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	<title>Segni dei tempi &#187; Chiesa</title>
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	<description>C'è un mistero, c'è un contenuto nascosto nella storia (...) Il mistero è quello delle opere di Dio, che costituiscono nel tempo la realtà autentica, nascosta dietro le apparenze.  Card. Jean Danièlou</description>
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		<title>Don Luigi Guanella, il santo della povertà materiale e spirituale</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 07:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sarà canonizzato l&#8217;anno prossimo</p> <p style="text-align: justify;">di Carmen Elena Villa</p> <p></p> <p>ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- “Voglio essere spada di fuoco nel ministero santo” fu la frase pronunciata subito dopo essere diventato sacerdote da don Luigi Guanella, fondatore delle comunità dei Servi della Carità e delle Figlie di Santa Maria della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Sarà canonizzato l&#8217;anno prossimo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di Carmen Elena Villa</em></p>
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<p><!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--></p>
<p>ROMA,  martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- “Voglio essere spada di fuoco  nel ministero santo” fu la frase pronunciata subito dopo essere  diventato sacerdote da don Luigi Guanella, fondatore delle comunità dei  Servi della Carità e delle Figlie di Santa Maria della Divina  Provvidenza.</p>
<p>Sarà canonizzato l&#8217;anno prossimo da Papa Benedetto  XVI, che il 1° luglio scorso ha firmato il decreto in cui si accettava  il miracolo per sua intercessione.</p>
<p>Don Guanella ha sempre  nutrito una profonda devozione per il ministero del Pontefice, volendo  essere un soldato del Papa: combattente, difensore, obbediente a lui e  ai suoi desideri.</p>
<p>“Guardiamo alla stella che ci guida e non periremo”, diceva sul Successore di Pietro.</p>
<p><strong>La vita</strong></p>
<p>Luigi  Guanella nacque nel dicembre 1842 a Val San Giacomo, in provincia di  Como. Aveva 12 fratelli. Nel suo paese natale iniziò fin da piccolo a  coltivare il dono della fede. “Nelle lunge serate, specialmente in  quelle festive, si leggeva la Bibbia Santa e parecchie vite di santi. Il  Santo Rosario era poi la preghiera che papà Lorenzo e mamma Maria  recitavano assieme ai numerosi figli”, si legge nella sua autobiografia.</p>
<p>Studiò al collegio Gallio di Como, poi entrò in seminario.  Quando tornava al suo paese per le vacanze, approfittava dell&#8217;occasione  per far visita ai poveri e ai contadini. Da lì iniziò a fiorire la sua  acuta sensibilità sociale.</p>
<p>La sua azione pastorale si sviluppò  nel contesto del movimento di unificazione dell&#8217;Italia e della  dominazione austriaca nel nord del Paese.</p>
<p>Ricevette  l&#8217;ordinazione sacerdotale nel 1866. Per un anno andò in un paesino  vicino a L&#8217;Aquila, e per tre anni appartenne all&#8217;Ordine di San Giovanni  Bosco, che conobbe personalmente. Poi tornò ad essere sacerdote  diocesano. Si preoccupava sempre della forza spirituale dei suoi fedeli e  dell&#8217;attenzione per i più poveri.</p>
<p>“Ho nell&#8217;anima la carità e  la consapevolezza che Dio ci ha inviato al mondo per costruire una  società giusta e diventare per queste persone madre, padre, sorella,  fratello per servire questa gioia di vivere”, diceva il futuro santo.</p>
<p>“Il  suo metodo pedagogico era ispirato a quello &#8216;preventivo&#8217;, avendo anche a  cuore di creare una sensibilità negli educatori”, ha detto a ZENIT il  postulatore della sua causa di canonizzazione, padre Mario Carrera.</p>
<p>Con  un gruppo di donne, Guanella si dedicò ad avviare una residenza per  anziani. Iniziava così una nuova Congregazione: le Figlie di Santa Maria  della Divina Provvidenza, da cui nacque anche un ramo maschile: la  congregazione dei Servi della Carità.</p>
<p>Don Guanella si  interessava di ogni povertà, di quella materiale ma anche di quella  spirituale. Uno dei suoi discepoli fu il celebre psicologo Agostino  Gemelli (1878 – 1959), che nacque e crebbe in una famiglia di liberi  pensatori, ma quando conobbe il sacerdote si convertì radicalmente al  cattolicesimo, entrando in seguito nell&#8217;Ordine francescano.</p>
<p>“Quello  che la scienza umana non potrà mai compiere, lo ha compiuto don  Guanella con la sua fede e la capacità di lavorare”, diceva.</p>
<p>Nel  1915 don Guanella andò in Abruzzo per portare aiuto alle vittime di un  terremoto che aveva devastato la zona. Morì lo stesso anno a Como, e  venne beatificato da Papa Paolo VI nel 1964.</p>
<p>Attualmente la  Famiglia Guanelliana, composta dai Servi della Carità e dalle Figlie di  Santa Maria della Divina Provvidenza come da vari collaboratori laici, è  diffusa in vari Paesi, come Argentina, Cile, Paraguay, Brasile,  Colombia, Guatemala, Messico, Spagna, Stati Uniti, India, Filippine,  Ghana, Congo e Nigeria.</p>
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		<title>Newman dottore della Chiesa? Parola di Ratzinger</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 07:07:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di Paolo Pegoraro apparso sulla rivista “Jesus” (08/2010).</p> <p style="text-align: justify;">Sarà papa Benedetto XVI a celebrare la beatificazione di John Henry Newman a conclusione della sua storica visita nel Regno Unito. Si tratterà, infatti, della prima visita di Stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito  un articolo a firma di Paolo Pegoraro apparso sulla rivista “Jesus”  (08/2010).</p>
<p style="text-align: justify;">Sarà papa  Benedetto XVI a celebrare la beatificazione di John Henry Newman a  conclusione della sua storica visita nel Regno Unito. Si tratterà,  infatti, della prima visita di Stato di un Pontefice in terra britannica  – quella di Giovanni Paolo II nel 1982 fu una visita pastorale – e  culminerà nell’incontro con la Regina Elisabetta II e con il Primate  della Comunione anglicana, Rowan Williams. «L’Arcivescovo di Canterbury –  commenta il suo Rappresentante presso la Santa Sede, il reverendo David  Richardson – la vede come un’opportunità per cementare i legami tra la  Santa Sede e il Regno Unito e anche tra la Chiesa Cattolica Romana e  altre chiese cristiane in Scozia, in Inghilterra e in Galles». Gli  estimatori di Newman sono molti e non solo tra i cattolici. Il suo  contributo al rinnovamento della Chiesa d’Inghilterra tramite il  Movimento di Oxford è ancora vivo. «Newman – spiega il reverendo  Richardson – ha plasmato profondamente la futura evoluzione della  teologia anglicana. In primo luogo, ricordandoci la natura divina della  Chiesa. Poi radicando e fondando di nuovo il ministero nella successione  apostolica. Infine suscitando, insieme a Pusey, una rinascita duratura  della teologia patristica nell’anglicanesimo». Tra i suoi ammiratori di  lungo corso c’è anche Benedetto XVI che, ancora cardinale, rievocò il  proprio personale incontro con l’opera di Newman in occasione del  centenario della sua morte (28 aprile 1990). La conclusione –  sorprendente, riletta a vent’anni di distanza – tocca un punto molto  caro a Ratzinger teologo e pastore: «Il segno caratteristico del grande  dottore nella Chiesa mi sembra essere quello che egli non insegna solo  con il suo pensiero e i suoi discorsi, ma anche con la sua vita, poiché  in lui pensiero e vita si compenetrano e si determinano reciprocamente.  Se ciò è vero, allora davvero Newman appartiene ai grandi dottori della  Chiesa, perché egli nello stesso tempo tocca il nostro cuore e illumina  il nostro pensiero». Questa è, in effetti, la chiave di volta della  figura di Newman: una continua osmosi tra pensiero e vita. Proprio come  la sua conversione al cattolicesimo, maturata attraverso lo studio e la  fedeltà alla coscienza, significò innanzi tutto una mai conclusa  conversione dell’intelletto.</p>
<p style="text-align: justify;">John Henry Newman nacque il 21  febbraio 1801 in una famiglia anglicana, ma il suo “fervore evangelico”  si accese solo verso i quindici anni quando, durante la prima di molte  malattie, lesse alcuni libri calvinisti. Il suo carattere era riservato  ma molto amichevole, scrupoloso fino al perfezionismo e non privo di  ambizione. Caratteristiche che traspaiono, paradossalmente, quando il  giovane Newman consegue la “laurea” con il minimo dei voti: eccesso di  studio e aspettative troppo alte lo avevano sfiancato. Un incidente di  percorso che finirà con il precludergli la strada per gli studi legali,  spingendolo a intraprendere la carriere ecclesiastica: diacono anglicano  nel 1824, verrà ordinato sacerdote l’anno seguente. Nel frattempo  Newman era anche diventato <em>fellow</em> presso l’Oriel College, il più  prestigioso di Oxford, dove fu affascinato dal razionalismo di Richard  Whately, futuro arcivescovo anglicano di Dublino, che lo aiutò a  sviluppare la propria abilità retorica. Ma l’amicizia con Richard  Hurrell Froude, Edward Pusey e John Keble, nonché la morte della sorella  minore Mary e altre due gravi malattie, lo convinsero dei limiti di  un’impostazione soggettivistica centrata sulla sola eccellenza  intellettuale. Proprio dopo l’ultima malattia, che lo colpì durante un  viaggio in Sicilia, Newman avvertì di aver ricevuto una missione  personale, sconosciuta ma inderogabile. «Non ti chiedo di vedere –  scrisse nel suo <em>Diario</em> –, non ti chiedo di sapere, ti chiedo  semplicemente di essere messo all’opera». Cominciò così il suo impegno  nel Movimento di Oxford, il quale respingeva le ingerenze del governo  britannico nella vita ecclesiale e rivalutava la continuità storica tra  cattolicesimo e anglicanesimo. Secondo Newman, che attraverso scritti e  sermoni fu a lungo il principale esponente del movimento, la Chiesa  d’Inghilterra rappresentava una “via media” tra gli eccessi del  cattolicesimo romano e gli errori del protestantesimo. Rivoltosi alla  patristica per comprendere quello che la Chiesa aveva insegnato <em>semper et ubique</em>,  però, il giovane sacerdote entrò in una profonda crisi di coscienza.  