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Nella sezione catechesi /Don Fabio Rosini è stata aggiunta una nuova catechesi sul battesimo.

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Ormai esistono infiniti pretesti per spendere: così che si va cercando ciò che è inutile, scambiandolo per ciò che è necessario, e niente basta a soddisfare i bisogni e le fantasie. Davvero io non posso fare a meno di ammirare si tanta invenzione di cose inutili!

330 D.C. San Basilio

 

LE ODI NOIOSE E RIPETITIVE SUI PADRI DELLA PATRIA.

Il 10 agosto scorso, nel bicentenario della nascita di Cavour, il vero artefice dell’unità d’Italia sotto la bandiera della monarchia Sabauda, lo storico Ernesto Galli della Loggia lamentava che l’Italia dimentica i suoi padri, “ahi serva Italia! Tu che dimentichi i tuoi padri. Tu che hai scordato Cavour. Tu che da più di trenta anni non insegni più nulla ai tuoi ragazzi, più nulla che riguardi la storia del Risorgimento. Tu che nemmeno giri “un film serio su quel periodo”!”.

Documentate le azioni vaticane per salvare gli ebrei dal 1938

NEW YORK, giovedì, 1° luglio 2010 (ZENIT.org).- La Pave the Way Foundation (PTWF) ha annunciato la scoperta di documenti vaticani di grande importanza.

Gary Krupp, presidente della Fondazione, ha affermato che “nel perseguire la nostra missione di individuare ed eliminare gli ostacoli non teologici tra le religioni, abbiamo identificato il pontificato di Papa Pio XII come un periodo che ha un impatto negativo su più di un miliardo di persone. La PTWF ha intrapreso un progetto di recupero di documenti del periodo di guerra per diffondere quanti più documenti e testimonianze oculari possibili per portare alla luce la verità”.

La migliore delle civiltà possibili

Sapete quanti diritti umani e progressi sociali ci saremmo persi senza Gesù Cristo e i suoi incoerenti seguaci? Un manuale di Francesco Agnoli – Stando agli input che quotidianamente riceviamo, dovremmo attribuire al cristianesimo la maggior parte delle sventure e delle calamità che hanno contraddistinto gli ultimi due millenni della storia occidentale: dall’Inquisizione alle Crociate, dalla compravendita della salvezza con le indulgenze alla lotta della Chiesa per il potere temporale. Chi va contro questa vulgata (al bar, al cinema sotto il cartellone di Ipazia, alla Feltrinelli, all’intervallo a scuola) fa la figura del fanatico, del mal informato, di quello che non si è mai soffermato “sul perché delle cose”. Alzatine di spalle e di sopracciglia, raffica di domande di rito, dal tono vagamente sarcastico, sull’otto per mille e il male del mondo. Ma il conformismo nasce dalla pigrizia e dalla fatica di dover dare le ragioni delle proprie …

Come la “strategia del silenzio” salvò migliaia di ebrei

Documenti e testimonianze evidenziano gli sforzi di Pio XII

di Gary S. Krupp

NEW YORK, venerdì, 28 maggio 2010 (ZENIT.org).- La Pave the Way Foundation ha avviato un progetto di recupero di documenti per mostrare tutte le informazioni e le testimonianze possibili sul pontificato di Pio XII, il Papa della Seconda Guerra Mondiale, così da porre fine all’“impasse” accademica provocata dalla mancanza di informazioni pubbliche.

IPAZIA/ Attenti ai falsi, non è stata la Chiesa a far fuori l’”illuminista” del V secolo…

Moreno Morani da ilSussidiario.net

Ipazia, singolare figura di donna che si occupa di filosofia e di scienze, tenendo testa in modo autorevole ai leader culturali del suo tempo, e che incontra una morte tragica e cruenta a motivo delle sue idee e per avere osato, lei donna, mettersi sullo stesso piano degli uomini. Vi sono tutti gli elementi per fare di un personaggio del genere un simbolo, e non a caso a Ipazia sono stati dedicati libri, racconti, opere teatrali, anche da nomi illustri (come Mario Luzi col suo Libro di Ipazia). Ma qual è in realtà il rapporto tra l’Ipazia della storia e questa Ipazia idealizzata dalla letteratura e divulgata dai media?

Ipazia la «martire» usata come clava contro i cristiani In barba alla storia

di Rino Cammilleri
Tratto da Il Giornale  del 25 aprile 2010

Ricordate il film Le crociate di Ridley Scott? L’autore dichiarò di aver voluto fare un’opera contro tutti i fondamentalismi ma, guarda caso, nella trama solo i cristiani erano cattivi e infidi, mentre i musulmani erano buoni e generosi. Ora è il turno di Alejandro Amenábar, che – testuale – col suo film Agorà ha voluto denunciare, anche lui, i fondamentalismi.

