoneria piemontese e francese che fra burocrati,   ufficiali e ministri si era comprato tutto il Palazzo di Francesco II:   «La setta corrompe e inventa la storia» scrive De Sivo, «sospinge   l’umanità a subire la tirannide o ad esser tiranna». Qualche esempio. A   Calatafimi il generate Landi (al prezzo di 18.000 ducati) impedisce ai   suoi di sbaragliare i garibaldini già in rotta. Senza alcuna ragione   20.000 soldati vengono fatti uscire da Palermo senza colpo ferire. E poi   Milazzo, Messina: migliaia di soldati di Francesco spediti sulle   montagne lontane. Il generale Ghio ne disciolse 10.000. Altrettanti il   generale Briganti che però viene fucilato sul posto, per alto tradimento   dai suoi stessi soldati. E poi altri ufficiali leali al re costretti a   disarmare le proprie truppe e a consegnare migliaia di soldati a  qualche  decina di garibaldini che avevano loro stessi sbaragliato e  ridotto  alla resa. E infine le sconfitte di Garibaldi sul Volturno e   l’incredibile comportamento degli ufficiali di Francesco che avevano   ormai Napoli e la vittoria definitiva a portata di mano.</p>
<p>Un  generale Cialdini, ad esempio che passò con Garibaldi mitragliando le   popolazioni insorte contro il suo tradimento (come, anni prima, erano   insorte contro Pisacane). Decine dl città «reazionarie», che avevano   organizzato la resistenza (da Isernia, a Venosa, a Barile, Monteverde,   Cotronei, S. Marco e così via) furono distrutte e bruciate dai   Garibaldini. Villaggi, cascine, molini, saccheggiati, contadini   massacrati (non solo a Bronte). «Purificheremo col ferro e col fuoco le   regioni infestate dall’immonda bava del prete» scriveva il traditore   generale Pianelli nel febbraio ‘61, passato coi ‘liberatori’.</p>
<p>«Napoli  non avversa l’Italia» scriveva appassionatamente il nostro De  Sivo,  «ma combatte la setta, che è anti-italica, com’è anticristiana e   anti-sociale, atea e ladra». Da questa ribellione nasce il brigantaggio   contro l’occupante piemontese. «<em>Briganti</em> noi combattenti in   casa nostra, difendendo i tetti paterni; e galantuomini voi venuti qui a   depredar l’altrui?».</p>
<p>Il De Sivo si appella ad un’Europa  complice e connivente dell’invasore:  «La setta» scrive «deruba,  distrugge e poi ci impone i suoi maestri  piemontesi, le sue leggi, i  suoi debiti, il suo vocabolario e gli esempi  di laidezze e rapine e  irreligione e ferocia». Si ha un bel deprecare,  oggi, la proverbiale  diffidenza dei popoli del meridione d’Italia verso  le istituzioni e lo  Stato; e condannar la <em>mafia</em> e cosi via. Del  resto proprio gli  espropri dei beni della Chiesa nel Sud, con cui a  Torino si  costituirono te finanze del nascente Stato massonico, sono fra  le cause  del futuro sottosviluppo del sud, del suo ritardo nei  confronti del  nord, che ha esportato i debiti e importato le ricchezze.  «Il primo  frutto dell’unità è l’aumento dei balzelli pubblici&#8230; Oh le  promesse  dei settari! A voi basta il gridar popolo e civiltà per  saccheggiare i  popoli civili».</p>
<p>Ma il parlamento piemontese non ci pensa due  volte ad annettersi le  provincie meridionali: era un Parlamento eletto  da 100 mila persone per  24 milioni di abitanti (al 95% contadini e  cattolici). Un parlamento  ‘liberale’: «Codesti sedicenti deputati,  ignoti al popolo, corifei della  setta, eletti da se stessi…». Per  salvar la faccia Garibaldi, ad  annessione già avvenuta organizzò un  plebiscito: era il 21 ottobre 1860.  I risultati ufficiali furono  proclamati su piazze e strade deserte:  1.313.376 per l’annessione e  10.312 contro. Anche a prender per buone  cifre tanto balorde, si deve  comunque pensare ad una minoranza sui 9  milioni di abitanti.</p>
<p>Ma  quel che era accaduto in quei giorni, sui libri dei vincitori non sta   scritto. Aggressioni, uccisioni, arresti, intimidazioni. Grandi   cartelli dichiaravano «Nemico» chi votava No; il voto peraltro non fu   segreto: furono poste due urne palesi e quelle del No «coperte da bande   di camorristi». Anche astenersi era colpa di Stato: «Salvar la vita, in   quei giorni era pensiero universale». E poi garibaldini — anche   stranieri — che votavano anche 10, 20 volte: perfino Garibaldi, Bixio e   Sirtori non si vergognarono di votare. E per chi si ribellava era dura.   Ad esempio si può ricordare il rapporto del governatore garibaldino   della Capitanata: «Insurrezioni nel giorno del plebiscito: si son fatti   sforzi eccezionali perche l’insurrezione non sia generale». (segue la   richiesta di armi e soldati). O il suo collega di Teramo che proclamava   lo stato d’assedio nei comuni della provincia ancora 9 giorni dopo il   plebiscito: «I reazionari presi con le armi saran fucilati»!.</p>
<p>Agli  stati d’assedio, i brogli, le violenze, vanno aggiunte le galere  piene  di «reazionari», gli esiliati, i fucilati&#8230; «Ma alla setta  bastava  mostrare all’Europa una maggioranza di cifre». Sarà un testimone   d’eccezione, Lord Russel in un dispaccio del 24 ottobre a testimoniare   che «i voti che ebber luogo in quelle  province non han grande   valore&#8230;». Ma la scuola dei vincitori racconta ben altro: dice che la   gran capitale di un Regno, la bellissima Napoli fu entusiasta di   diventare una prefettura di Torino. «Lasciate dal vantar plebisciti.   Dite che son <em>fatti compiuti</em>; e sì che son compiuti, ma per   restar monumenti eterni di vostra nequizia. Voi, gretta minoranza,   volete imporre il vostro pensiero ad una nazione, e col pensiero i   ceppi&#8230; un pugno di tristi vuol comandare a milioni; perciò   destituisce, disarma, condanna, pugnala, carcera, esilia, fucila ed   incendia.<br />
Siete atroci perche pochi; siete costretti a dar terrore,  perché vi  manca il numero; dovete far seguaci con la corruzione perché  non avete  il concorso della virtù».(De Sivo). Questa fu l’epopea del  ‘liberatore’  Garibaldi raccontata dal popolo ‘liberato’. Sui libri di  scuola (la  scuola dei vincitori) si trova al capitolo: Risorgimento.</span></p>