Studiando la crisi ariana del IV secolo si rese conto che l’ipotesi di  una via intermedia non era una soluzione, ma un errore antico. Dove  trovare, allora, la vera Chiesa? Newman approfondì le ricerche per altri  quattro anni. Prima di concludere il suo studio sulle origini del  cristianesimo (<em>Lo sviluppo della dottrina cristiana</em>, 1845) aveva  tuttavia deciso: la coscienza gli imponeva di riunirsi alla Chiesa di  Roma. «I Padri mi fecero cattolico – ribadirà in seguito, quando  s’insinuò un suo imminente ritorno all’anglicanesimo – e io non intendo  buttare a terra la scala per la quale sono salito nella Chiesa». Nella  notte tra l’8 e il 9 ottobre 1845, il passionista Domenico Barberi – poi  beatificato da papa Paolo VI – giunse a Littlemore, il paese dove  Newman si era ritirato da vicario della chiesa dell’Università, e  accolse la sua lunga confessione. Negli anni successivi furono  numerosissimi – si parla di un migliaio – i membri della Chiesa  anglicana che imitarono il futuro cardinale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ordinato sacerdote cattolico a Roma, Newman entrò nell’Ordine degli oratoriani di san Filippo Neri, che dovette ricordargli i <em>college</em> di Oxford. Rientrò in Inghilterra senza immaginare il calvario di disprezzo e sospetto che lo attendeva. Nel recente volume <em>John Henry Newman. Una biografia spirituale</em> (Lindau 2010), Roderick Strange – rettore del Pontificio Collegio Beda  di Roma –sottolinea opportunamente una caratteristica della sua santità:  la fedeltà nonostante le numerose sconfitte e delusioni. Nel 1851  Newman fu coinvolto nel processo contro Giacinto Achilli, un ex  domenicano che attaccava il cattolicesimo da parte evangelica. Newman si  fece voce del cardinal Nicholas Wiseman, riportando contro Achilli  alcune accuse di molestie documentate anni addietro. Ma poiché Wiseman  aveva smarrito il carteggio delle prove, Newman fu citato per  diffamazione e incontrò la pubblica riprovazione. Nello stesso anno i  vescovi irlandesi lo contattarono perché diventasse rettore di una nuova  università cattolica in Irlanda; nel 1858, però, Newman si dimise per  divergenze di visioni e tornò all’Oratorio di Birmingham. L’anno prima i  vescovi inglesi lo avevano incaricato di supervisionare la nuova  traduzione della Bibbia. Newman vi si dedicò a lungo con proverbiale  acribia, ma il progetto fu annullato. Nel 1859 gli venne affidata la  direzione della rivista cattolica «The Rambler». Ne produsse un solo  numero, perché il suo articolo sul ruolo dei laici nella Chiesa (<em>On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine</em>)  fu criticato da Roma. Mai sopiti sospetti nei confronti della sua  conversione si erano riaccesi. Newman si offrì di chiarire il proprio  punto di vista e gli vennero inviate, tramite il cardinal Wiseman, una  serie di domande che, tuttavia, non gli furono mai recapitate. E mentre  Newman dava per risolta la questione, a Roma cresceva il discredito nei  suoi confronti. Solo otto anni dopo, quando il confratello e amico  Ambrose St John si recò in visita in Vaticano, l’incidente fu chiarito.  Non è difficile immaginare che il morale di Newman fosse a terra. Così,  quando un articolo lo tacciò di “disinteresse verso la verità”, egli si  sentì in dovere di scrivere una vibrante storia delle sue opinioni  religiose. E l’<em>Apologia pro vita sua</em> (1865) riuscì nell’intento:  ne ripristinò la stima e l’autorevolezza, e gli riguadagnò vent’anni di  amicizie perdute da parte anglicana. Ma un’ultima prova lo attendeva.  Gli fu affidato il compito di fondare una missione oratoriana a Oxford,  cosa che alcuni cattolici – compreso l’arcivescovo di Westminster, il  cardinale Henry Manning – non vedevano di buon occhio. Fu stabilito in  segreto che, alla fondazione dell’oratorio, Newman non potesse andarci a  vivere. Ed egli, in silenzio, come suo solito, si ritirò.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiero  e vita: in questo binomio si ritrovano molte caratteristiche di Newman.  La sua attenzione per una formazione globale degli studenti, ad  esempio, come si legge ne <em>L’idea di università</em>: l’educazione  dev’essere una “introduzione alla realtà totale”, intuizione poi ripresa  da don Giussani. Pensiero e vita. Newman non fu uno studioso arido.  Scrisse narrativa (<em>Callista</em>, 1855), compose poesia (<em>Il sogno di Gerontius</em>,  1865), e le sue opere influirono profondamente su autori come Hilaire  Belloc, Gilbert K. Chesterton, fino a J.R.R. Tolkien e Bruce Marshall. È  anche per questo che, nella recente udienza ai vescovi dell’Inghilterra  e del Galles, papa Benedetto XVI lo ha additato a modello: «Grandi  scrittori e comunicatori della sua statura e della sua integrità sono  necessari nella Chiesa oggi e spero che la devozione a lui ispirerà  molti a seguirne le orme». Pensiero e vita, ancora una volta. Nella sua  famosa <em>Grammatica dell’assenso</em> (1870) Newman ricordò che la fede è  un atto personale che non si esaurisce nella sola comprensione  razionale, perché è soprattutto obbedienza alla retta coscienza. Ribadì  più volte come, attraverso i suoi sermoni, non desiderasse conquistare  il raziocinio delle persone senza averne anche toccato il cuore, aprendo  uno spazio alla grazia. «Stabilisco come canone fondamentale – dirà –  che un sermone per essere efficace deve essere imperfetto». Quando papa  Leone XIII lo creò cardinale, il 15 maggio 1879, Newman scelse  significativamente come suo motto <em>Cor ad cor loquitur</em>, “il cuore  parla al cuore”. Anche poco prima di ricevere la porpora vi furono nei  suoi confronti ostruzionismi e incomprensioni, ma il cappello  cardinalizio dissipò infine le ombre che per troppo tempo avevano  oscurato la sua figura. Newman visse altri undici anni; morì nel suo  letto il 11 agosto 1890. <em>Ex umbris et imaginibus in veritatem</em>, recita l’epitaffio da lui stesso composto: dalle ombre e dalle immagini – finalmente – alla verità.</p>
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		<title>Nell&#8217;Orissa più di 4.000 cristiani subiscono soprusi e conversioni forzate</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 07:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- A due anni dai pogrom anticristiani nello Stato indiano dell’Orissa, in 20 villaggi del distretto di Kandhamal più di 4.000 persone subiscono ancora discriminazioni sociali e conversioni forzate da parte degli indù.</p> <p style="text-align: justify;">Oltre alla paura di minacce e alla totale esclusione dall’economia locale, rivela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- A due anni dai pogrom  anticristiani nello Stato indiano dell’Orissa, in 20 villaggi del  distretto di Kandhamal più di 4.000 persone subiscono ancora  discriminazioni sociali e conversioni forzate da parte degli indù.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alla paura di minacce e alla totale esclusione dall’economia locale, rivela <a href="http://ww.asianews.it/" target="_blank">AsiaNews</a>, ai cristiani è proibito anche usare l’acqua delle fontane pubbliche e raccogliere legna nella foresta.</p>
<p style="text-align: justify;">“La  gente vive ancora nella miseria. Hanno diritto a vivere una vita  dignitosa e il Governo dell’Orissa ha l’obbligo di proteggere i  cristiani da questi trattamenti disumani”, ha affermato l&#8217;Arcivescovo di  Cuttack-Bhubaneswar, monsignor Raphael Cheenath.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presule ha  invitato le autorità locali a risarcire le persone colpite dai pogrom  rimaste senza casa e ha denunciato l’insufficienza delle compensazioni  erogate fino a questo momento: circa 800 euro per le case completamente  distrutte e 300 euro per quelle parzialmente danneggiate.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo  Stato dovrebbe aumentare i finanziamenti, da 800 euro ad almeno 3mila a  seconda del danno. Solo così, potranno essere ricostruite chiese,  scuole, sedi di organizzazioni e istituti”, ha dichiarato.</p>
<p style="text-align: justify;">Monsignor  Cheenath ha inoltre sottolineato che è stata fatta un’assegnazione  arbitraria dei finanziamenti, senza consultare le vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra  il dicembre 2007 e l&#8217;agosto 2008, gli estremisti indù hanno ucciso 93  persone, bruciato e depredato più di 6.500 case, distrutto oltre 350  chiese e 45 scuole. I pogrom hanno provocato lo sfollamento di più di  50.000 persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Gran parte degli autori dei crimini è a  tutt&#8217;oggi in libertà, e al processo presso il tribunale di Kandhamal i  testimoni sono stati messi a tacere con minacce e discriminazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal  22 al 24 agosto, vittime, attivisti per i diritti umani e leader  religiosi hanno organizzato un tribunale popolare a Nuova Delhi per far  luce sui fatti e chiedere l’intervento del Governo centrale indiano.</p>
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		<title>Non c’è liberalismo senza Dio</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 06:55:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il saggio di Marcello Pera con un testo del Papa. «Il cristianesimo, chance dell’Europa» di Maria Antonietta Calabrò Tratto da Il Corriere della Sera del 23 novembre 2008</p> <p style="text-align: justify;">«La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza», di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il saggio di Marcello Pera con un testo del Papa. «Il cristianesimo, chance dell’Europa»<br />
di <strong>Maria Antonietta Calabrò</strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.corriere.it" target="_blank">Il Corriere della Sera</a> del 23 novembre 2008</p>
<p style="text-align: justify;">«La mia posizione è quella del laico e liberale che si rivolge al  cristianesimo per chiedergli le ragioni della speranza», di una  «speranza» possibile per la nostra società, per la politica, per il  mondo delle istituzioni, ed in particolare per la vecchia Europa, «la  terra più scristianizzata dell&#8217;Occidente e se ne fa un vanto». Dove  vivere come se nessun Dio esistesse «non sta dando i frutti promessi».  Europa che al cristianesimo deve ritornare «se vuole davvero unificarsi  in qualcosa che assomigli ad una nazione, una comunità morale». Nel suo  nuovo libro (Mondadori), Marcello Pera si mette sulle orme di Kant, (che  nella Critica della ragion pratica affermava: «La speranza comincia  soltanto con la religione»), e di Benedetto Croce («Non possiamo non  dirci cristiani»). Ma ancora di più segue la lezione «scientifica»  dell&#8217;empirismo inglese di Locke (che scrisse La ragionevolezza del  cristianesimo), dei Padri fondatori della nazione americana e di  Tocqueville. E proprio a partire dallo studio dei problemi drammatici di  ordine morale, politico, religioso posti dalla convivenza umana  contemporanea (da quelli bioetici a quelli dell&#8217;integrazione) giunge a  spingersi più in là: dal «non possiamo non dirci» al «dobbiamo dirci  cristiani».</p>