La cattiva coscienza di chi accusa Pio XII. La spartizione della Polonia del 1939 e i silenzi consapevoli degli Alleati

di Raffaele Alessandrini
L’antica favola del lupo e dell’agnello insegna che quando il forte si lagna lanciando accuse al più debole, magari strepitando di aver subito da lui improbabili torti, sta preparandosi a divorarlo. Le corrispondenze storiche sono numerose sia pure con le debite varianti: talvolta i lupi sono più di uno. Per di più alla scena cruenta possono esservi altri testimoni diversamente cointeressati. Questi ultimi, pur essendo consapevoli che il debole, ormai privato brutalmente dei propri diritti, sta soccombendo alle brame fameliche del prepotente, restano a guardarne il sacrificio con calcolata inerzia. E dire che avrebbero argomenti e mezzi per impedire o limitare lo scempio. Quando poi il precipitare degli eventi li costringe a intervenire – poiché la fame del predatore non si placa – si trovano a loro volta prigionieri della logica pragmatica della violenza e della sopraffazione per la quale vi saranno moltissimi altri deboli e innocenti a pagare il prezzo più alto e atroce. L’invasione nazista della Polonia del 1° settembre 1939 che diede l’avvio alla seconda guerra mondiale è certo un esempio evidente di questo. Ma lo sono anche il disinteresse per gli ebrei e il loro consapevole abbandono da parte degli Alleati nonostante fossero pienamente al corrente dei piani hitleriani di “soluzione finale”. Lo ha ricordato anche un ampio servizio di Claude Weill su “Le Nouvel Observateur” del 4-10 marzo 2010 (pp.16-28) nel quale risalta la polemica tra il regista e intellettuale parigino Claude Lanzmann, l’autore del famoso lungometraggio-fiume – nove ore – Shoah (1985) e il romanziere Yannik Haenel che nel settembre 2009 ha pubblicato il volume Jan Karski (Gallimard) dedicato a un eroe della resistenza polacca al nazismo che – infiltratosi in un campo di sterminio (e non sarebbe stato il solo polacco a farlo) – mise sull’avviso il presidente Franklin D. Roosevelt alla Casa Bianca degli orrori in atto.
Haenel sostiene pertanto che “nel 1945 non ci furono vincitori né vinti, ma solo dei complici e dei mentitori”. Lanzmann ribatte dal canto suo che gli ebrei durante il conflitto non erano il “centro del mondo”". Ora è indubbio che gli Alleati conoscessero da tempo la mostruosa realtà della Shoah come pure la sua entità. Come è stato ricordato a suo tempo anche dal nostro giornale (14 agosto 2009), Henry Morgenthau junior, ministro del Tesoro statunitense durante la guerra, disponeva di prove sufficienti per dire che fin dall’agosto del 1942 a Washington si sapeva che i nazisti avevano progettato di sterminare tutti gli ebrei dall’Europa e che “solo l’incapacità, l’indolenza e gli indugi burocratici dell’America impedirono la salvezza di migliaia di vittime di Hitler” mentre, oltre Atlantico, “il Ministero degli Esteri inglese si preoccupava di più di politica che di carità umana”.
Vi è inoltre da considerare come la cattiva coscienza storiografica, o parastoriografica, al servizio delle potenze, tenda a celare talune responsabilità e coperture dettate dal più gelido e spregiudicato pragmatismo politico, sviando per quanto possibile l’attenzione pubblica su più indifesi capri espiatori.
Le maggiori potenze d’Europa, Inghilterra e Francia, che avevano tenuto un contegno inerte e perfino acquiescente di fronte all’Anschluss (l’annessione dell’Austria del marzo 1938) e all’invasione della Cecoslovacchia – prima la conquista dei Sudeti, poi, nel marzo 1939, fu la volta della Boemia e della Moravia – non si discostarono dalla loro condotta passiva. Ora l’intesa Molotov-Ribbentrop conteneva anche clausole segrete in base alle quali di lì a poco i due lupi si sarebbero ferocemente spartiti le spoglie sanguinanti della Polonia oltreché i territori della Finlandia, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania e della Bessarabia rumena. E tuttavia il pretesto per aggredire la Polonia era evidente e consisteva com’è noto, nel rifiuto polacco di subire un torto lasciando includere nella Germania la città di Danzica con l’autostrada extraterritoriale e la linea ferroviaria che univa la Germania e la Prussia Orientale.
Il 24 agosto 1939 vi fu solo un’unica autorità mondiale a levare alta la voce e a incitare gli uomini di buona volontà alla riconciliazione e al dialogo: “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!”. Ma più che parlare alle coscienze e a spendersi in una articolata e intensissima azione diplomatica, protrattasi perfino nel crepuscolo stesso delle speranze, il Papa Pio XII e i suoi più stretti collaboratori non potevano fare, e rimasero inascoltati.
Il Vaticano – come Stalin avrebbe un giorno sarcasticamente osservato – non ha divisioni da mettere in campo. Invece il 1° settembre 1939 la Germania aggredì la Polonia senza preavviso e il 17 settembre, da est, scattò l’aggressione sovietica. I tedeschi forti di un milione e mezzo di soldati misero in campo 2800 carri armati, 2000 aerei e 11000 cannoni; i sovietici attaccarono con cinquecentomila uomini, 5000 carri armati, 3000 aerei e 13.500 cannoni. I polacchi potevano opporre un milione di uomini, 800 carri armati, 400 aerei e 4500 cannoni. E tuttavia resistettero per 35 giorni a fronteggiare da soli forze tanto soverchianti.