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		<title>L’Unità fu anticattolica. Lo testimoniano duemila pagine redatte tra il 1856 e il 1863 da don Giacomo Margotti pubblicate da Angela Pellicciari</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 07:57:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Questa frase, attribuita a D’Azeglio, l’abbiamo imparata dai sussidiari ma forse mai ci siamo soffermati a soppesarne l’incongruenza. Sì, perché testimonia il tipico giro mentale degli ideologi a tavolino, che «creano» quel che prima non c’era. Dunque, a sentir D’Azeglio o chi per lui, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana; color: #054eb7; font-size: small;">«L’Italia è fatta, ora   bisogna fare gli italiani». Questa frase, attribuita a D’Azeglio,   l’abbiamo imparata dai sussidiari ma forse mai ci siamo soffermati a   soppesarne l’incongruenza. Sì, perché testimonia il tipico giro mentale   degli ideologi a tavolino, che «creano» quel che prima non c’era.   Dunque, a sentir D’Azeglio o chi per lui, non c’erano né l’Italia né gli   italiani prima del Risorgimento. Invece gli italiani c’erano, eccome. E   l’unità politica della penisola non fu fatta in modo corale, ma  tramite  l’allargamento dello Stato meno italiano di tutti, il Piemonte,  a spese  di quelli italianissimi Pontificio e Borbonico. </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Verdana; color: #054eb7; font-size: small;">Quello  staterello  periferico che parlava francese dovette trovare i denari  necessari al  suo progetto e gli appoggi internazionali. I primi li  reperì col solito  metodo, quello di cui si erano serviti l’Inghilterra  di Enrico VIII e la  Francia di Robespierre per costruire la loro  potenza: espropriare i  beni ecclesiastici. I secondi li ebbe dalle  forze antipapiste: il  protestantesimo soprattutto inglese e la  massoneria. Per realizzare lo  scopo non esitò di fronte a nulla,  arrivando a infilare la sua più  altolocata cocotte nel letto di  Napoleone III. Così è stata «fatta»  l’Italia, il resto è pura  mitologia. La storia, si sa, la fanno i  vincitori. Ma negli Usa, per  esempio, le vicende della guerra civile  sono sciorinate  tranquillamente, con grande rispetto per i vinti; e lo  stesso dicasi  per il genocidio dei pellerossa. Senza che ciò faccia  venir meno il  patriottismo o incrini l’unità nazionale. Invece, da noi,  ogni  «revisionismo» è attaccato come oltraggio alla Patria.<br />
Angela   Pellicciari è una di quegli studiosi che al mito preferiscono la verità,   convinti che può fare solo del bene. Già nota per i suoi libri sul   Risorgimento (tra cui I panni sporchi dei Mille, edito dalla casa   editrice di liberal, rivista che, meritoriamente, non si vergogna di far   sapere che il liberalismo ottocentesco, molto diverso da quello   odierno, era, ma sì, totalitario), ha messo sottosopra le biblioteche   per trovare una copia del fondamentale Memorie per la storia dei nostri   tempi dal Congresso di Parigi del 1856 ai primi giorni del 1863, di don   Giacomo Margotti, giornalista dell’Armonia ed eletto nel 1857 al   parlamento torinese (elezioni annullate da Cavour perché avevano sancito   la vittoria dei cattolici). Si tratta di quasi duemilatrecento pagine   di citazioni, documenti, cronaca: importantissime per la storia e per   gli storici. Invece, neanche gli istituti di storia patria ne possiedono   copia. La Pellicciari ne ha trovata una, fortunosamente, a Messina. E   ne ha estratto le duecento pagine che documentano in modo inoppugnabile   la vera e propria persecuzione anticattolica (con arresti di vescovi e   preti, anche di quelli che rifiutavano di cantare il Te Deum per gli   scomunicati autori della violenta «modernizzazione» dell’Italia) con cui   fu «fatta» l’Unità. Che fu anche guerra civile tra italiani (erano   italiani, italianissimi, infatti, i pontifici e i duosiciliani) e che   trasformò in emigranti per fame milioni di meridionali. Don Margotti,   ideatore sul suo giornale della formula «né eletti né elettori», fu   anche oggetto di intimidazioni e attentati. Qualcuno doveva pur fare   uscire la sua opera dall’oblio, anche se per un decimo. Speriamo che   altri storici prendano in considerazione il resto. Infatti, il non   sapere come fu veramente fatta l’Italia rischia di perpetuare i problemi   nati allora e mai risolti. Federalismo in primis.</p>
<p>Angela   Pellicciari, Risorgimento anticattolico, Piemme, 214 pagine, 14,50 euro</span></p>
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		<title>Le crociate? I buoni eravamo noi. Un saggio dello studioso Rodney Stark ribalta le tesi classiche sulle guerre di religione.</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 06:16:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Islam]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Rino Cammilleri</p> Chi ha visto il film di Ridley Scott Le crociate è stato confermato nell’idea che dall’Illuminismo in poi l’Occidente ha sul tema: a) i crociati erano rozzi e crudeli, mentre gli islamici erano raffinati e tolleranti; b) l’imperialismo europeo attaccò senza provocazione i pacifici musulmani; c) Saldino era un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Rino Cammilleri</p>
<div style="text-align: justify;">Chi   ha visto il film di Ridley Scott <em>Le crociate</em> è stato   confermato nell’idea che dall’Illuminismo in poi l’Occidente ha sul   tema: a) i crociati erano rozzi e crudeli, mentre gli islamici erano   raffinati e tolleranti; b) l’imperialismo europeo attaccò senza   provocazione i pacifici musulmani; c) Saldino era un galantuomo e i   crociati dei farabutti; d) da allora i musulmani ci odiano con ragione.   Questo mucchio di corbellerie è ribaltato nel più bel libro che mai sia   stato scritto sull’argomento: <strong><em>Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate</em></strong> (Lindau, pagg. 365, euro 24,5) di Rodney Stark. Sì, perché è vero   l’esatto contrario di tutti i punti summenzionati. Innanzitutto, i   musulmani cominciarono a interessarsi alle crociate solo quando   l’Occidente le mise loro in testa, cioè alla fine del XIX secolo. Non   solo gli arabi contemporanei quasi non se ne accorsero, perché si   trattava solo di invasioni periodiche durate poco e per nulla rivolte   contro l’islam in quanto tale. Anzi, i musulmani sudditi dei regni   latini di Palestina e Siria erano pure contenti perché i cristiani non   li consideravano <em>dhimmi</em> (diversamente da quanto facevano i   governanti islamici con cristiani ed ebrei) e le tasse che pagavano   erano più leggere che nei circostanti regni musulmani.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">«Per molti arabi,   inoltre, le crociate non furono che attacchi sferrati contro gli  odiati  turchi». Infatti, fu quando arrivarono, a mano armata, i turchi &#8211;  che  massacravano i pellegrini &#8211; che ebbero inizio le crociate. Le  quali  ebbero il merito, per la civiltà europea, di fermare  l’espansionismo  turco per due secoli, dopo i quali l’Europa si ritrovò a  doversi  difendere fin dentro casa per i successivi quattro.<br />