<p style="text-align: justify;">I cambiamenti dell&#8217;ultimo scorcio del XX secolo richiedono, secondo  Pera, per logica interna, questo ulteriore sviluppo, rispetto ai tempi  in cui la società era ancora per larga parte permeata dal cristianesimo e  dal suo spirito religioso. Perciò arriva a sostenere, dimostrandolo,  che «alzare la bandiera cristiana» è l&#8217;unica occasione affinché non solo  l&#8217;Occidente, ma anche ogni singolo essere umano (il liberalismo è per  sua natura non etnocentrico, ma universalista) possa ancora avere una  prospettiva positiva, una chance. «Non si tratta — annota Pera — di  conversioni o illuminazioni o ravvedimenti». Sono queste «tutte cose  importanti, delicate e rispettabili ma che attengono alla sfera della  coscienza personale». «Si tratta di coltivare una fede (altra  espressione appropriata non c&#8217;è) in valori e principi che caratterizzano  la nostra civiltà, e di riaffermare i capisaldi di una tradizione della  quale siamo figli». E ancora: «I grandi Padri del liberalismo classico,  questo problema lo avevano chiaro (&#8230;). Oggi che è diventato  anticristiano, il liberalismo è senza fondamenti e le sue libertà sono  appese nel vuoto». Si potrebbe dire che le «equazioni laiche» di Pera —  ordinario di Filosofia della scienza a Pisa, studioso di Karl Popper,  già coautore insieme all&#8217;allora cardinale Ratzinger del bestseller Senza  radici — a livello della «ragion pratica» o della phronesis  aristotelica, fanno il paio con quello che sul piano della metafisica è  il teorema di Gödel, che dimostra matematicamente la necessità  dell&#8217;esistenza di Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una parte: «Dio esiste necessariamente, come volevasi dimostrare».  Dall&#8217;altra: «Per ciò e per concludere, dobbiamo dirci cristiani». Pera  scrive: «Liberalismo e cristianesimo sono congeneri. Togliete al primo  la fede del secondo, e anch&#8217;esso scomparirà». Il liberale è «cristiano  per cultura». Per lui il «dono di Dio» è solo «un patrimonio di virtù,  costumi, civiltà: la nostra». Differente dal «cristiano per fede» in  Gesù Cristo, personalmente incontrato, seguito, amato. Ma essere solo  «cristiano per cultura», giunti ormai alla fine del primo decennio del  XXI secolo, non basta nemmeno più, secondo Pera: «Colui che si limita o  si sente limitato, a sentirsi cristiano per cultura» non deve negarsi  alla possibilità anche di credere in Cristo. «È necessario che la  ricchezza dell&#8217;esperienza umana non sia amputata della presenza nella  nostra vita del senso del divino, del sacro, del mistero,  dell&#8217;infinito». Naturalmente questo è «un appello, motivato e  drammatico, non ancora (se mai lo sarà) una soluzione teoreticamente già  disponibile». Sono ragionamenti che hanno delle conseguenze «politiche»  che faranno molto discutere. Pera, ad esempio, confuta quelli che negli  ultimi anni sono diventati dei veri e propri tabù del dibattito  pubblico italiano e internazionale. E cioè che possa esistere il  cosiddetto «dialogo interreligioso». In questo, lo stesso Benedetto XVI,  nella lettera che introduce al volume (un evento eccezionale, se non  unico) e che qui pubblichiamo integralmente, gli dà apertamente ragione.  Si deve piuttosto parlare di «dialogo tra culture».</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo Pera dimostra la contraddittorietà intrinseca del  concetto di «multiculturalità». Affinché quello che la ragione riconosce  come necessario possa accadere nella vita di ciascuno e nella storia di  nazioni e popoli, ci vuole una decisione. «Alla fine, sta a noi  scegliere. (&#8230;) La scelta cristiana, di darsi a Dio (credente in  Cristo, ndr) o di agire velut si Christus daretur (cristiano per  cultura, ndr) ha prodotto i migliori risultati. Quella scelta ha grandi  vantaggi, anche nel campo dell&#8217;etica pubblica. (&#8230;) Non separeremo la  moralità dalla verità, non confonderemo l&#8217;autonomia morale con la libera  scelta individuale, non tratteremo gli individui, nascenti o morenti,  come cose, non acconsentiremo a tutti i desideri di trasformarsi in  diritti, non confineremo la ragione nei soli limiti della scienza, non  ci sentiremo più soli in una società di estranei o più oppressi in uno  Stato che si appropria di noi perché noi non sappiamo più orientarci da  soli». Ma una simile decisione, nessuno può nasconderselo, può essere  generata solo dall&#8217;incontro con un fatto che susciti una fiducia e  un&#8217;attesa. Di Ratzinger, «Papa della speranza cristiana», Pera scrive:  «Posso solo dire che, nonostante tutte le mie sollecitazioni interiori,  questo lavoro non ci sarebbe stato se Benedetto XVI non avesse scritto e  parlato e non testimoniasse ciò di cui scrive e parla». Un fatto,  insomma, che mantenga «aperta» la ragione a quella possibilità che tutto  (il relativismo, l&#8217;aggressività del fondamentalismo religioso, la  reificazione dell&#8217;uomo) «invoca» come necessaria. Solo la speranza, di  cui scrive Paolo nella Lettera agli Ebrei, colma lo iato tra la  condizione percepita dalla ragione come necessaria e la realtà. È per  questo che Charles Péguy, nel Portico del Mistero della seconda virtù,  fa dire a Dio: «La fede che più amo è la speranza».</p>
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		<title>Massoneria e leggi antireligiose nella Spagna repubblicana</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 07:12:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Vicente Cárcel Ortí</p> <p style="text-align: justify;">Durante il primo trimestre repubblicano, in Spagna dal 14 aprile al 14 luglio 1931, data dell&#8217;apertura delle  Corti costituenti, l&#8217;attività legislativa del Governo provvisorio, che non aveva ancora ricevuto una legittimazione politica, fu alquanto intensa. Molte misure allora adottate, e altre che lo sarebbero state nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Vicente Cárcel Ortí</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Durante il primo trimestre repubblicano, in Spagna dal 14 aprile al 14  luglio 1931, data dell&#8217;apertura delle  Corti costituenti, l&#8217;attività  legislativa del Governo provvisorio, che non aveva ancora ricevuto una  legittimazione politica, fu alquanto intensa. Molte misure allora  adottate, e altre che lo sarebbero state nei mesi successivi, relative  alla Chiesa &#8211; oggi accettate pacificamente dai vescovi in generale e  forse anche dalla maggior parte dei cattolici ragionevoli &#8211; nel 1931  risultarono molto conflittuali e polemiche dal punto di vista sia del  contenuto sia della forma, in quanto lo Stato per secoli aveva regolato  le sue relazioni con la Chiesa tramite concordati e accordi che avevano  rango di trattati internazionali e, di conseguenza, effetti civili.  Inoltre il nuovo ministro di stato, Alejandro Lerroux, nel primo  incontro che ebbe con il nunzio Federico Tedeschini, promise formalmente  che nulla, assolutamente nulla di ciò che riguardava la Chiesa, sarebbe  stato trattato senza consultare previamente la Santa Sede.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Governo provvisorio tuttavia, non solo cominciò a legiferare  unilateralmente, senza ascoltare la Chiesa né cercare un minimo  negoziato che evitasse tensioni, ma s&#8217;intromise direttamente in una  serie di materie importanti per la maggioranza cattolica del Paese, con  una violenza e un radicalismo tali che in pochi giorni gli procurarono  l&#8217;ostilità di gran parte della popolazione e la diffidenza dei vescovi, i  quali, fin dal primo momento, avevano mostrato leale obbedienza al  nuovo regime, rispetto per le nuove autorità e desiderio sincero di  collaborare con esse per il bene comune di tutti gli spagnoli. Con una  serie di leggi, decreti, circolari e regolamenti, si cercò di  disarticolare la plurisecolare organizzazione ecclesiastica, eliminando  diritti e privilegi che la <img src="http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/203q04a1.jpg" border="0" alt="" width="312" height="159" align="left" />Chiesa possedeva da lungo tempo grazie alla confessionalità dello Stato e alla stretta unione fra Trono e Altare.<br />
Nel prendere in modo così rapido e perentorio tali decisioni, i nuovi  dirigenti repubblicani dimostrarono poco tatto politico affrontando  questioni complesse, fondamentali per una pacifica convivenza sociale,  poiché alcune delle disposizioni adottate risultavano eccessivamente  innovative, erano indubbiamente allarmanti per il cattolicesimo  tradizionale e molto pericolose per i settori più integralisti del clero  e del laicato, come, ad esempio, la piena libertà di culto e di  coscienza, decretata il 22 maggio, il carattere volontario  dell&#8217;insegnamento religioso negli istituti statali (6 maggio), o la  secolarizzazione dei cimiteri (9 luglio).<br />
Furono anche soppressi i corpi ecclesiastici dell&#8217;esercito (30 luglio),  dell&#8217;armata (10 luglio) e degli ordini militari (29 aprile). Fu  soppresso anche l&#8217;obbligo che avevano i militari di assistere agli atti  religiosi durante i giorni festivi (18 aprile) e furono adottate altre  misure che dimostrarono l&#8217;intenzione rivoluzionaria del Governo, mentre  sarebbe stata preferibile un&#8217;intesa pacifica con la Chiesa, tenendo  anche presente che più della metà della Spagna non era repubblicana e  considerava l&#8217;uscita di scena del re Alfonso xiii e la presa di potere  da parte del Governo provvisorio come un autentico colpo di Stato  sebbene, al momento, senza spargimento di sangue.<br />
Si sa che nelle elezioni amministrative del 12 aprile 1931 vinsero i  candidati monarchici e solo nelle grandi città quelli repubblicani;  questi ultimi però s&#8217;imposero con la violenza e le minacce sui primi e,  quando ancora non si conoscevano i risultati definitivi delle elezioni,  presero il potere e vi si stabilirono senza trovare alcuna opposizione  popolare, a causa della paura e del disorientamento che erano diffusi  tra la popolazione antirepubblicana.<br />
A meno di due mesi dalla proclamazione della Repubblica, il giornale  cattolico &#8220;El Debate&#8221; lanciava il seguente allarme:  &#8220;È il momento di  unire le volontà e di conquistare simpatie. Perché governare è prima di  tutto unificare. I nostri attuali governanti non la pensano così. E la  maggior parte dei ministri sembrano impegnati a oltraggiare ogni giorno  una classe sociale. Ieri l&#8217;esercito, un altro giorno un partito  politico, oggi la Chiesa, domani un qualsiasi gruppo di cittadini&#8221; (4  giugno 1931).<br />