Vale la pena ripercorrere alcuni momenti anticipatori dello scoppio della seconda guerra mondiale alla luce dei documenti. Nel recente volume Polish documents on Foreign Policy curato da Wlodzmierz Borodziej e Slawomir Debski (Warsaw, The Polish Institute of International Affairs, 2009) è trascritto in data 2 agosto 1939 il rapporto dell’ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede Kaziermiez Papée al ministro degli Affari esteri dell’udienza avuta con Pio XII il 24 luglio precedente in occasione della presentazione delle sue credenziali. Dopo il discorso ufficiale il Papa si era trattenuto con l’ambasciatore per un’altra mezz’ora a parlare in termini informali della situazione internazionale illustrando gli sforzi di mediazione della Santa Sede in favore della pace benché fosse “molto difficile fare qualcosa a Berlino”. Ma il Papa diceva di più. Egli non manifestava alcuna fiducia ricordando – sono parole dell’ambasciatore – come l’anno precedente, alla fine di settembre, il cancelliere Hitler dopo l’annessione dei Sudeti avesse detto che la Germania non avrebbe avanzato altre rivendicazioni sui territori europei. Ma che cosa resta di tutto questo oggi? si chiedeva Pio XII. “Al momento è Danzica, ma domani sarà altro”.
Le rassicurazioni verbali sulle quali Hitler diceva di basare la propria politica erano infatti state regolarmente smentite per ben due volte: prima con l’occupazione della Boemia e della Moravia e poi riguardo all’atteggiamento tenuto nei confronti del Sud Tirolo dove il cancelliere Hitler si stava mostrando pronto a strumentalizzare a proprio favore il concetto della purezza razziale germanica della popolazione. La Chiesa in Germania e soprattutto l’Azione cattolica – lamentava Pio XII – dovevano fare i conti con ostacoli continui: ci si poteva esprimere solo in ambito religioso e “neppure tanto”. Ma ciò che veramente risulta al vertice delle preoccupazioni di Papa Pacelli è la sorte della Polonia che tanto dall’est come dall’ovest egli vedeva ormai stretta tra due blocchi: l’uno anticristiano e l’altro acristiano. In poche parole egli temeva che un avvicinamento germano-sovietico avrebbe portato non solo alla guerra in Europa. ma che, in caso di uno scontro portato dalla Germania alle altre potenze del continente, vi sarebbe stato alla fine il bolscevismo a rivestire le parti del tertius gaudens che, tenutosi inizialmente ai margini del conflitto, avrebbe potuto godere dei vantaggi della situazione intervenendo al momento opportuno ai danni degli altri due contendenti sfiancati dalla lotta per imporsi definitivamente sull’Europa (cfr. pp. 335-338).
In una nota in data 16 agosto 1939 il cardinale Luigi Maglione, segretario di Stato di Pio XII, riferisce di un colloquio con l’ambasciatore di Polonia che lo ha messo al corrente dello scambio di note di protesta tra il suo Paese e la Germania e si ribadisce che la questione di Danzica non è altro che un pretesto per attaccare la Polonia. “La Polonia è calma, attende con tranquillità l’attacco ed è sicura di essere soccorsa dalle Potenze occidentali. L’ambasciatore non teme complicazioni da parte della Russia”. Poi la nota del cardinale Maglione prosegue: “Notizie d’altra fonte mi confermano che la questione di Danzica è un pretesto per la Germania e che questa si propone di fare una guerra di sterminio alla Polonia. Si pensa che è d’intesa con la Russia per una spartizione della povera Polonia.
Si illudono a Berlino che né l’Inghilterra, né la Francia interverranno per la Polonia” (cfr. Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1970, ristampa corretta e ampliata, i, pp.214-215). In realtà Berlino non s’illudeva affatto, poiché sapeva di poter agire senza disturbi esterni.
Nel suo intervento agli ufficiali della Wehrmacht del 22 agosto 1939, Hitler così aveva presentato gli obbiettivi da realizzare in Polonia: “La nostra forza è la nostra rapidità e la nostra brutalità (…) mi è indifferente quali voci farà circolare su di me la debole civilizzazione occidentale. Ho dato l’ordine e farò sparare a chiunque vorrà, anche con una sola parola, criticare l’affermazione che l’obbiettivo della guerra non sia raggiungere determinate linee, ma la distruzione fisica del nemico. A questo fine ho predisposto, per ora solo all’est, le mie truppe Totenkopf, ordinando loro di uccidere senza pietà e senza misericordia uomini, donne e bambini di origine polacca e di lingua polacca. Solo in questo modo acquisteremo lo spazio vitale di cui abbiamo bisogno. Chi oggi parla ancora della strage degli armeni?” (cfr. Robert Szuchta, Campi tedeschi dei nazisti sulla terra polacca occupata durante la ii Guerra mondiale, Ministero degli Affari Esteri di Polonia, Dipartimento di promozione, senza data, p. 9).
I territori polacchi incorporati dal Reich furono sottoposti a un’intensa germanizzazione sin dall’inizio della guerra. E bisogna ricordare che gli ebrei polacchi erano prima del conflitto tre milioni e quattrocentomila: ne sopravvisse solo il dieci per cento. Com’è noto i campi di concentramento e di sterminio in Polonia furono otto a cominciare da Auschwitz-Birkenau.