Per  quanto  riguarda il Saladino, il romanticume sulla sua figura ammaliò  anche il  Kaiser, Guglielmo II, il quale depose sulla sua tomba una  corona bronzea  d’alloro (che poi Lawrence d’Arabia, come tutti gli  arabi nemico  dell’Impero ottomano, fece sparire). Nel film succitato il  giudizio è  identico. Eppure, dopo la disfatta inflitta ai cristiani ad  Hattin, così  il suo segretario, Imad ad-Din, descrisse quel che fu  fatto ai templari  e agli ospitalieri catturati: «Ordinò che fossero  decapitati,  preferendo l’ucciderli al farli schiavi. C’era presso di  lui tutta una  schiera di dottori e sufi, e un certo numero di devoti e  asceti: ognuno  chiese di poterne ammazzare uno», cosa che Saladino  concesse volentieri.  Non è vero che mandò liberi tutti gli abitanti di  Gerusalemme: metà di  questi non poté pagare l’esoso riscatto e fu  venduta schiava. Stark dice  la sua anche sulla famosa Quarta crociata,  quella che conquistò  Costantinopoli anziché la Terrasanta. E anche qui  rimette le cose a  posto. Fin dalla prima spedizione, i bizantini  avevano sempre mantenuto  un atteggiamento sleale nei confronti dei  crociati, tradendoli a più  riprese. Addirittura, l’imperatore Isacco II  si era alleato col Saladino  contro i latini per favorire i  greco-ortodossi; presa la Terrasanta,  Saladino, secondo i patti, aveva  consegnato a questi ultimi ogni chiesa  latina. Ora, ancora un volta, la  richiesta d’aiuto era partita da  Costantinopoli e ancora una volta gli  europei avevano risposto. E ancora  una volta, giunti sul posto, erano  stati traditi. Così, stimarono che  l’unico sistema per non essere  pugnalati alle spalle era insediare uno  di loro a Costantinopoli.<br />
Un’altra  leggenda nera da sfatare è il  massacro seguito alla presa di  Gerusalemme da parte di Goffredo di  Buglione alla prima crociata: la  città conteneva sui diecimila abitanti,  dei quali caddero solo duemila.  Nulla a che vedere con i massacri  indiscriminati compiuti dai  musulmani, specialmente quelli di Baibars e  dei mamelucchi, che  causarono la fine dei regni latini in Oriente.  Massacri, per giunta,  tutti compiuti in dispregio della parola data:  ambasciatori decapitati,  i monaci del Monte Carmelo interamente  trucidati, eccetera. Il  «peggiore massacro dell’intera epoca delle  crociate» fu quello di  Antiochia, perpetrato dal musulmano Baibars.  Eppure, eccone il ricordo  da parte degli storici occidentali: «Steven  Runciman gli dedica ben  otto righe; Hans Eberhard Mayer una; Cristopher  Tyerman, che si era  dilungato per molte pagine sugli efferati dettagli  del massacro di  Gerusalemme nella prima crociata, liquida la carneficina  di Antiochia  in quattro parole; Karen Armstrong riserva dodici parole  al resoconto  della strage, di cui attribuisce poi la colpa agli stessi  crociati,  poiché era stata la loro minaccia a creare un “nuovo islam”».<br />
Perché   fallirono le crociate? Dopo aver fatto presente che i regni latini   d’Oltremare pur ebbero la stessa durata degli odierni Stati Uniti, Stark   punta il dito sulle tasse: mantenerli dissanguava l’Europa. Circondati   dalla marea ostile, lontani migliaia di chilometri da casa,  richiedevano  continui rifornimenti di uomini e mezzi, nonché spedizioni  ricorrenti  per difenderli o riconquistarli. La fede (sì, la fede)  aveva reso  sopportabile ogni sacrificio e ogni defaillance era stata  imputata ai  peccati dei cristiani. Ma quando un santo come Luigi IX vi  fallì (e  morì) nel corso di ben due delle spedizioni in assoluto meglio   organizzate, i cristiani si chiesero se davvero «Dieu le volt» o non  era  il caso di lasciare per sempre i Luoghi Santi al loro destino.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">«Il   Giornale» del 29 marzo 2010</div>
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		<title>Risorgimento esoterico</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 07:16:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Massimo Introvigne</p> <p style="text-align: justify;">Del lato esoterico degli avvenimenti dell’800 italiano, Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, si è occupato a lungo nei suoi studi da sociologo delle religioni. E, in quanto torinese, con un occhio speciale sul lato occulto di una città che ha avuto un ruolo di primo piano nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>di Massimo Introvigne</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Del lato esoterico degli avvenimenti dell’800 italiano, Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, si è occupato a lungo nei suoi studi da sociologo delle religioni. E, in quanto torinese, con un occhio speciale sul lato occulto di una città che ha avuto un ruolo di primo piano nella lotta contro il papato.</p>
<p><strong>Siamo figli di un Risorgimento esoterico?<br />
</strong>«Bisogna distinguere tra Unità d’Italia e Risorgimento: il progetto dell’Unità non è stato esclusivamente esoterico o massonico o laicista, perché c’erano ovviamente anche grandi cattolici – pensiamo al beato Francesco Faà di Bruno o a Rosmini – che sposavano questa causa e la giudicavano cruciale per lo sviluppo dell’Italia, in un mondo in cui andavano affermandosi i grandi Stati nazionali. Il Risorgimento è stato invece una modalità di realizzare l’Unità segnata da forze che, approfittando del fatto che si sarebbe costruito uno Stato nuovo, volevano plasmarlo secondo i propri ideali massonici o pre-massonici. Uno Stato simile alla città che avevano già sognato i Rosacroce del ’600: totalmente svincolata da una tradizione religiosa specifica e in particolare, giacché si trattava dell’Italia, dalla tradizione cattolica. Uno Stato frutto di ingegneria sociale, caratterizzato dal relativismo delle idee e delle religioni».</p>