Dinanzi alla piega che gli eventi stavano prendendo, l&#8217;amministratore  apostolico di Lugano, monsignor Aurelio Bacciarini, suggerì al cardinale  segretario di Stato vaticano, Eugenio Pacelli, di applicare in Spagna  le misure adottate nel Canton Ticino della Svizzera sulla possibilità  d&#8217;indire un referendum per abrogare leggi e decreti. Era da temere che  la massoneria avrebbe fatto tutto il possibile per neutralizzare questa  iniziativa dei cattolici e perciò sarebbe stato necessario usare una  buona tattica e molta prudenza per metterla in atto. Bacciarini comunicò  in via riservata a Pacelli di aver saputo da fonte certa che la  massoneria in Spagna stava occupando i posti chiave del potere politico  per controllare l&#8217;organizzazione del nuovo Stato mediante una  legislazione apertamente anticlericale e stava progettando di disfarsi  del presidente del Governo provvisorio, Alcalá-Zamora:  un cattolico  praticante, dalle idee liberal-repubblicane, anche se era considerato  dagli stessi cattolici un politico debole e di scarso prestigio, come  vedremo in un altro articolo dedicato ai suoi rapporti con Pio XI.<br />
Non esiste una storia puntuale della massoneria spagnola che abbia  compiuto una sintesi obiettiva dell&#8217;abbondante bibliografia sul tema,  non segnata da un&#8217;impronta polemica, perché le parti, in molte  occasioni, hanno espresso idee e atteggiamenti tanto opposti quanto  falsi. Per questa ragione molti dati forniti dalle cronache, sia  massoniche sia antimassoniche, non resistono alla più elementare critica  storica. Tuttavia un esperto, fra i migliori e più recenti, afferma che  già dalla dittatura di Primo de Rivera &#8220;la storia della massoneria  spagnola è intimamente relazionata, se non addirittura un tutt&#8217;uno, con i  diversi atteggiamenti e le diverse situazioni politiche della Spagna,  con un marcato carattere anticlericale, repubblicano e separatista, che  portò molti dei suoi membri a una torbida partecipazione alla Seconda  repubblica e alla successiva Guerra Civile&#8221; (J. A. Ferrer Benimeli).<br />
Nel commentare le prime disposizioni governative sull&#8217;insegnamento  religioso, monsignor Tedeschini, il 25 maggio 1931, disse a Pacelli che  esse violavano apertamente il Concordato poiché ne modificavano  radicalmente il contenuto. Il Governo si proponeva di impedire che nelle  scuole si formasse la coscienza dei bambini, contro la volontà dei  genitori che lo esigevano; o ponendo a questi ultimi numerosi ostacoli  burocratici affinché non riuscissero nel loro intento educativo. In tal  modo si sarebbe favorito l&#8217;ateismo e la tradizionale &#8220;Spagna cattolica&#8221;  sarebbe stata radicalmente trasformata in Stato non solo laico, ma anche  apertamente anticlericale e settario.<br />
Compiendo gli ordini ricevuti da Pacelli, Tedeschini, il 29 maggio,  consegnò una nota diplomatica al presidente del Governo provvisorio e al  ministro di Stato per manifestare loro &#8220;la sorpresa, il dolore e la  protesta della Santa Sede per i decreti pubblicati nei giorni scorsi  sulla libertà di culto, sull&#8217;insegnamento religioso nelle scuole  pubbliche e sulle disposizioni ad esso legate, e sull&#8217;antico e solo  grazie alla Chiesa creato e conservato patrimonio artistico  ecclesiastico della Spagna, decreti che sono profondamente lesivi non  solo della condizione giuridica che lo statuto fondamentale della  nazione attribuisce alla Chiesa, ma anche del concordato fra la Spagna e  la Santa Sede Apostolica&#8221;.<br />
La nota fu consegnata personalmente a Lerroux, assente dalla Spagna al  momento della pubblicazione di tali decreti; il ministro di Stato si  giustificò dicendo che se egli fosse stato presente al consiglio dei  ministri avrebbe mantenuto la sua promessa di frenare le decisioni  precipitose del Governo e di non favorire quelle inopportune.<br />
Diversa fu l&#8217;accoglienza che il presidente Alcalá-Zamora riservò a tale  nota. Questi la ricevette con evidente contrarietà, dando a intendere  che tutto in essa sembrava rivolto contro la sua persona. In realtà il  Governo provvisorio repubblicano s&#8217;ispirava inizialmente ai principi del  liberalismo regalista, che pretendeva d&#8217;intervenire nelle questioni  ecclesiastiche e di regolarle unilateralmente con leggi e decreti  statali.<br />
Il Governo provvisorio esaminò con la massima attenzione la nota  diplomatica e il 30 giugno rispose con una nota simile, inviata dal  ministero di Stato alla Nunziatura, in cui deplorava &#8220;la portata e  l&#8217;interpretazione date dalla Santa Sede alla legislazione in questione,  interpretazione e portata sulle quali formula le più vive riserve. Alla  vigilia della riunione di un&#8217;assemblea costituente, dinanzi alla quale  deve rendere conto di tutto il suo operato dal momento in cui, per  volontà del popolo spagnolo, ha assunto il governo dello Stato, non  ritiene possibile, dispiacendosene molto, e con la ferma speranza che il  suo rifiuto non venga interpretato come un atto scortese, avviare una  discussione giuridica con la Santa Sede sulla portata che le suddette  disposizioni potranno avere in relazione con la Costituzione dello Stato  e il Concordato&#8221;.<br />
Difficilmente la Repubblica e la Santa Sede potevano capirsi in quel  momento perché partivano da principi diametralmente opposti. Il  presidente difendeva il diritto pubblico moderno, cosa equivalente,  secondo quanto potè dedurre il nunzio nella conversazione personale che  ebbe con lui, &#8220;a quella esorbitante ed eretica sovranità civile dello  Stato in cose di Chiesa, alla quale si ispirano i governi liberali e a  cui questo governo tanto apertamente si ispira&#8221;.</p>
<p><strong>(©L&#8217;Osservatore Romano &#8211; 4 settembre 2010)</strong></p>
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		<title>Le radici e la roccia</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 07:08:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il commento di padre Eric Jacquinet (Pontificio Consiglio per i laici) &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211; “Un forte invito ai giovani a riscoprire il grande desiderio di Dio, ad aprire il loro cuore a Cristo, in un tempo in cui, specie in Occidente, si assiste all’eclissi di Dio, al tentativo di emarginarlo dalla vita delle persone [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il commento di padre Eric Jacquinet (Pontificio Consiglio per i laici)<br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;<br />
“Un forte invito ai giovani a riscoprire il grande desiderio di Dio, ad  aprire il loro cuore a Cristo, in un tempo in cui, specie in Occidente,  si assiste all’eclissi di Dio, al tentativo di emarginarlo dalla vita  delle persone e della società. È un attestato di fiducia nelle nuove  generazioni”. È questo, per padre <strong>Eric Jacquinet</strong>,  responsabile della sezione giovani del Pontificio Consiglio per i laici  (Pcl), il cuore del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale  della gioventù di Madrid 2011 (16-21 agosto), diffuso il 3 settembre  dalla Sala Stampa della Santa Sede.</p>
<p><strong>Come i santi e i martiri. </strong>“È un testo ricco anche di  annotazioni autobiografiche che il Papa ripropone per testimoniare che  il desiderio di Dio è uguale sempre in ogni tempo e in ogni situazione,  anche sotto la dittatura nazista come accadde per lui da giovane”  dichiara al SIR padre Jacquinet. “Benedetto XVI esorta i giovani a fare  di Dio la sorgente della vita, ad intensificare il loro cammino di fede,  perché sono il futuro della Chiesa e della società”. Esortazioni  sostenute da immagini bibliche riprese dal tema della Giornata spagnola,  “Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede”. “Il messaggio –  spiega il sacerdote – è ricco di immagini bibliche, come l’albero  saldamente piantato in terra tramite le radici. Stendere le radici,  afferma il Papa, equivale a riporre fiducia in Dio. Altra immagine è la  casa costruita sulla roccia. Come l’albero dobbiamo trovare in Cristo la  sorgente di vita così la casa va costruita sulla roccia che è la Parola  di Dio”. Altro punto centrale del messaggio ai giovani è “l’urgenza  dell’annuncio e della testimonianza specie in questo tempo segnato dal  pensiero laicista che vuole costruire un paradiso senza Dio. Oggi –  afferma padre Jacquinet – c’è la tentazione di costruire una religione  ‘simpatica’ senza la Croce di Cristo. Se vogliamo avere la forza di  testimoniare dobbiamo come i Santi e i martiri avvicinarci ad essa, che  non è negazione della vita ma luogo della vita. La testimonianza è  legata alla Chiesa e radicata nella Croce”. È quanto mai necessario,  allora, “riscoprire la nostra identità cristiana, basilare anche per  l’Europa bisognosa di ritrovare le proprie radici cristiane. Non è solo  un discorso politico ma di conversione personale”.</p>
<p><strong>Tempo di conversione.</strong> A tale riguardo, sostiene padre  Jacquinet, “la Gmg è proposta di tempo e di incontro personale con Dio,  non una bella festa episodica, è un cammino di preparazione. Per questo  raccomando a tutti di leggere questo messaggio, pubblicato apposta un  anno prima, per porsi domande approfondire e preparare Madrid nel modo  migliore”. Per padre Jacquinet, questo messaggio vuole essere anche “una  dichiarazione di amore del Papa ai giovani, come testimoniano le parole  finali del testo – ‘La Chiesa conta su di voi, la vostra presenza  rinnova la Chiesa, le dona nuovo slancio’ – è una risposta a chi  dubitava della capacità del Papa di parlare loro. Benedetto XVI sa bene  il valore delle nuove generazioni nella Chiesa e ribadisce loro il suo  attaccamento e la sua fiducia. Un esempio anche per noi adulti che  spesso dimentichiamo di essere stati giovani e che ci sono state persone  che hanno avuto fiducia in noi. I giovani possono dare molto e la  Chiesa ha bisogno di loro”.</p>
<p>© SIR - 3 settembre 2010</p>