Anche la Chiesa cattolica polacca fu sottoposta a dure persecuzioni: numerosi sacerdoti cattolici furono arrestati e deportati in campi di concentramento tedeschi, per lo più a Dachau. Molti di essi furono uccisi: in alcune diocesi quasi la metà. (cfr. Robert Szuchta, cit., pp. 7-9). I prigionieri arrivati ad Auschwitz-Birkenau durante il primo appello così venivano salutati dal capo del campo Karl Fritzsch: “Vi avverto che qui siete arrivati non in una casa di cura, ma in un campo di concentramento dal quale si esce solo dal camino del forno crematorio. Se a qualcuno non piace può buttarsi subito sul filo ad alta tensione. Se nel gruppo ci sono ebrei quelli non hanno diritto di rimanere in vita per più di due settimane, i preti per un mese, gli altri per tre mesi” (ivi, p. 23).
In questi giorni la cronaca internazionale ci ha costretto – dolorosamente – a ricordare i massacri di Katyn perpetrati dai sovietici nel marzo del 1940: ventiduemila ufficiali polacchi furono trucidati per ordine di Stalin su consiglio del suo duro braccio destro Lavrentij Berija e gettati in fosse comuni. Per lungo tempo il crimine, scoperto nel 1943, fu scaricato sui nazisti. E neppure Joseph Goebbels il capo della propaganda nazionalsocialista riuscì a inchiodare Stalin grazie anche al silenzio complice di Churchill e Roosevelt che non vollero rischiare di incrinare l’alleanza antihitleriana formatasi dopo il 1941. Le responsabilità comuniste furono ammesse ufficialmente solo nel 1990, in piena glasnost gorbaceviana.
Indicativo per opposte ragioni lo spietato processo mediatico a cui è stato esposto Pio XII per i suoi silenzi, dai tempi di Der Stellvertreter di Rolf Hochhuth (1963) ai nostri giorni. Il Papa non aveva difese se non quelle fornitegli dalla fragile sovranità acquisita nel 1929 con i Patti Lateranensi e – in una Roma occupata da un nemico che stava attendendo solo il momento più opportuno per schiacciare la Chiesa “come un rospo”, per usare un espressione dello stesso Hitler – doveva ottemperare a due imperativi categorici. L’uno di ordine spirituale derivante dal mandato petrino, l’altro di ordine morale e umanitario. Il Vicario di Cristo, in ogni caso, non può fare distinzioni o preferenze tra gli uomini, può solo battersi per la giustizia e la pace; senonché tutta la storia del Novecento pone di fronte nazioni e popoli ferocemente in lotta gli uni contro gli altri. Dovrebbe essere ormai chiaro che Papa Pacelli e la Santa Sede furono tenuti a mantenere sostanzialmente un contegno diplomatico prudente – nondimeno il radiomessaggio natalizio del 24 dicembre 1942 contiene esplicite e intense allusioni alle persecuzioni razziali – poiché anche da questo dipendeva la fragile sovranità di un piccolo Stato, unica garanzia di quel minimo di libertà di azione e di movimento che per altri versi permise di recare soccorso e protezione al maggior numero possibile di perseguitati, tra cui moltissimi ebrei.
Eppure ancora oggi, incredibilmente, sono molti quanti levano l’indice accusatore su Pio XII. Incappa nell’errore pure “Le Nouvel Observateur”. Anche in tal senso la guerra è il trionfo dell’ingiustizia.
Non per nulla appena salito sul Soglio di Pietro proprio Papa Pacelli aveva assunto un motto eloquente: Opus iustitiae pax (“la pace è opera della giustizia”). Un concetto non casuale poiché da decenni ormai la Chiesa si stava battendo per la pace nel mondo. Pio x (1903-1914) che a suo tempo, aveva scelto il motto Instaurare omnia in Christo, contemplando il volgere degli eventi internazionali nella prima decade del secolo xx, aveva presagito il funesto incombere del “guerrone” – il primo conflitto mondiale – morendo poi di dolore alla vigilia delle ormai inevitabili ostilità. Il suo successore Benedetto xv (1914-1922) – che tanto si sarebbe prodigato per le vittime e per i prigionieri di ogni nazionalità, dopo la Nota ai Paesi belligeranti del 1° agosto 1917 in cui egli condannò l’”inutile strage” e tratteggiò i presupposti di fondo, anticipando in qualche modo i famosi “quattordici punti” del presidente statunitense Woodrow Wilson, per una pace basata su una sincera riconciliazione senza vincitori né vinti, nonché per un nuovo, e più giusto, ordine tra le nazioni – fu ripagato con l’incomprensione, l’offesa e il dileggio delle varie parti in lotta.
Venne poi Pio xi. Anch’egli nel suo motto volle ribadire il programma di pace della Chiesa di Dio: Pax Christi in regno Christi. Papa Ratti dopo aver seguito con sofferta trepidazione nei diciassette anni del suo pontificato l’evoluzione della questione sociale – con il dilagante sviluppo del capitalismo selvaggio e la diffusione delle visioni materialistiche dialettiche e pratiche che minavano l’integrità interiore dell’uomo, della famiglia e dei popoli – avendo considerato con occhio profetico il minaccioso imporsi dei sistemi totalitari sulla scena mondiale e sentendosi venir meno, offriva a Dio la propria vita affinché l’umanità fosse risparmiata dalla guerra. Gli succedette il suo più diretto e fedele collaboratore: il cardinale Eugenio Pacelli che significativamente volle anch’egli assumere il nome di Pio. Ma quel 23 agosto 1939 in cui la Germania di Hitler e l’Unione Sovietica di Stalin siglarono il loro famigerato patto di non aggressione le sorti del mondo erano già segnate.