<p><strong>Garibaldi e Mazzini sono i nomi che vengono subito in mente.<br />
</strong>«Infatti, quest’ideologia viene perseguita in modo particolarmente consequenziale da chi aveva frequentato la massoneria internazionale. In un personaggio come Garibaldi è facile trovare riferimenti a tal proposito, con una buona dose di violenza nei confronti della tradizione cattolica e con elementi estremi, per esempio l’idea di sostituire il cattolicesimo con lo spiritismo, che Garibaldi coltivò molto seriamente, diventando primo presidente della Società spiritica italiana, oltre che gran maestro della massoneria. Lo stesso vale per Mazzini, che aveva frequentato altri ambienti, magari non direttamente massonici, ma con forti interessi esoterici. In lui troviamo un’utopia più ispirata alla sostituzione del cristianesimo con spiritualità orientali, con l’idea di reincarnazione, ecc.».</p>
<p><strong>Come giudicare l’atteggiamento dei &#8220;cattolici&#8221; Savoia?<br />
</strong>«Il progetto risorgimentale non è pensato inizialmente dai Savoia, ma da altri che poi trovano in casa Savoia uno strumento. Casa Savoia è interessante perché da quando decide di diventare una dinastia di respiro europeo, nel ’500, si presenta come un impasto singolare di cattolicesimo e di esoterismo. I Savoia rinascimentali, in cui sono presenti figure che hanno aspirazioni di santità e favoriscono la Chiesa, sono gli stessi che costruiscono un mito per accreditarsi fra le case reali europee: quella della loro discendenza dai faraoni egizi, che nel clima rinascimentale di riscoperta di spiritualità pagane e precristiane funzionava molto bene. Il museo egizio verrà molto dopo, con Napoleone, però che Bonaparte scelga Torino per creare questa istituzione non è casuale. Nella corrispondenza di fine ’600 tra il beato Sebastiano Valfré e Vittorio Amedeo II di Savoia, di cui il Valfré era confessore, si nota tutta l’ambivalenza del nobile sabaudo. Che da una parte manifesta un anelito cattolico, dall’altra riempie la corte di maghi e astrologhi. Un’ambivalenza che ha quindi radici molto antiche e che si manifesta clamorosamente nell’800».</p>
<p><strong>Carlo Alberto &#8220;re tentenna&#8221; anche per quanto riguarda il rapporto con la Chiesa?<br />
</strong>«In Carlo Alberto resta viva, direi, una cattolicità di fondo. All’inizio sembra assecondare i progetti – pensiamo all’espulsione dei gesuiti – di forze che si possono definire proto-massoniche, perché in realtà la massoneria nel Regno di Sardegna, vietata da Vittorio Emanuele I nel 1814, si ricostituisce con la sua regolarità formale solo nel 1859, anche se era già esistita nel ’700 e diversi nobili mantenevano rapporti con logge francesi e di altre parti d’Europa. Poi, quando vede che ne vogliono fare uno strumento di una politica anti-cattolica a senso unico, Carlo Alberto saluta e se ne va. Ci sono lettere in cui scrive: &#8220;Il mestiere di Re mette in pericolo la salvezza della mia anima&#8221;».</p>
<p><strong>Vittorio Emanuele II appare molto meno ambiguo…<br />
</strong>«In lui la vocazione esoterica di casa Savoia, di cercare la propria grandezza in un disegno alternativo al cristianesimo, in un’ingegneria sociale che ha una forte matrice massonica, prevale. Ciò non impedisce che nella famiglia il filone cattolico continui, pensiamo a figure come Maria Cristina o Maria Clotilde. Del resto, i casi di famiglie reali che annoverano gran massoni e grandi cattolici non sono isolati. Prendiamo per esempio il libro di Jean Van Win su Leopoldo I del Belgio come &#8220;re massone&#8221;. Poi si arriva a Baldovino, di cui sembra si voglia aprire una causa di beatificazione. Lo stesso discorso si può fare per la famiglia reale brasiliana. Diciamo che Casa Savoia ha sempre tenuto un piede nella santità e uno nella scomunica».</p>
<p><strong>Il ruolo dominante dei &#8220;piemontesi&#8221; nell’Unità – che tanto è stato discusso sotto il profilo economico e politico – che ricadute ha avuto negli equilibri massonici del nuovo Stato?<br />
</strong>«Occorre sempre distinguere fra la massoneria come istituzione formale con le sue logge e la mentalità massonica, che è relativista, laicista, antidogmatica e portatrice in Italia di un’idea di nazione astratta che cerca fondamenta alternative rispetto alle radici cristiane e al rapporto strettissimo con la Chiesa cattolica che invece ha sempre caratterizzato il nostro Paese. Se parliamo di logge massoniche in senso stretto, il Piemonte è alle origini della ricostituzione della massoneria che, dopo la caduta di Napoleone e la restaurazione, era stata vietata in quasi tutti gli Stati pre-unitari. Il processo va dalla creazione della Loggia Ausonia a Torino nel 1859 alla fondazione subito dopo, sempre a Torino, del Grande oriente italiano che ha come primo gran maestro il piemontese Costantino Nigra, strettissimo collaboratore di Cavour. Se ampliamo il discorso alla mentalità massonica, questa è al cuore del Risorgimento – distinto, appunto, dall’unità – così come lo interpreta e lo promuove la cultura piemontese dominante, con effetti che si fanno sentire ancora oggi».</p>
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		<title>1861, la storia da ripensare. Il Risorgimento fu il frutto di élites estranee alla maggioranza del popolo.</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 07:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Franco Cardini</p> Anzitutto, una premessa. Non mi pare si possa eludere la questione di un ripensa­mento serio sul cosiddetto &#8216;Risorgi­mento&#8217; (che cosa mai sarebbe &#8216;ri­sorto&#8217;, in particolare?) e sul processo di unità nazionale. Al riguardo parla­re di istanze &#8216;revisionistiche&#8217; o addi­rittura &#8216;temporalistiche&#8217; o cose del genere mi sembra del tutto fuori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>di Franco Cardini</em></strong></p>