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		<title>La sapienza del Papa</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 07:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parlando di Leone XIII nel bicentenario della nascita, il suo attuale successore ha spiegato il compito di ogni Papa (e &#8220;di ogni Pastore della Chiesa&#8221;):  trasmettere ai fedeli la sapienza. E cioè non verità astratte, ma un messaggio che combina &#8220;fede e vita, verità e realtà concreta&#8221;. Non basta infatti  riproporre dottrine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parlando di Leone XIII nel bicentenario della nascita, il suo attuale  successore ha spiegato il compito di ogni Papa (e &#8220;di ogni Pastore della  Chiesa&#8221;):  trasmettere ai fedeli la sapienza. E cioè non verità  astratte, ma un messaggio che combina &#8220;fede e vita, verità e realtà  concreta&#8221;. Non basta infatti  riproporre dottrine che a molti possono  apparire lontane dai problemi dell&#8217;esistenza, bisogna farlo con  un&#8217;attenzione costante al contesto storico:  nella fedeltà alla  tradizione e &#8220;misurandosi con le grandi questioni aperte&#8221;. Come seppe  appunto fare quel Pontefice, &#8220;molto anziano, ma saggio e lungimirante&#8221;,  che traghettò nel nuovo difficile secolo una Chiesa &#8220;ringiovanita&#8221; e  capace di affrontare sfide inedite.</p>
<p style="text-align: justify;">Di Papa Pecci, &#8220;uomo di grande fede e di profonda devozione&#8221;, Benedetto  XVI ha voluto sottolineare in primo luogo appunto la dimensione  religiosa, in genere poco rilevata e che invece &#8220;rimane sempre la base  di tutto, per ogni cristiano, compreso il Papa&#8221;. Ma tutta la rilettura  benedettina del pontificato di Leone XIII ha spunti di grande  interesse:  nei cenni riservati non solo alla <em>Rerum novarum</em> ma  all&#8217;intero magistero sociale del predecessore, &#8220;corpo organico&#8221; e  fondativo della dottrina cattolica in materia. Che si può riassumere  nell&#8217;espressione &#8220;fraternità cristiana&#8221;, alla quale non a caso il  giovane Ratzinger dedicò, dopo le due tesi su Agostino e su Bonaventura,  la sua prima pubblicazione monografica importante (<em>Die christliche Brüderlichkeit</em>).<br />
La novità di Cristo porta all&#8217;abolizione della schiavitù &#8211; annullata già  dall&#8217;apostolo Paolo e a cui Papa Pecci dedicò l&#8217;enciclica <em>Catholicae Ecclesiae</em> &#8211; e al superamento di &#8220;altre barriere che tuttora esistono&#8221;, secondo il  metodo evangelico del seme e del lievito. Che sono rappresentati nelle  diverse società dalla &#8220;forza benefica e pacifica di cambiamento  profondo&#8221; costituita dai cristiani. Anche in contesti difficili, come il  tempo seguito alla bufera rivoluzionaria e poi napoleonica su cui  Benedetto XVI si è significativamente soffermato con tratti brevi e  pertinenti:  i molteplici e reiterati tentativi di sradicare ogni  espressione della cultura cristiana, l&#8217;aspro anticlericalismo, le accese  manifestazioni contro il Papa.<br />
E nel giorno in cui ha ricordato con accenni molto eloquenti il suo  predecessore, il Pontefice ha scelto di presentare il messaggio appena  pubblicato in vista della giornata di Madrid. Un testo finora trascurato  o frainteso dai media &#8211; agenzie, televisioni, radio, giornali &#8211; e che  invece presenta molti segni di quella sapienza che Benedetto XVI ha  definito caratteristica soprattutto dell&#8217;insegnamento papale e descritto  come combinazione di &#8220;fede e vita, verità e realtà concreta&#8221;. Così, in  una cultura &#8220;indecisa riguardo ai valori di fondo&#8221; il Papa ha di nuovo  presentato come risolutivo l&#8217;incontro con Gesù  sostenuto  dalla  fede   della Chiesa.<br />
Non ha senso &#8220;pretendere di eliminare Dio per far vivere l&#8217;uomo&#8221;, ha  ripetuto Benedetto XVI nel messaggio, testo appassionato e fitto di  testimonianze personali:  dal ricordo della giornata di Sydney a quello  lontano di una giovinezza asfissiata dalla dittatura nazista e  desiderosa di superare la &#8220;normalità della vita borghese&#8221; nell&#8217;incontro  con Cristo. Quasi una lettera scritta con la passione inesauribile di  una vita. E con la sapienza di chi davvero ha incontrato Gesù.</p>
<p style="text-align: justify;">g. m. v.</p>
<p style="text-align: justify;">
<strong>(©L&#8217;Osservatore Romano &#8211; 6-7 settembre 2010)</strong></p>
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		<title>Dimenticata la chiesa distrutta nell&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 07:04:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;Arcidiocesi greco-ortodossa d&#8217;America continua a chiederne la ricostruzione</p> <p style="text-align: justify;">NEW YORK, lunedì, 6 settembre 2010 (ZENIT.org).- Le autorità della città statunitense di New York non stanno sostenendo la ricostruzione della chiesa ortodossa greca di San Nicola a Manhattan, l&#8217;unico luogo di culto distrutto dall&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre 2001.</p> <p></p> <p>“L&#8217;Osservatore Romano” ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;Arcidiocesi greco-ortodossa d&#8217;America continua a chiederne la ricostruzione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">NEW  YORK, lunedì, 6 settembre 2010 (ZENIT.org).- Le autorità della città  statunitense di New York non stanno sostenendo la ricostruzione della  chiesa ortodossa greca di <a href="http://www.stnicholasnyc.com/" target="_blank">San Nicola</a> a Manhattan, l&#8217;unico luogo di culto distrutto dall&#8217;attentato dell&#8217;11 settembre 2001.</p>
<div id="article" style="text-align: justify;">
<p><!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--></p>
<p>“L&#8217;Osservatore  Romano” ha raccolto la denuncia dell&#8217;Arcidiocesi greco-ortodossa  d&#8217;America (legata canonicamente al Patriarcato ecumenico di  Costantinopoli), che da anni chiede la ricostruzione del tempio.</p>
<p>Mentre il progetto per edificare un centro culturale islamico vicino a <em>Ground Zero</em> ha ricevuto l&#8217;autorizzazione del Sindaco di New Yok, le autorità  continuano a non impegnarsi a ricostruire la chiesa di San Nicola.</p>
<p>L&#8217;Arcidiocesi  greco-ortodossa d&#8217;America, dalla quale dipende la parrocchia, e  l&#8217;autorità portuaria di New York e del New Jersey, proprietaria del  terreno su cui sorgeva il<em> World Trade Center</em>, hanno intavolato da  tempo conversazioni perché il tempio possa essere ricostruito in un  sito vicino a quello originario, ma dall&#8217;anno scorso non ci sono stati  passi avanti. Per questo motivo, i responsabili ecclesiali hanno deciso  di rilanciare il dibattito.</p>
<p>Nel contesto della polemica che  circonda la costruzione di un centro islamico non lontano dal luogo  dell&#8217;attentato perpetrato da estremisti islamici, inoltre, i  rappresentanti municipali hanno detto che l&#8217;accordo è stato siglato.</p>
<p>Il  portavoce dell&#8217;Arcidiocesi, padre Alexis Karloutsos, ha dichiarato che  le autorità di New York hanno semplicemente “dimenticato” la chiesa  vicina a<em> Ground Zero</em>.</p>
<p>La chiesa ortodossa di San Nicola è  stata fondata da immigrati greci nel 1916. Era un edificio di quattro  piani ed è stato completamente distrutto dal crollo della torre sud del  World Trade Center.</p>
</div>
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		<title>Un cristiano fra i musulmani cambia le cose</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:03:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Conversione]]></category>
		<category><![CDATA[Fede]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;arcivescovo Bader parla della difficile testimonianza dei fedeli in Algeria Tratto da L&#8217;Osservatore Romano del 5 settembre 2010</p> <p style="text-align: justify;">&#8220;Un cristiano in mezzo ai musulmani cambia molte cose. Dà l&#8217;esempio di  qualcosa di diverso. La nostra amicizia, il nostro spirito di servizio, fanno sorgere delle domande nei nostri compatrioti musulmani, del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;arcivescovo Bader parla della difficile testimonianza dei fedeli in Algeria</em></strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/index.html" target="_blank">L&#8217;Osservatore Romano</a> del 5 settembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Un cristiano in mezzo ai musulmani cambia molte cose. Dà l&#8217;esempio  di  qualcosa di diverso. La nostra amicizia, il nostro spirito di  servizio, fanno sorgere delle domande nei nostri compatrioti musulmani,  del tipo: &#8220;Perché i cristiani si comportano così? Perché vivono in mezzo  a noi nonostante siano minacciati?&#8221;".</p>
<p style="text-align: justify;">In un&#8217;intervista all&#8217;Opera di diritto pontificio &#8220;Aiuto alla Chiesa  che Soffre&#8221;, l&#8217;arcivescovo di Algeri, Ghaleb Moussa Abdalla Bader,  spiega che, nonostante rappresentino solo una piccola minoranza, i  cattolici in Algeria svolgono un importante compito, quello di  testimoniare Cristo e di dare corpo alla sua Chiesa. E che, al di là  delle difficoltà nei rapporti con le autorità, i cristiani sono  apprezzati dalla gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Come a Tibhirine (ottanta chilometri a sud-est di Algeri), teatro  nel 1996 del rapimento e dell&#8217;uccisione da parte di terroristi di sette  monaci trappisti, tra cui Christian de Chergé, priore del monastero  cistercense di Notre-Dame de l&#8217;Atlas. Il monastero da allora è deserto,  utilizzato solo per gli esercizi spirituali e altri incontri, &#8220;ma gli  abitanti &#8211; ricorda monsignor Bader &#8211; seguitano a domandarmi quando  torneranno altri monaci. Semplicemente ne sentono la mancanza&#8221;. In  Algeria i cristiani rappresentano una piccola minoranza. Secondo alcune  stime, ci sarebbero solo diecimila protestanti e cinquemila cattolici.  Dal 2006 la legge che punisce ogni forma di evangelizzazione, e che  riguarda soprattutto la diffusione di testi religiosi, mezzi audiovisivi  e qualunque altra iniziativa che &#8220;possa minare la fede di un  musulmano&#8221;, ha di fatto limitato la libertà religiosa dei cristiani nel  Paese. Un decreto elaborato, secondo alcuni, per reagire al fenomeno  della conversione di numerosi musulmani al cristianesimo, soprattutto  attraverso l&#8217;avvicinamento ai movimenti evangelici. Da allora gli  incontri sono monitorati, sono vietate le pratiche religiose pubbliche e  restrizioni sono state poste alle donazioni provenienti dall&#8217;estero.</p>