Pio XI alla luce delle nuove fonti archivistiche

È stato presentato il volume, curato da Cosimo Semeraro, La sollecitudine ecclesiale di Pio XI. Alla luce delle nuove fonti archivistiche (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 490, euro 40). Pubblichiamo la sintesi di uno degli interventi.

di Rita Tolomeo

E Garibaldi sformò l’Italia.

di Antonio Socci

Quel che non si dice del mitico generale. Il caso più famoso fu il massacro di Bronte. Ma non ci fu solo quello. La storia del Mille e del loro capo è piena di tante ombre. Ecco quel che dovreste sapere e che non vi è mai stato raccontato…

[Da «il Sabato», 31 gennaio-6 febbraio 1987, p. 19]

L’Unità fu anticattolica. Lo testimoniano duemila pagine redatte tra il 1856 e il 1863 da don Giacomo Margotti pubblicate da Angela Pellicciari

«L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli italiani». Questa frase, attribuita a D’Azeglio, l’abbiamo imparata dai sussidiari ma forse mai ci siamo soffermati a soppesarne l’incongruenza. Sì, perché testimonia il tipico giro mentale degli ideologi a tavolino, che «creano» quel che prima non c’era. Dunque, a sentir D’Azeglio o chi per lui, non c’erano né l’Italia né gli italiani prima del Risorgimento. Invece gli italiani c’erano, eccome. E l’unità politica della penisola non fu fatta in modo corale, ma tramite l’allargamento dello Stato meno italiano di tutti, il Piemonte, a spese di quelli italianissimi Pontificio e Borbonico.

Le crociate? I buoni eravamo noi. Un saggio dello studioso Rodney Stark ribalta le tesi classiche sulle guerre di religione.