<div style="text-align: justify;">Anzitutto,   una premessa. Non mi pare si possa eludere la questione di un   ripensa­mento serio sul cosiddetto &#8216;Risorgi­mento&#8217; (che cosa mai sarebbe   &#8216;ri­sorto&#8217;, in particolare?) e sul processo di unità nazionale. Al   riguardo parla­re di istanze &#8216;revisionistiche&#8217; o addi­rittura   &#8216;temporalistiche&#8217; o cose del genere mi sembra del tutto fuori luo­go. La   storia si deve ripensare di con­tinuo. Oggi, a distanza di 150 anni   dal­la fondazione del regno d’Italia, è e­vidente che molte prospettive   sono andate mutando e che su di esse han­no senza dubbio lavorato gli   specia­­listi, ma sono mancati sia (almeno in parte) un vero e proprio   aggiorna­mento nelle scuole, sia un dibattito mediatico fruibile da   parte del &#8216;grande pubblico&#8217;, vale a dire di quella porzione della   società civile italia­na che non ha ancora ri­nunziato a esser tale.   Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità   nazio­nale fu mandato avanti da alcune élites peraltro non concor­di  fra  loro, ma che la maggioranza del­le popolazioni che costituivano la   fu­tura Italia unita ne restarono estra­nee. Si potrebbe obiettare che   molti eventi storici sono stati caratterizza­ti da un processo dinamico   analogo, vale a dire che solo ristrette élites ne sono state   protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose.   Prima: la formula dello Sta­to unitario accentrato che alla fine   prevalse era coerente con gli interes­si espansionistici dei Savoia e   forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo   neogiacobi­no di garibaldini e mazziniani, ma non congrua con la storia e   temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari Stati italiani   precedenti; la sto- ria d’Italia è eminentemente poli­centrica e   municipalistica, per cui u­na soluzione di tipo &#8216;federale&#8217;, ana­loga mutatis   mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bi­smarck   dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e   op­portuna di quella che, fra l’altro, ge­nerò la colonizzazione e lo   sfrutta­mento del Sud da parte del Nord (con fenomeni collaterali quali   il brigan­taggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana   repressione) e la meri­dionalizzazione di buona parte delle strutture   pubbliche del giovane re­gno.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Secondo: il carattere élitario del   &#8216;movimento risorgimentale&#8217; nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto   obiet­tivo un notevole ritardo nella &#8216;nazio­nalizzazione delle masse&#8217;,   nono­stante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da   questo punto di vista mi sembra che vedes­sero giusto gli interventisti,   &#8216;demo­cratici&#8217; o &#8216;rivoluzionari&#8217; che fossero, i quali ritenevano che  il  bagno di san­gue avrebbe cementato l’edificio del­la patria e che  gli  italiani, che fatta l’I­talia non erano stati fatti, si sarebbe­ro   forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò &#8211; attenzione! &#8211;   porte­rebbe a concludere che la visione del­la prima guerra mondiale   come &#8216;quarta guerra d’Indipendenza&#8217; e compimento del processo di unità   nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e alfine anche di Mussolini)   e­ra corretta. Attenzione: non sto di­cendo che la dittatura fascista   fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e   del’70). Mi li­mito a dire che anzitutto non fu af­fatto &#8216;l’invasione   degli Hyksos&#8217; come sosteneva Benedetto Croce.<br />
Ne consegue, a mio   avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Ita­lia un movimento   di edificazione del­l’unità nazionale che scegliesse la via  federalista,  indicata da Gioberti ma ­soprattutto &#8211; da Cattaneo: anche  sal­vando,  ebbene sì, un potere tempo­rale pontificio, magari ridotto  alla città di  Roma e qualche pertinenza. Quel­la via non avrebbe creato  la rovinosa  &#8216;questione meridionale&#8217;, non avreb­be determinato decenni  di crisi  mo­rale resa inevitabile dal contrasto tra Stato e Chiesa con  tutto quel  che ciò aveva significato per il Paese (anche in termini  morali e  culturali: un pic­colo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha  fatto eccome);  probabilmente avreb­be evitato la rovinosa politica di  op­posizione  preconcetta all’Austria (vorrei ricordare che Cattaneo  auspi­cava che il  &#8216;Commonwealth&#8217; au­striaco restasse in piedi), non si  sa­rebbe  appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in  tal mo­do,  forse, a evitare la guerra franco­prussiana del 1870 ch’è  stata la  lon­tana ma primaria fonte dei guai di tut­to il continente  per i tre  quarti di se­colo a venire. Sarebbe bastato ap­poggiare  seriamente il  progetto di Na­poleone III (in verità, piuttosto  del­l’imperatrice  Eugenia) di una Lega  franco-ispano-italo-bavaro-austro­ungherese delle  potenze cattoliche  euromeridionali, con annesso il pro­getto di favorire  l’indipendenza  po­lacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di  Germania e Russia)  e di ge­stire oculatamente la crisi e la deca­denza  dell’impero  ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vici­no  Oriente  (mentre invece lo abbia­mo fatto gestire dal ’18 al ’48,   rovino­samente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza   sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione   europea. E lo stes­so sia detto per il nostro mondo im­prenditoriale:   un’Europa meridiona­le e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze   navali francese, au­striaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro   trend alla nostra eco­nomia. Pensiamo solo alle implica­zioni di   un’integrazione linee ferro­viarie- linee marittime, con la possibilità   di avviare sul serio una politica di pene­trazione orientale dai   Bal­cani e da Istanbul fino all’I­ran e all’Asia centrale. Un mondo   senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe po­tuto sul serio attuare   in tem­pi rapidi una linea ferrovia­ria Vienna-Isfahan e colle­gare   l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo   impedendo alla Rus­sia di avvelenare i Balcani con la dro­ga del   nazionalismo irredentista, cau­sa della prima guerra mondiale.<br />