<p style="text-align: justify;">Monsignor Bader, da quando, poco più di due anni fa, è stato  consacrato arcivescovo di Algeri, non ha cessato di chiedere alle  autorità garanzie affinché ai cristiani sia riconosciuto il diritto alla  libertà di professare la propria fede. Ma non è l&#8217;unico disagio: &#8220;La  Chiesa &#8211; sottolinea &#8211; ha bisogno di sacerdoti, religiosi e religiose che  si dichiarino pronti a prendere sulle loro spalle i molteplici compiti  pastorali. Mancano collaboratori per i servizi sanitari e occorre  organizzare corsi specifici per la formazione delle donne&#8221;.</p>
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		<title>Rispetto per i giovani e per ciò che il Papa dice</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Anticattolicesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A proposito di incredibili concetti e frasi attribuiti a Benedetto XVI Tratto da Avvenire del 5 settembre 2010</p> <p style="text-align: justify;">Per fare cronaca non basta saper scrivere, bisognerebbe saper leggere. Leggere quel che davvero è scritto, non ciò che ci piacerebbe fosse scritto. Magari per &#8216;fare titolo&#8217;.</p> <p style="text-align: justify;">E prima ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>A proposito di incredibili concetti e frasi attribuiti a Benedetto XVI</em></strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 5 settembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Per fare cronaca non basta saper scrivere, bisognerebbe saper  leggere. Leggere quel che davvero è scritto, non ciò che ci piacerebbe  fosse scritto. Magari per &#8216;fare titolo&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;">E prima ancora per sparare delle belle virgolette: <em>ipse dixit</em>,  l’ha detto proprio lui e proprio in quei termini testuali. Peccato che a  volte queste virgolette siano un colpo di pennarello per conferire  (falsa) autorevolezza a parole mai dette da alcuno. Com’è successo ieri  addirittura al Papa e al suo Messaggio per la XXVI Gmg dell’anno  prossimo a Madrid.</p>
<p style="text-align: justify;">Benedetto XVI accenna alla «domanda del posto di lavoro» e di un «terreno sicuro sotto i piedi».</p>
<p style="text-align: justify;">Sottolinea che «è un problema grande e pressante» e aggiunge che  «allo stesso tempo la gioventù rimane comunque l’età in cui si è alla  ricerca della vita più grande».</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso tempo. Tra virgolette. Poi apriamo i quotidiani e  restiamo storditi. Un giornale romano fa dire al Papa, nel titolo, tra  virgolette: «Il posto fisso non fa la felicità, meglio credere in Dio».  Chiaro? Dio contrapposto al posto di lavoro, e quel «meglio» al posto di  «allo stesso tempo». Una manipolazione pesante. Un altro quotidiano  romano, nell’attacco del suo vaticanista, mette tra virgolette parole  che il Papa non ha mai scritto: «I giovani, prima di pensare al posto di  lavoro fisso, è bene che riscoprano la fede in Dio e i valori del  Vangelo». Nel titolo, altre virgolette di fantasia: «La fede viene prima  del posto fisso». Significativa anche la scelta del principale  quotidiano milanese. Titolo, senza virgolette: «Il Papa ai ragazzi: il  posto fisso non è tutto, cercate Dio». Il lavoro come «problema grande e  pressante» scompare. E il Messaggio viene spacciato come un invito alla  precarietà.</p>
<p style="text-align: justify;">Packard più di mezzo secolo fa denunciava i «persuasori occulti».  Oggi è l’epoca dei dissuasori palesi, che magari sanno scrivere meglio  di chiunque altro, ma hanno dei problemi con la lettura. Come certi  studenti delle medie: la comprensione del testo, colleghi. E rispetto:  dei giovani, delle loro attese, della loro intelligenza e – se non vi  dispiace – di ciò che il Papa in un mondo sufficiente e ostile sa dire  loro. (<strong>mt</strong>)</p>
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		<title>Benedetto XVI: “Bello essere cristiani”</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 06:47:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Messaggio del Papa ai cattolici dell&#8217;Asia:&#8221;Siate testimoni della bellezza di essere cristiani&#8221; di Giacomo Galeazzi Tratto da Oltretevere, il blog di Giacomo Galeazzi, il 2 settembre 2010</p> <p style="text-align: justify;">La Chiesa in Asia testimoni sempre più la bellezza dell&#8217;essere cristiani: questo, in sintesi, l&#8217;auspicio espresso da Benedetto XVI nel messaggio indirizzato al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Messaggio del Papa ai cattolici dell&#8217;Asia:&#8221;Siate testimoni della bellezza di essere cristiani&#8221;<br />
di <strong>Giacomo Galeazzi</strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=242" target="_blank">Oltretevere</a>, il blog di Giacomo Galeazzi, il 2 settembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">La Chiesa in Asia testimoni sempre più la bellezza dell&#8217;essere  cristiani: questo, in sintesi, l&#8217;auspicio espresso da Benedetto XVI nel  messaggio indirizzato al Congresso dei laici cattolici dell&#8217;Asia, in  corso a Seoul, in Corea del Sud, fino a domenica, spiega Radio Vaticana.  Il messaggio papale è stato letto stamani dal nunzio apostolico nel  Paese, mons. Osvaldo Padilla. Al centro del documento pontificio anche  il richiamo al “ruolo indispensabile dei fedeli laici nella missione  della Chiesa”. Testimoniare l&#8217;incomparabile bellezza dell&#8217;essere  cristiani e annunciare Gesù Cristo come unico Salvatore del mondo: è  questo il mandato che Benedetto XVI affida alla Chiesa in Asia. Un  continente che accoglie i due terzi della popolazione mondiale,  sottolinea il Papa, culla di grandi religioni e tradizioni spirituali,  che vede una crescita economica e una trasformazione sociale senza  precedenti. Ed è proprio in questo contesto, allora, afferma Benedetto  XVI, che i cattolici sono chiamati ad essere un segno e una promessa di  quell&#8217;unità che solo Cristo rende possibile. “I popoli dell&#8217;Asia hanno  bisogno di Gesù Cristo e del suo Vangelo”, ricorda poi il Santo Padre  citando l&#8217;Esortazione apostolica post-sinodale “Ecclesia in Asia”,  siglata da Giovanni Paolo II nel 1999. Per questo, accompagnati da una  “sana formazione spirituale e catechistica”, essi devono essere  “incoraggiati a collaborare attivamente, non solo a costruire le loro  comunità cristiane locali, ma anche a percorrere nuove strade per il  Vangelo in ogni settore della società”. In particolare, il Papa  ribadisce l&#8217;importanza di testimoniare la verità evangelica nella vita  coniugale e familiare, nella difesa della vita dal concepimento fino  alla morte naturale, nella cura dei poveri e degli emarginati, nel  perdono dei nemici, nella pratica della giustizia e della solidarietà  sui luoghi di lavoro. “Il numero crescente di laici impegnati, preparati  ed entusiasti è un segno di speranza immensa per il futuro della Chiesa  in Asia”, continua il Santo Padre, ringraziando il lavoro eccellente  svolto da catechisti, movimenti apostolici ed ecclesiali: ognuno nel  proprio campo, infatti, porta ad “un incontro più profondo con il  Signore Risorto”, promuove la dignità umana e dimostra l&#8217;universalità  del messaggio evangelico. Sottolineando, quindi, “il ruolo  indispensabile dei fedeli laici nella missione della Chiesa”, il Papa  esorta ogni cattolico a seguire l&#8217;esempio di San Paolo per portare agli  altri la verità, la gioia e la bellezza di Gesù, senza scoraggiarsi di  fronte alle difficoltà. Infine, il Santo Padre affida il Congresso  all&#8217;intercessione di Maria. In precedenza, durante la Messa di apertura  del Congresso ed il successivo discorso inaugurale, il cardinale Rylko,  presidente del Pontificio Consiglio per i Laici che ha promosso  l&#8217;evento, ha sottolineato alcuni punti-chiave del convegno.  Innanzitutto, il porporato ha ricordato che l&#8217;evangelizzazione  costituisce la ragion d&#8217;essere della Chiesa e che essa, portata avanti  dallo Spirito Santo, non è mai proselitismo, bensì risposta al diritto  di ricevere l&#8217;annuncio della Buona Novella. Un diritto che però  talvolta, in Asia, non viene rispettato poiché non mancano casi di  persecuzioni religiose. I cristiani del continente asiatico, ha  continuato il cardinale Rylko, pur essendo solo 120 milioni su un totale  di 4 miliardi di abitanti, sono però una minoranza creativa, che si  trova ad affrontare le sfide della postmodernità, del secolarismo, del  fondamentalismo. Centrale, allora, “la formazione di un laicato maturo e  responsabile” che sappia trasformare la Chiesa in Asia in qualcosa di  veramente partecipativo, in cui ciascuno segue la propria vocazione ed  il proprio ruolo.</p>
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		<title>Benedetto XVI si confessa in un libro</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 06:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In arrivo il volume con il primo faccia a faccia di Benedetto XVI. Titolo provvisorio: Luce del mondo. A scriverlo è il giornalista tedesco che aveva pubblicato due testi con l’allora cardinale Ratzinger di Andrea Tornielli Tratto da Il Giornale del 31 agosto 2010</p> <p style="text-align: justify;">Benedetto XVI ha deciso di pubblicare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In arrivo il volume con il primo faccia a  faccia di Benedetto XVI. Titolo provvisorio: Luce del mondo. A scriverlo  è il giornalista tedesco che aveva pubblicato due testi con l’allora  cardinale Ratzinger<br />
di <strong>Andrea Tornielli</strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.ilgiornale.it" target="_blank">Il Giornale</a> del 31 agosto 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Benedetto XVI ha deciso di pubblicare un libro intervista, un nuovo  dialogo con il giornalista tedesco Peter Seewald, che già per due volte,  quando Joseph Ratzinger era cardinale, lo aveva lungamente  intervistato. La notizia, proveniente da ambienti dell’editoria tedesca,  viene pubblicata questa mattina dal Tagespost e trova conferma in  Vaticano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel marzo prossimo, durante la Quaresima, è prevista l’uscita del  secondo volume del libro del Papa su Gesù di Nazaret, dedicato al  momento culminante della vita di Cristo, la Passione, morte e  resurrezione. E già si parla di un ulteriore volume che Benedetto XVI  scriverà affrontando il tema dell’infanzia del Nazareno. Il  libro-intervista con Seewald non rientra in questo piano, e anche se al  momento non è stata stabilita la data di pubblicazione è ragionevole  pensare che sia in libreria tra un anno. In Italia il volume dovrebbe  essere edito dalla Libreria Editrice Vaticana (Lev) &#8211; che com’è noto  detiene i diritti d’autore di tutte le opere del Pontefice &#8211; mentre  nulla di definitivo è stato stabilito per l’edizione tedesca: la Lev  sarebbe intenzionata a far uscire il libro presso l’editore Herder,  mentre l’intervistatore preferirebbe un editore più laico, come Heyne.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo dialogo con il giornalista tedesco, che durante l’estate ha  già realizzato le registrazioni dell’intervista con il Papa, sarà il  quarto libro di questo genere per Joseph Ratzinger. Da cardinale  Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, nel 1985, il  futuro Pontefice si fece intervistare dallo scrittore Vittorio Messori,  che sarebbe poi stato anche autore anche del libro-intervista con  Giovanni Paolo II, il primo di un Papa (Varcare le soglie della  speranza, 1994). Ne nacque il best-seller Rapporto sulla fede, un volume  che fece epoca, anticipando quella che Papa Ratzinger definirà  l’ermeneutica corretta del Concilio. Nel libro, il cardinale affermava,  tra l’altro: «Tra i compiti più urgenti per il cristiano c’è il recupero  della capacità di opporsi a molte tendenze della cultura circostante,  rinunziando a certa solidarietà troppo euforica post-conciliare».</p>