di Rino Cammilleri

Chi ha visto il film di Ridley Scott Le crociate è stato confermato nell’idea che dall’Illuminismo in poi l’Occidente ha sul tema: a) i crociati erano rozzi e crudeli, mentre gli islamici erano raffinati e tolleranti; b) l’imperialismo europeo attaccò senza provocazione i pacifici musulmani; c) Saldino era un galantuomo e i crociati dei farabutti; d) da allora i musulmani ci odiano con ragione. Questo mucchio di corbellerie è ribaltato nel più bel libro che mai sia stato scritto sull’argomento: Gli eserciti di Dio. Le vere ragioni delle crociate (Lindau, pagg. 365, euro 24,5) di Rodney Stark. Sì, perché è vero l’esatto contrario di tutti i punti summenzionati. Innanzitutto, i musulmani cominciarono a interessarsi alle crociate solo quando l’Occidente le mise loro in testa, cioè alla fine del XIX secolo. Non solo gli arabi contemporanei quasi non se ne accorsero, perché si trattava solo di invasioni periodiche durate poco e per nulla rivolte contro l’islam in quanto tale. Anzi, i musulmani sudditi dei regni latini di Palestina e Siria erano pure contenti perché i cristiani non li consideravano dhimmi (diversamente da quanto facevano i governanti islamici con cristiani ed ebrei) e le tasse che pagavano erano più leggere che nei circostanti regni musulmani.
«Per molti arabi, inoltre, le crociate non furono che attacchi sferrati contro gli odiati turchi». Infatti, fu quando arrivarono, a mano armata, i turchi – che massacravano i pellegrini – che ebbero inizio le crociate. Le quali ebbero il merito, per la civiltà europea, di fermare l’espansionismo turco per due secoli, dopo i quali l’Europa si ritrovò a doversi difendere fin dentro casa per i successivi quattro.
Per quanto riguarda il Saladino, il romanticume sulla sua figura ammaliò anche il Kaiser, Guglielmo II, il quale depose sulla sua tomba una corona bronzea d’alloro (che poi Lawrence d’Arabia, come tutti gli arabi nemico dell’Impero ottomano, fece sparire). Nel film succitato il giudizio è identico. Eppure, dopo la disfatta inflitta ai cristiani ad Hattin, così il suo segretario, Imad ad-Din, descrisse quel che fu fatto ai templari e agli ospitalieri catturati: «Ordinò che fossero decapitati, preferendo l’ucciderli al farli schiavi. C’era presso di lui tutta una schiera di dottori e sufi, e un certo numero di devoti e asceti: ognuno chiese di poterne ammazzare uno», cosa che Saladino concesse volentieri. Non è vero che mandò liberi tutti gli abitanti di Gerusalemme: metà di questi non poté pagare l’esoso riscatto e fu venduta schiava. Stark dice la sua anche sulla famosa Quarta crociata, quella che conquistò Costantinopoli anziché la Terrasanta. E anche qui rimette le cose a posto. Fin dalla prima spedizione, i bizantini avevano sempre mantenuto un atteggiamento sleale nei confronti dei crociati, tradendoli a più riprese. Addirittura, l’imperatore Isacco II si era alleato col Saladino contro i latini per favorire i greco-ortodossi; presa la Terrasanta, Saladino, secondo i patti, aveva consegnato a questi ultimi ogni chiesa latina. Ora, ancora un volta, la richiesta d’aiuto era partita da Costantinopoli e ancora una volta gli europei avevano risposto. E ancora una volta, giunti sul posto, erano stati traditi. Così, stimarono che l’unico sistema per non essere pugnalati alle spalle era insediare uno di loro a Costantinopoli.
Un’altra leggenda nera da sfatare è il massacro seguito alla presa di Gerusalemme da parte di Goffredo di Buglione alla prima crociata: la città conteneva sui diecimila abitanti, dei quali caddero solo duemila. Nulla a che vedere con i massacri indiscriminati compiuti dai musulmani, specialmente quelli di Baibars e dei mamelucchi, che causarono la fine dei regni latini in Oriente. Massacri, per giunta, tutti compiuti in dispregio della parola data: ambasciatori decapitati, i monaci del Monte Carmelo interamente trucidati, eccetera. Il «peggiore massacro dell’intera epoca delle crociate» fu quello di Antiochia, perpetrato dal musulmano Baibars. Eppure, eccone il ricordo da parte degli storici occidentali: «Steven Runciman gli dedica ben otto righe; Hans Eberhard Mayer una; Cristopher Tyerman, che si era dilungato per molte pagine sugli efferati dettagli del massacro di Gerusalemme nella prima crociata, liquida la carneficina di Antiochia in quattro parole; Karen Armstrong riserva dodici parole al resoconto della strage, di cui attribuisce poi la colpa agli stessi crociati, poiché era stata la loro minaccia a creare un “nuovo islam”».
Perché fallirono le crociate? Dopo aver fatto presente che i regni latini d’Oltremare pur ebbero la stessa durata degli odierni Stati Uniti, Stark punta il dito sulle tasse: mantenerli dissanguava l’Europa. Circondati dalla marea ostile, lontani migliaia di chilometri da casa, richiedevano continui rifornimenti di uomini e mezzi, nonché spedizioni ricorrenti per difenderli o riconquistarli. La fede (sì, la fede) aveva reso sopportabile ogni sacrificio e ogni defaillance era stata imputata ai peccati dei cristiani. Ma quando un santo come Luigi IX vi fallì (e morì) nel corso di ben due delle spedizioni in assoluto meglio organizzate, i cristiani si chiesero se davvero «Dieu le volt» o non era il caso di lasciare per sempre i Luoghi Santi al loro destino.
«Il Giornale» del 29 marzo 2010

Risorgimento esoterico

di Massimo Introvigne

Del lato esoterico degli avvenimenti dell’800 italiano, Massimo Introvigne, direttore del Cesnur, si è occupato a lungo nei suoi studi da sociologo delle religioni. E, in quanto torinese, con un occhio speciale sul lato occulto di una città che ha avuto un ruolo di primo piano nella lotta contro il papato.

1861, la storia da ripensare. Il Risorgimento fu il frutto di élites estranee alla maggioranza del popolo.