Ma   l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione   fe­deralista. E dopo il fascismo, la guer­ra, il progressivo sfascismo   postbelli­co, oggi siamo pervenuti a un Paese che sta tentando di   attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è cor­retto come quello   che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che   alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non conclu­dere che   quella del regno unitario fu una &#8216;falsa partenza&#8217;. Per cui c’è mol­to da   discutere e da studiare. Ma c’è poco da celebrare.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">«Avvenire»   del 24 marzo 2010</div>
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		<title>I missionari del Pime e il Risorgimento italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 23:19:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di padre Piero Gheddo* </p> <p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 18 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il 6 marzo scorso “Avvenire” ha pubblicato un’interessante intervista di Andrea Galli ad Angela Pellicciari sul Risorgimento italiano e la Chiesa. La Pellicciari ha studiato a fondo questo tema e afferma che “tutte le fonti dell’800, sia da parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>di padre Piero Gheddo*<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 18  marzo 2010 (ZENIT.org).- Il 6 marzo scorso “Avvenire” ha pubblicato  un’interessante intervista di Andrea Galli ad Angela Pellicciari sul  Risorgimento italiano e la Chiesa. La Pellicciari ha studiato a fondo  questo tema e afferma che “tutte le fonti dell’800, sia da parte  cattolica che massonica, dicono la stessa cosa: che la fine del potere  temporale del Papa era l’obiettivo di forze internazionali legate al  protestantesimo e alla massoneria per distruggere la Chiesa”.</p>
<p style="text-align: justify;">La  prof.ssa Pellicciari ha comunicato i risultati dei suoi studi in alcuni  volumi che vanno segnalati: “Risorgimento da riscrivere” (Ares 1998),  “I panni sporchi dei mille” (Liberal 2003), “Risorgimento anticattolico”  (Piemme 2004). Insomma, liberali e massoni erano convinti che togliendo  al papato il suo potere politico e le sue ricchezze, questo sarebbe  crollato anche spiritualmente, perchè proiettavano sulla Chiesa le loro  categorie.</p>
<p style="text-align: justify;">Pio IX (1792-1878) era favorevole, e con lui tutti i  cattolici, ad un’Italia unita. Ma quando questo progetto inizia ad  essere realizzato dai Savoia e dal loro governo liberal-massonico in  modo violentemente anti-cattolico (un solo esempio su tanti altri:  sopprimendo nel 1855 i gesuiti e tutti gli ordini religiosi e requisendo  le loro proprietà), il Papa e i cattolici che lo seguivano si  dimostrano contrari. Il timore era che la sede di Pietro sarebbe finita  sotto il potere di uno Stato dichiaratamente anti-cattolico, nelle opere  anche se non nello Statuto Albertino del 1848, che dichiarava il  cattolicesimo religione di Stato e rimane alla base dell’Italia unita!</p>
<p style="text-align: justify;">Perché segnalo questo tema? Perché merita di essere conosciuto e  studiato, non per creare divisioni fra credenti e non credenti, ma per  essere informati sul come mai il beato Pio IX, dopo aver favorito  l’unità d’Italia nel 1948, assunse poi una ferma posizione contro i  primi governi dell’Italia unita e capire il perché delle molte  opposizioni ad una sua beatificazione, avvenuta il 3 settembre 2000 da  parte di Giovanni Paolo II.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il giudizio sul Risorgimento  italiano interessa anche chi, come il sottoscritto, ha studiato la  storia del Pime, pubblicando un “volumone” per i nostri 150 anni: vedi  P. Gheddo, “PIME 1850-2000.150 anni di missione” (EMI 2000, pagg. 1228,  Euro 25,00). Il Pime è stato fondato da mons. Angelo Ramazzotti,  approvato e fatto proprio dai vescovi lombardi nel 1850, come “Seminario  lombardo per le missioni estere”. In quei tempi i missionari  dell’Istituto erano conosciuti come “papalini”, perché le due  personalità rappresentative del nascente Pime (nel 1926 acquista questo  nome), mons. Angelo Ramazzotti, vescovo di Pavia e poi patriarca di  Venezia, e mons. Giuseppe Marinoni, primo direttore del Pime,  difendevano Pio IX e il suo potere temporale, come garanzia di libertà  per poter esercitare il suo ministero universale.</p>
<p style="text-align: justify;">Marinoni  fondò nel 1964 a Milano il quotidiano “L’Osservatore cattolico”  (superando «indescrivibili difficoltà»), proprio allo scopo di difendere  il Papa e la Chiesa dalle calunnie e dai sistematici attacchi della  stampa di quel tempo. E già il 22 settembre 1859 Marinoni si era  rifiutato di illuminare San Calocero, contravvenendo all’ordine del  governatore di Milano, che aveva disposto l’illuminazione di tutti gli  edifici religiosi di Milano per onorare la deputazione della Romagna  venuta ad offrire a Vittorio Emanuele II il potere politico della  regione, già appartenente al governo pontificio. Fu l’unica  disobbedienza nella capitale lombarda!</p>
<p style="text-align: justify;">I missionari di San  Calocero (così chiamati dalla loro chiesa a Milano) erano presi di mira  dai giornali anti-cattolici, particolarmente attivi. Ecco le gentili  parole che «Il Pungolo» dedica alla partenza dei missionari nel gennaio  1865: «I giornali clericali annunziano che mercoledì venturo partiranno  da Milano tre missionari con due suore di carità per le Indie orientali.  Furbi quei missionari! Hanno trovato che, in certi paesi barbari, le  suore possono servire assai bene. Buon viaggio a loro! Così tutti i  frati e le monache che poltriscono nei nostri conventi, si decidessero a  partire per le Indie! Ci farebbero un gran servizio!».</p>