<p style="text-align: justify;">Poco più di dieci anni dopo, nel 1997, ecco che il Prefetto della  fede decide di dialogare di nuovo con un giornalista, questa volta Peter  Seewald. Esce così Il sale della terra, volume dedicato a  «cristianesimo e Chiesa cattolica nel XXI secolo». Il giornalista così  descrive quegli incontri nell’introduzione: «Il Cardinale non mi ha mai  chiesto nulla del mio passato o del mio stato di vita. Non ha nemmeno  voluto che gli fossero anticipate delle domande, né ha preteso che  qualcosa fosse eliminato o aggiunto. L’atmosfera dell’incontro è stata  intensa e seria, ma talvolta questo “principe della Chiesa” sedeva tanto  leggero sulla sua sedia che si aveva l’impressione di avere a che fare  con uno studente. Una volta egli interruppe la nostra conversazione per  ritirarsi in meditazione o, forse, anche per chiedere allo Spirito Santo  le parole giuste». L’incontro con Ratzinger segna anche la vita di  Seewald, che riscopre la fede. L’esperienza si ripete qualche anno dopo.  Seewald intervista nuovamente Ratzinger all’alba del nuovo millennio e  nel 2001 pubblica un altro best-seller, Dio e il mondo, dedicato  all’«essere cristiani nel nuovo millennio». I tantissimi lettori di  questi volumi sanno che Ratzinger non si sottrae ad alcuna domanda e non  ha paura di affrontare gli argomenti più spinosi, come attestano le sue  risposte durante le interviste sull’aereo con i giornalisti che seguono  i suoi viaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nuovo libro non ha ancora un titolo ufficiale, l’ipotesi di lavoro  al momento è Luce del mondo, ma è possibile che sia cambiato. Quando ha  deciso, il Papa, di accettare questa proposta? Nel novembre 2008,  durante un incontro avvenuto a margine dell’udienza generale, Vittorio  Messori propose a Benedetto XVI di «aggiornare» Rapporto sulla fede: «Mi  dia solo tre giorni», disse lo scrittore. Ratzinger non disse di no, ma  si schernì dicendo: «Per me ora è difficile anche tre ore&#8230;». L’idea,  in quel momento impraticabile, non doveva però essergli dispiaciuta. E  così quando qualche mese fa Seewald ha proposto un nuovo dialogo, gli è  stato risposto di sì.</p>
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		<title>«Il silenzio del mondo sui cristiani colpiti»</title>
		<link>http://www.segnideitempi.biz/chiesa/chiesa-sofferente/%c2%abil-silenzio-del-mondo-sui-cristiani-colpiti%c2%bb/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 06:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Cattolici]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Sofferenza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Guitton: è terrorismo intellettuale di certi laicisti • L&#8217;autore del dossier choc sull&#8217;indifferenza dell&#8217;Occidente: «Deficit di sensibilità. Ma ora non servono crociate culturali, i governi devono intervenire con azioni diplomatiche» di Luca Geronico Tratto da Avvenire del 29 agosto 2010</p> <p style="text-align: justify;">Strisciante, dimenticata e te­nace come l’indifferenza in cui avviene: è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Guitton: è terrorismo intellettuale di certi laicisti • L&#8217;autore  del dossier choc sull&#8217;indifferenza dell&#8217;Occidente: «Deficit di  sensibilità. Ma ora non servono crociate culturali, i governi devono  intervenire con azioni diplomatiche»</em><br />
di <strong>Luca Geronico</strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 29 agosto 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Strisciante, dimenticata e te­nace come l’indifferenza in cui  avviene: è la persecu­zione contro i cristiani. La de­nuncia di René  Guitton – ex cor­rispondente di France 2 dal Ma­rocco, ora della casa  editrice Cal­mann- Levy – è raccolta in <em>Cri­stianofobia</em>,  tradotto in italiano da Lindau.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>René Guitton, il suo dossier non ha scosso la vecchia Europa. Due  risoluzioni al Parlamento euro­peo e poco altro. Non è ancora u­na  “questione politica”&#8230;</strong><br />
In Francia non c’è stata nessuna presa di po­sizione del governo, solo  una petizione di 82 deputati. Se va ricordato l’importante lavo­ro fatto  al Parlamento europea da Mario Mauro, non si può certo parlare di  mobili­tazione. Una inazione che in Francia spiego con la deformazione  del concetto di laicità: la separazione fra Chiesa e Stato, nata per  rispettare la libertà di coscienza di tutti, è di­ventata una sorta di  terrorismo intellettua­le di certi laicisti. Non è alla moda dire:  «So­no cristiano»; questo ancor più da quando la Chiesa è sotto attacco  su vari fronti. Se poi, giustamente, in Europa politici e società  pro­testano quando ci sono profanazioni contro le religioni minoritarie –  gli ebrei e i musul­mani – le autorità non pensano si debba di­fendere  il cristianesimo, in enorme maggio­ranza numerica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E quindi silenzio e indifferenza. Quale tra­gedia dimenticata, tra le altre, vorrebbe ri­cordarci?</strong><br />
Quello più trascurata, direi, è il genocidio ar­meno: non si ricorda  mai che gli armeni so­no dei cristiani che ancora oggi i turchi  con­siderano come cittadini di secondo livello. Oggi in alcuni villaggi  cristiani si vive una vera miseria. Che fare? L’Ue potrebbe fare  pressioni diplomatiche per togliere dai do­cumenti l’obbligo di indicare  la religione. Un motivo di discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Neanche fra i cattolici sembra esserci una piena consapevolezza del problema. Non crede?</strong><br />
Certo, un deficit di sensibilità dovuto a di­verse ragioni. La Chiesa  soffre di disaffezio­ne e questo costituisce un freno alla co­scienza di  appartenere a una comunità cri­stiana planetaria. Inoltre i cristiani  soffrono di un senso di colpa per il colonialismo, per­cepito come una  responsabilità europea, e per i silenzi che la Chiesa avrebbe avuto  ver­so la Shoah. Un duplice senso di colpa fa sì che il concetto di  nazione cristiana non esi­sta in Europa. Fra i musulmani e in estremo  Oriente, invece, la fede viene prima della na­zionalità: si è prima di  tutto induista e poi, per esempio, indiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una sottovalutazione dell’identità cristia­na. Ma la reazione non rischia di portare a crociate culturali?</strong><br />
No, nessuna crociata culturale. Bisogna che i governi prendano  coscienza di questa si­tuazione. Sinora ci sono state solo azioni  in­dividuali come quelle della Merkel in Alge­ria, che ha stigmatizzato  le espulsioni dei cristiani. Dopo di che, si potrebbe passare ad azioni  diplomatiche, non certo contrappo­nendo alla cristianofobia  l’islamofobia e la giudeofobia. Questo è impensabile anche se gli  estremisti, per giustificare le loro azioni, parlano delle guerre in  Iraq e in Afghanistan come di una «crociata». Tuttora in arabo per  definire un europeo si usa la parola «naza­reno». Solo con il dialogo si  può spezzare questo meccanismo culturale e sono fon­damentali gli  incontri interreligiosi. Il re del­l’Arabia Saudita, custode dei luoghi  santi del- l’islam, ha reso visita a Benedetto XVI nel novembre del  2008: un fatto importantissi­mo. La lettera dei 138 saggi al Papa è un  ten­tativo da parte islamica di trovare delle so­luzioni. Siamo solo  all’inizio ma vi è la co­scienza che sia improrogabile la necessità di  fermare con il dialogo la cristianofobia.</p>
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		<title>Il Papa è sotto attacco perché vuole che Dio sia presente tra gli uomini</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 06:48:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La chiesa nel mondo di Giampaolo Crepaldi* Tratto da L&#8217;Occidentale il 29 agosto 2010</p> <p style="text-align: justify;">La casa editrice Cantagalli pubblicherà a breve il &#8220;Secondo Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel Mondo&#8221; curato dall’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa. Anticipiamo un brano del Capitolo sul Magistero sociale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La chiesa nel mondo<br />