di Franco Cardini

Anzitutto, una premessa. Non mi pare si possa eludere la questione di un ripensa­mento serio sul cosiddetto ‘Risorgi­mento’ (che cosa mai sarebbe ‘ri­sorto’, in particolare?) e sul processo di unità nazionale. Al riguardo parla­re di istanze ‘revisionistiche’ o addi­rittura ‘temporalistiche’ o cose del genere mi sembra del tutto fuori luo­go. La storia si deve ripensare di con­tinuo. Oggi, a distanza di 150 anni dal­la fondazione del regno d’Italia, è e­vidente che molte prospettive sono andate mutando e che su di esse han­no senza dubbio lavorato gli specia­­listi, ma sono mancati sia (almeno in parte) un vero e proprio aggiorna­mento nelle scuole, sia un dibattito mediatico fruibile da parte del ‘grande pubblico’, vale a dire di quella porzione della società civile italia­na che non ha ancora ri­nunziato a esser tale. Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità nazio­nale fu mandato avanti da alcune élites peraltro non concor­di fra loro, ma che la maggioranza del­le popolazioni che costituivano la fu­tura Italia unita ne restarono estra­nee. Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizza­ti da un processo dinamico analogo, vale a dire che solo ristrette élites ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Prima: la formula dello Sta­to unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interes­si espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobi­no di garibaldini e mazziniani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari Stati italiani precedenti; la sto- ria d’Italia è eminentemente poli­centrica e municipalistica, per cui u­na soluzione di tipo ‘federale’, ana­loga mutatis mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bi­smarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e op­portuna di quella che, fra l’altro, ge­nerò la colonizzazione e lo sfrutta­mento del Sud da parte del Nord (con fenomeni collaterali quali il brigan­taggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meri­dionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane re­gno.
Secondo: il carattere élitario del ‘movimento risorgimentale’ nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiet­tivo un notevole ritardo nella ‘nazio­nalizzazione delle masse’, nono­stante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedes­sero giusto gli interventisti, ‘demo­cratici’ o ‘rivoluzionari’ che fossero, i quali ritenevano che il bagno di san­gue avrebbe cementato l’edificio del­la patria e che gli italiani, che fatta l’I­talia non erano stati fatti, si sarebbe­ro forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porte­rebbe a concludere che la visione del­la prima guerra mondiale come ‘quarta guerra d’Indipendenza’ e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e alfine anche di Mussolini) e­ra corretta. Attenzione: non sto di­cendo che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del’70). Mi li­mito a dire che anzitutto non fu af­fatto ‘l’invasione degli Hyksos’ come sosteneva Benedetto Croce.
Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Ita­lia un movimento di edificazione del­l’unità nazionale che scegliesse la via federalista, indicata da Gioberti ma ­soprattutto – da Cattaneo: anche sal­vando, ebbene sì, un potere tempo­rale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quel­la via non avrebbe creato la rovinosa ‘questione meridionale’, non avreb­be determinato decenni di crisi mo­rale resa inevitabile dal contrasto tra Stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il Paese (anche in termini morali e culturali: un pic­colo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome); probabilmente avreb­be evitato la rovinosa politica di op­posizione preconcetta all’Austria (vorrei ricordare che Cattaneo auspi­cava che il ‘Commonwealth’ au­striaco restasse in piedi), non si sa­rebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal mo­do, forse, a evitare la guerra franco­prussiana del 1870 ch’è stata la lon­tana ma primaria fonte dei guai di tut­to il continente per i tre quarti di se­colo a venire. Sarebbe bastato ap­poggiare seriamente il progetto di Na­poleone III (in verità, piuttosto del­l’imperatrice Eugenia) di una Lega franco-ispano-italo-bavaro-austro­ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il pro­getto di favorire l’indipendenza po­lacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di ge­stire oculatamente la crisi e la deca­denza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vici­no Oriente (mentre invece lo abbia­mo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovino­samente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea. E lo stes­so sia detto per il nostro mondo im­prenditoriale: un’Europa meridiona­le e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, au­striaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra eco­nomia. Pensiamo solo alle implica­zioni di un’integrazione linee ferro­viarie- linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di pene­trazione orientale dai Bal­cani e da Istanbul fino all’I­ran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe po­tuto sul serio attuare in tem­pi rapidi una linea ferrovia­ria Vienna-Isfahan e colle­gare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla Rus­sia di avvelenare i Balcani con la dro­ga del nazionalismo irredentista, cau­sa della prima guerra mondiale.
Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione fe­deralista. E dopo il fascismo, la guer­ra, il progressivo sfascismo postbelli­co, oggi siamo pervenuti a un Paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è cor­retto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non conclu­dere che quella del regno unitario fu una ‘falsa partenza’. Per cui c’è mol­to da discutere e da studiare. Ma c’è poco da celebrare.
«Avvenire» del 24 marzo 2010

I missionari del Pime e il Risorgimento italiano

di padre Piero Gheddo*

ROMA, giovedì, 18 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il 6 marzo scorso “Avvenire” ha pubblicato un’interessante intervista di Andrea Galli ad Angela Pellicciari sul Risorgimento italiano e la Chiesa. La Pellicciari ha studiato a fondo questo tema e afferma che “tutte le fonti dell’800, sia da parte cattolica che massonica, dicono la stessa cosa: che la fine del potere temporale del Papa era l’obiettivo di forze internazionali legate al protestantesimo e alla massoneria per distruggere la Chiesa”.