<p style="text-align: justify;">Nel  1867, ancora «Il Pungolo», preoccupato per la voce di una prossima  nomina di Marinoni a vescovo di Como, scrive che «il famoso Marinoni&#8230;  si può dire il comandante generale del biscottismo milanese»&#8230; Nel  milanese i cattolici papalini erano chiamati “biscotti”, cioè cotti due  volte. E’ appassionante conoscere la storia del nostro grande e bel  paese, non per dividerci (siamo tutti italiani!), ma solo per capire  bene come siamo nati. Conoscendo la storia si capisce anche l’attualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8212;&#8212;</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*Padre Piero Gheddo (<a href="http://www.gheddopiero.it/" target="_blank">www.gheddopiero.it</a>),  già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i  fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1973) e Asia News (1986). Da  Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo  oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l&#8217;Ufficio storico del Pime e  postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano. </strong></p>
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		<title>La Resistenza accusata di genocidio. La Corte dell’Aia accoglie il ricorso del figlio di un milite della Repubblica sociale assassinato senza processo</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 07:26:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Eugenio Di Rienzo La malinconica profezia espressa da Piero Buscaroli nel suo bel libro, Dalla parte dei vinti (Mondadori) secondo la quale la memoria degli sconfitti del 1945 sarebbe stata per sempre condannata all’oblio non si avvererà. Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia ha accolto la domanda che chiede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><strong><em>di   Eugenio Di Rienzo</em></strong></div>
<div style="text-align: justify;"><strong><em><br />
</em></strong></div>
<div style="text-align: justify;">La malinconica profezia   espressa da Piero Buscaroli nel suo bel libro, <strong><em>Dalla parte dei vinti</em></strong> (Mondadori) secondo la quale la memoria degli sconfitti del 1945   sarebbe stata per sempre condannata all’oblio non si avvererà. Luis   Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale   dell’Aia ha accolto la domanda che chiede l’apertura di un’inchiesta per   la morte di Lodovico Tiramani (milite scelto della Guardia nazionale   repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica   sociale, trucidati dalle bande partigiane. L’ipotesi di reato è   genocidio.</div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;">Il Tribunale dell’Aia ha risposto così al figlio di Tiramani,   Giuseppe, che, attraverso la consulenza del suo legale Michele   Morenghi, ha chiesto l’apertura del procedimento tramite una memoria   dove si sostiene che: «Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a   Rustigazzo nel piacentino nel luglio del ’44 da un gruppo partigiano   della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un   giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale.   Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Mia madre lo   trovò crivellato di colpi. Io non voglio vendette, ho già perdonato   tutti coloro che uccisero mio padre, abitavano nel mio paese e li ho   conosciuti personalmente dopo la guerra. Chiedo sia fatta giustizia per   il suo caso e per tutti gli altri combattenti della Repubblica sociale   uccisi in quegli anni nel piacentino».<br />
In questo modo,   l’International Criminal Court, la cui competenza si estende a tutti   crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale, come il   genocidio appunto, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra,   potrebbe intervenire su una vicenda italiana che per tanti decenni è   rimasta volutamente occultata dalla storiografia ufficiale ed è   sopravvissuta solo grazie alla memoria dei sopravvissuti. Fino alla   comparsa dei libri di Giampaolo Pansa (un grande giornalista che sa bene   di storia), quanti italiani conoscevano le tristi vicende della caccia   al repubblichino, che si aprì dopo il 25 aprile 1945 per protrarsi  fino  al 1946 e al 1947? Pochi, pochissini. Soltanto i parenti delle  vittime o  quanti di noi avevano un amico, un conoscente che visse  personalmente  quella tragedia. A me capitò di avere questa triste  «fortuna» e di  apprendere dell’uccisione di un proprietario agricolo  dell’Emilia,  fucilato insieme al nipote dodicenne, con l’accusa di  vaghe simpatie  fasciste; della morte di un contadino del bellunese  fatto fuori dopo  aver rifiutato di vettovagliare una banda partigiana; e  del linciaggio  di alcuni giovanissimi «ragazzi di Salò» che ora  giacciono interrati nel  Campo X al cimitero di Musocco a Milano. Ma di  tutto questo fino a  pochissimo tempo fa neanche un rigo sui libri di  storia e ancora oggi  nessun accenno nei manuali di scuola che vanno in  mano ai nostri  giovani.<br />
Eppure autorevoli testimoni di quella guerra  fratricida, che  si trasformò in tiro al piccione, sapevano. Sapevano e  tacquero.  Benedetto Croce, ad esempio. Dalla lettura dei Taccuini di  guerra del  vecchio filosofo, editi solo nel 2004, emerge con forza il  timore che la  guerra partigiana possa trasformarsi in una rivoluzione   «comunistico-socialista», che, in breve, avrebbe consegnato l’Italia a   un altro totalitarismo, forse più spietato, come andava dimostrando con   abbacinante chiarezza la «liberazione» di Polonia, Ungheria e degli   altri paesi danubiani e balcanici, operata dalle truppe sovietiche,   coadiuvate dalle formazioni partigiane comuniste. La rivelazione della   strage di Katyn, avvenuta da parte dell’Armata Rossa, tra marzo e maggio   del 1940, confermava in Croce questo timore, quando anche in Italia si   era appreso dell’«eccidio fatto dai russi di migliaia di ufficiali   polacchi, che erano loro prigionieri». La minaccia di una   sovietizzazione imposta con la violenza, scriveva il filosofo, si   avvicinava anche al nostro paese. Era già attiva nelle regioni orientali   esposte alle violenze delle «bande di Tito». La si scorgeva  serpeggiare  nella gestione dell’epurazione antifascista delle strutture  statali  «maneggiata dai commissari comunisti» che tentavano di attuare   «un’infiltrazione del comunismo», perpetrata «contro le garanzie   statutarie, conto le disposizioni del codice, per modo che nessuno è più   sicuro di non essere a capriccio fermato dalla polizia, messo in   carcere, perquisito».<br />