La Resistenza accusata di genocidio. La Corte dell’Aia accoglie il ricorso del figlio di un milite della Repubblica sociale assassinato senza processo

di Eugenio Di Rienzo

La malinconica profezia espressa da Piero Buscaroli nel suo bel libro, Dalla parte dei vinti (Mondadori) secondo la quale la memoria degli sconfitti del 1945 sarebbe stata per sempre condannata all’oblio non si avvererà. Luis Moreno Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale dell’Aia ha accolto la domanda che chiede l’apertura di un’inchiesta per la morte di Lodovico Tiramani (milite scelto della Guardia nazionale repubblicana) e di altri quattrocento appartenenti alla Repubblica sociale, trucidati dalle bande partigiane. L’ipotesi di reato è genocidio.
Il Tribunale dell’Aia ha risposto così al figlio di Tiramani, Giuseppe, che, attraverso la consulenza del suo legale Michele Morenghi, ha chiesto l’apertura del procedimento tramite una memoria dove si sostiene che: «Mio padre fu prelevato nei pressi di casa sua a Rustigazzo nel piacentino nel luglio del ’44 da un gruppo partigiano della brigata Stella Rossa, fu processato e condannato a morte senza un giudice, senza un comandante partigiano e senza una sentenza a verbale. Fu fucilato poche ore dopo nei pressi del Monte Moria. Mia madre lo trovò crivellato di colpi. Io non voglio vendette, ho già perdonato tutti coloro che uccisero mio padre, abitavano nel mio paese e li ho conosciuti personalmente dopo la guerra. Chiedo sia fatta giustizia per il suo caso e per tutti gli altri combattenti della Repubblica sociale uccisi in quegli anni nel piacentino».
In questo modo, l’International Criminal Court, la cui competenza si estende a tutti crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale, come il genocidio appunto, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, potrebbe intervenire su una vicenda italiana che per tanti decenni è rimasta volutamente occultata dalla storiografia ufficiale ed è sopravvissuta solo grazie alla memoria dei sopravvissuti. Fino alla comparsa dei libri di Giampaolo Pansa (un grande giornalista che sa bene di storia), quanti italiani conoscevano le tristi vicende della caccia al repubblichino, che si aprì dopo il 25 aprile 1945 per protrarsi fino al 1946 e al 1947? Pochi, pochissini. Soltanto i parenti delle vittime o quanti di noi avevano un amico, un conoscente che visse personalmente quella tragedia. A me capitò di avere questa triste «fortuna» e di apprendere dell’uccisione di un proprietario agricolo dell’Emilia, fucilato insieme al nipote dodicenne, con l’accusa di vaghe simpatie fasciste; della morte di un contadino del bellunese fatto fuori dopo aver rifiutato di vettovagliare una banda partigiana; e del linciaggio di alcuni giovanissimi «ragazzi di Salò» che ora giacciono interrati nel Campo X al cimitero di Musocco a Milano. Ma di tutto questo fino a pochissimo tempo fa neanche un rigo sui libri di storia e ancora oggi nessun accenno nei manuali di scuola che vanno in mano ai nostri giovani.
Eppure autorevoli testimoni di quella guerra fratricida, che si trasformò in tiro al piccione, sapevano. Sapevano e tacquero. Benedetto Croce, ad esempio. Dalla lettura dei Taccuini di guerra del vecchio filosofo, editi solo nel 2004, emerge con forza il timore che la guerra partigiana possa trasformarsi in una rivoluzione «comunistico-socialista», che, in breve, avrebbe consegnato l’Italia a un altro totalitarismo, forse più spietato, come andava dimostrando con abbacinante chiarezza la «liberazione» di Polonia, Ungheria e degli altri paesi danubiani e balcanici, operata dalle truppe sovietiche, coadiuvate dalle formazioni partigiane comuniste. La rivelazione della strage di Katyn, avvenuta da parte dell’Armata Rossa, tra marzo e maggio del 1940, confermava in Croce questo timore, quando anche in Italia si era appreso dell’«eccidio fatto dai russi di migliaia di ufficiali polacchi, che erano loro prigionieri». La minaccia di una sovietizzazione imposta con la violenza, scriveva il filosofo, si avvicinava anche al nostro paese. Era già attiva nelle regioni orientali esposte alle violenze delle «bande di Tito». La si scorgeva serpeggiare nella gestione dell’epurazione antifascista delle strutture statali «maneggiata dai commissari comunisti» che tentavano di attuare «un’infiltrazione del comunismo», perpetrata «contro le garanzie statutarie, conto le disposizioni del codice, per modo che nessuno è più sicuro di non essere a capriccio fermato dalla polizia, messo in carcere, perquisito».
Tutto questo avveniva, in ossequio alla «rivoluzione vagheggiata e sperata». E sempre in ossequio a quel progetto eversivo, le regioni settentrionali dell’Italia, controllate dagli elementi estremisti del Cnl, divenivano il teatro di stragi di massa contro fascisti, ma più spesso contro vittime del tutto innocenti. L’8 agosto 1945 la famiglia Croce riceveva la visita di un conoscente «che ci ha commossi col racconto del fratello incolpevole, non compromesso col fascismo, ucciso con molti altri a furia di popolo a Bologna». Nella stessa pagina del diario, si annotava: «In quella città gli uccisi sono stati due migliaia e mezzo, tra questi trecentocinquanta non identificati».
Tra il vero antifascismo e resistenza si scavava, con questa testimonianza, un abisso profondo. Si alzava uno steccato, che soltanto la costruzione di una memoria contraffatta di quegli anni terribili ha potuto per molto tempo celare.
«Il Giornale» del 12 marzo 2010