Tutto questo avveniva, in ossequio alla   «rivoluzione vagheggiata e sperata». E sempre in ossequio a quel   progetto eversivo, le regioni settentrionali dell’Italia, controllate   dagli elementi estremisti del Cnl, divenivano il teatro di stragi di   massa contro fascisti, ma più spesso contro vittime del tutto innocenti.   L’8 agosto 1945 la famiglia Croce riceveva la visita di un conoscente   «che ci ha commossi col racconto del fratello incolpevole, non   compromesso col fascismo, ucciso con molti altri a furia di popolo a   Bologna». Nella stessa pagina del diario, si annotava: «In quella città   gli uccisi sono stati due migliaia e mezzo, tra questi  trecentocinquanta  non identificati».<br />
Tra il vero antifascismo e  resistenza si scavava,  con questa testimonianza, un abisso profondo. Si  alzava uno steccato,  che soltanto la costruzione di una memoria  contraffatta di quegli anni  terribili ha potuto per molto tempo celare.</div>
<div style="text-align: justify;">«Il   Giornale» del 12 marzo 2010</div>
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		<title>Quella data sbagliata che fa apparire Pio XII colpevole</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 07:32:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Papa non nascose la razzia del ghetto di Roma: quando incontrò il diplomatico americano non era ancora avvenuta di Andrea Tornielli Tratto da Il Giornale del 7 marzo 2010</p> <p style="text-align: justify;">Il Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, il vescovo Sergio Pagano, ha annunciato che i documenti relativi al pontificato di Pio XII [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Il Papa non nascose la razzia del ghetto di Roma: quando incontrò il diplomatico americano non era ancora avvenuta<br />
di <strong>Andrea Tornielli</strong></em><br />
Tratto da Il Giornale del 7 marzo 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Il Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano, il vescovo Sergio Pagano, ha annunciato che i documenti relativi al pontificato di Pio XII saranno accessibili «entro cinque anni a tutti i ricercatori». E nei giorni scorsi è rimbalzata dagli Stati Uniti un’altra importante notizia: la fondazione «Pawe the Way» (PTWF), guidata dall’ebreo americano Gary Krupp, con l’autorizzazione vaticana, renderà prossimamente disponibili on-line e gratuitamente consultabili, 5. 125 documenti dell’Archivio Vaticano datati tra marzo ’39 e maggio ’45, già pubblicati nei dodici tomi degli Atti e documenti della Santa Sede relativi alla Seconda guerra mondiale. Saranno messe anche a disposizione le pagine de L’Osservatore Romano pubblicate in date storicamente significative.</p>
<p style="text-align: justify;">Si spera così di evitare quanto accaduto negli ultimi mesi, quando documenti riguardanti Pio XII, già conosciuti, pubblicati e ripubblicati, sono stati presentati come inediti in un blog (non nuovo ad annunci sensazionalistici poi rivelatisi dei flop) e acriticamente ripresi con grandi titoli da agenzie di stampa e da autorevoli quotidiani italiani lanciando accuse contro Papa Pacelli. Il blog in questione è quello gestito da Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino, esperti di storia della mafia, che hanno compiuto ricerche negli archivi inglesi e presentano le loro «scoperte» come importanti novità. Nelle scorse settimane sono arrivati persino a consigliare con tono sarcastico al relatore della causa di Papa Pacelli, il gesuita Peter Gumpel, di leggersi bene le carte che loro pubblicano prima di procedere con la beatificazione. E hanno presentato un documento diplomatico del ’43 nel quale l’incaricato di affari americano Harold Tittman riferiva a Washington di un colloquio avvenuto il 19 ottobre con Pio XII, durante il quale il Papa aveva detto che i tedeschi, fino a quel momento, avevano rispettato la Santa Sede e non aveva fatto menzione della razzia del ghetto di Roma, avvenuta due giorni prima. Un Pontefice insensibile e così diplomatico da non far cenno nel colloquio a quanto era avvenuto nella sua città, la deportazione di ebrei innocenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto il testo «inedito» presentato da Casarrubea e Cereghino è pubblicato dal ’64, nella serie Foreign Relations of United States, nel secondo dei volumi relativi al ’43, a pagina 950. È poi noto non da ieri anche in traduzione italiana: lo ha pubblicato nel 1978 Ennio Di Nolfo nel libro Vaticano e Stati Uniti: dalle carte di Myron Taylor, rieditato nel 2003. Quel documento è stato poi presentato e discusso nelle biografie e in molti saggi dedicati a Pio XII, evidentemente ignoti ai due frequentatori degli archivi inglesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è di più. Come si evince anche dall’immagine qui riprodotta, quell’incontro tra Papa Pacelli e Tittman non avvenne il 19 ottobre, bensì il 14, vale a dire due giorni prima della razzia del ghetto. Che la data trascritta sul documento fosse sbagliata è stato acclarato dal professor Ronald Rychlak, della University of Mississippi, nel suo libro Hitler, The War and The Pope (pubblicato negli Usa nel 2000). Rychlak ha potuto consultare il foglio d’udienza del 14 ottobre ’43, dove risulta che effettivamente Tittman venne ricevuto dal Papa alle ore 11. Mentre sul foglio d’udienza del 19 ottobre il nome dello stesso Tittman non compare affatto. A documentare in modo incontrovertibile l’errore di data che fa apparire il Papa «colpevole», è proprio L’Osservatore Romano con data venerdì 15 ottobre ’43, pubblicato nel pomeriggio del giorno precedente. Nella rubrica «Nostre informazioni», in alto a sinistra sulla prima pagina, subito sotto la testata, è riportata la notizia dell’udienza: «La Santità di Nostro Signore ha ricevuto» in privata udienza «Ill. mo Signore Harold H. Tittman, Incaricato d’Affari degli Stati Uniti d’America».</p>
<p style="text-align: justify;">Sul suo blog, Giuseppe Casarrubea continua a scrivere: «Checché dicano quanti non sanno leggere, assicuriamo che l’incontro tra il Papa e l’incaricato d’Affari Usa si svolse la mattina del 19 ottobre 1943». E non riuscendo ad arrendersi all’evidenza, arriva persino a insinuare che essendo il quotidiano della Santa Sede di parte, non ci si debba fidare.</p>
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