di <strong>Giampaolo Crepaldi*</strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.loccidentale.it" target="_blank">L&#8217;Occidentale</a> il 29 agosto 2010</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La casa editrice Cantagalli pubblicherà a breve il &#8220;<strong>Secondo Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel Mondo</strong>&#8221;  curato dall’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla  Dottrina sociale della Chiesa. Anticipiamo un brano del Capitolo sul  Magistero sociale di Benedetto XVI lungo l’anno 2009, in cui Monsignor  Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste e presidente  dell’Osservatorio, si sofferma sulle motivazioni degli &#8220;attacchi al  Papa&#8221;. Il prossimo 9 Settembre, Monsignor Crepaldi terrà una Lectio  Magistralis su &#8220;Il Cattolico in politica&#8221; presso la Summer School della  Fondazione Magna Carta</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lungo il 2009 il papa Benedetto XVI ha subito numerose e vistose  aggressioni, potenziate dai media internazionali. Queste critiche  ideologiche al papa si sono manifestate soprattutto in due occasioni. La  prima è stato quando il papa, intervistato sull’aereo che lo stava  portando in Africa per il viaggio apostolico in Angola e Mozambico, ha  negato che l’uso del preservativo possa essere una soluzione al dramma  dell’Aids e che anzi, in quanto alimenta l’irresponsabilità dei  comportamenti, può addirittura essere un alleato della malattia. La  seconda occasione è stata quanto Benedetto XVI ha revocato la scomunica  nei confronti dei quattro vescovi ordinati da Marcel Lefebrve. Proprio  in quei giorni l’arcivescovo Williamson, uno dei vescovi interessati  dalla revoca, si era lasciato andare a dichiarazioni antisemite. La  stampa in quei giorni parlava di un “Papa solo”. Certamente il Papa non è  mai solo, ma senz’altro è stato sotto attacco, da fuori e da dentro il  mondo cattolico.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro le affermazioni del Papa sul preservativo sono intervenuti con  tono accusatorio la Francia, la Germania, il Fondo Monetario  Internazionale, il Parlamento del Belgio, oltre che la grande stampa  internazionale, come per esempio “Foreign Policy”. Non sono mancati  numerosi interventi, non solo di operatori e missionari cattolici, ma  anche di studiosi, che hanno dimostrato la fondatezza anche scientifica,  oltre che di buon senso, delle parole del Papa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sono stati esempi di vera laicità. Questa, infatti, consiste  nell’adoperare la ragione e gli argomenti di realtà, non l’ideologia,  per accogliere o meno quanto dice la Chiesa. La politica non deve  assumere categorie confessionali, però non deve essere indifferente o,  peggio, antireligiosa, in quanto assumerebbe le vesti di una nuova  religione. La laicità non deve essere una nuova religione  dell’esclusione della religione dalla sfera pubblica. La laicità della  politica non è neutralità ma imparzialità a garanzia del diritto alla  libertà religiosa di tutti. Dire che non è indifferente alla religione  significa affermare che con la ragione essa esamina quanto afferma la  Chiesa a proposito dei grandi temi etici. La politica, infatti, è  autonoma dalla religione ma non dalla morale, dato che dovrebbe  occuparsi del bene dei cittadini. Esamina e valuta. Del resto il  cristianesimo accetta di essere giudicato dalla ragione, sono piuttosto  altre le religioni che non vogliono essere giudicate dalla ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cristianesimo ha la pretesa di insegnare, per rivelazione, cose  circa l’uomo che non configgono con la sua umanità e che non creano un  dissidio tra essere uomo ed essere cristiano. Quindi è possibile sempre,  anzi è richiesto dallo stesso cristianesimo, che la ragione verifichi  questa corrispondenza e chiami la religione davanti al tribunale della  ragione. Il cristianesimo non solo accetta, ma richiede e stimola la  laicità, l’illuminismo della ragione che vuole “darsi ragione” anche  delle proposte che provengono dalla fede. Altre religioni non lo fanno e  su questo punto la politica è chiamata ad un discernimento: non tutte  le religioni sono uguali, sia perché molte fanno proposte contrarie alla  ragione, sia perché molte non accettano nemmeno – per integralismo – di  essere giudicate dalla ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la ragione però può essere integralista e questo capita quando  rifiuta l’invito della fede ad allargarsi e ad avere fiducia in se  stessa. Solo una ragione che accetta di essere giudicata dal tribunale  della fede religiosa può a sua volta ergersi a tribunale. Ci sono  religioni che mortificano la ragione, ce ne sono altre che la spingono  ad aprirsi. Benedetto XVI presenta il cristianesimo come la fede che  aiuta la ragione a non fermarsi mai e a non limitarsi all’ambito del  misurabile. E’ per questo che la religione cristiana sfida la ragione ad  essere pienamente se stessa. La laicità della politica consiste  nell’accogliere questa provocazione e sfuggire così al pericolo di un  proprio integralismo. E ciò vale anche per Aids e preservativi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Lettera sul ritiro della scomunica ai vescovi lefebvriani. </strong> Per quanto riguarda invece la scomunica ai vescovi lefebvriani il Papa  stesso si è visto costretto a scrivere una Lettera a tutti i vescovi  cattolici per spiegare le ragioni del ritiro della scomunica. Si è  trattato di un caso unico, mai capitato prima, e perciò di grande  rilevanza. Evidentemente il ritiro non era stato compreso anche da parte  di numerosi vescovi. Il testo di questa Lettera, per l’accoratezza  pastorale che lo anima e per l’altezza delle considerazioni svolte,  rimarrà senz’altro una pietra miliare in questo pontificato. Esso è di  grande importanza anche per la Dottrina sociale della Chiesa, in quanto  parla della principale preoccupazione di questo pontefice,  preoccupazione che conferisce un senso anche alla proposta della  Dottrina sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco il passo più significativo della Lettera: &#8220;Ora però rimane la  questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una  priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci  sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato  le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo  inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea  direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata  dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: &#8216;Tu… conferma i tuoi  fratelli&#8217; (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa  priorità nella sua prima Lettera: &#8216;Siate sempre pronti a rispondere a  chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi&#8217; (1 Pt3, 15).  Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo  di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità  che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e  di aprire agli uomini l&#8217;accesso a Dio. Non ad un qualsiasi Dio, ma a  quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo  nell&#8217;amore spinto sino alla fine (cfr. Gv 13, 1) &#8211; in Gesù Cristo  crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della  storia è che Dio sparisce dall&#8217;orizzonte degli uomini e che con lo  spegnersi della luce proveniente da Dio l´umanità viene colta dalla  mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano  sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla  nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e  del Successore di Pietro in questo tempo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">“Rendere Dio presente in questo mondo”. All’interno di questa  missione noi leggiamo anche il ruolo della Dottrina sociale della  Chiesa, poiché &#8220;con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l&#8217;umanità  viene colta dalla mancanza di orientamento&#8221;. Da cui tutti i mali della  società. La Lettera di Benedetto XVI può sembrare un segno di debolezza e  quindi sconcertare, ma è un segno di forza, se si crede veramente che  la verità e la carità siano la vera forza. Non era mai successo che un  papa parlasse pubblicamente di cattolici che “hanno pensato di doverlo  colpire con una ostilità pronta all’attacco”. Ostilità che ha preso  spunto dalla questione del ritiro della scomunica, ma che “rivelava  ferite risalenti al di là del momento”. Non era mai successo che un  pontefice denunciasse pubblicamente di essere stato “trattato con odio  senza timore e riserbo”, senza che gli fosse concessa nemmeno la  tolleranza che solitamente non si nega a nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ chiaro che la Lettera non parla tanto ai Lefebvriani, né agli  Ebrei. Il papa si lamenta del comportamento dei “suoi”, non degli altri.  Certamente deplora il caso Williamson, che “si è sovrapposto alla  remissione della scomunica” e afferma che la Fraternità San Pio X ha  fatto sentire “molte cose stonate, superbia e saccenteria”. Quanto agli  ebrei, addirittura li ringrazia, perché hanno capito che nella  remissione della scomunica non c’era nessun ritorno indietro rispetto ai  passi di riconciliazione tra cattolici ed ebrei fatti dopo il Concilio,  passi che – ci tiene a dirlo il Papa – “fin dall’inizio sono stati un  obiettivo del mio personale lavoro teologico”. Negando questi passi egli  negherebbe non solo l’operato dei suoi predecessori, ma anche il suo  personale lavoro di teologo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema è dentro la Chiesa e non fuori. Dentro la Chiesa troppi  aspettavano il momento opportuno per scagliarsi contro di lui ed  accusarlo di voler tornare indietro a prima del Vaticano II o di  occuparsi di cose marginali anziché dell’evangelizzazione. “Mordere e  divorare” sono le parole adoperate da San Paolo per descrivere la  deplorevole situazione presso la comunità cristiana dei Galati.  Benedetto XVI confessa, da esegeta, di aver sempre inteso quelle parole  di Paolo come enfatiche e retoricamente eccessive, ma di essersi ora  accorto che rappresentano invece l’attuale realtà dentro la Chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che questo Papa ha tracciato una linea molto precisa.  Anche in questa Lettera di denuncia egli precisa che se sbagliano i  Lefebvriani a non accettare il magistero dei pontefici successivi al  1962, sbagliano anche quanti pensano che il Vaticano II sia stato un  nuovo inizio, dato che invece “porta in sé l’intera storia dottrinale  della Chiesa”. Il punto, in fondo, è uno solo: se Dio debba avere un  posto in questo mondo. Se la natura e la ragione umana siano ordini di  per sé sufficienti o se abbiano bisogno di speranza e di salvezza, se la  vita “senza elemento religioso” divenga “come un motore che non ha più  olio” (Guardini) oppure no.</p>
<p style="text-align: justify;">Benedetto XVI ha tracciato la linea che no, il mondo non ce la fa da  solo e il cristianesimo non può rinunciare ad essere una forza che anima  la storia, presente nell’ambito pubblico e, soprattutto, i cristiani  devono riprendere la consapevolezza che professano la religione “vera”.  Il cristianesimo pone alla ragione (al mondo) il problema della sua  verità, la aiuta a chiarirsene l’idea e la rende quindi capace di capire  la verità stessa del cristianesimo. Questo papa ritiene che il  cristianesimo e solo il cristianesimo faccia sì che il mondo si  riappropri di se stesso e si renda pienamente conto della propria  verità. Non è integralismo, perché non appiattisce i due livelli l’uno  sull’altro, ma toglie definitivamente spazio ai sottili distinguo dei  cattolici della carità senza verità.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella Lettera Benedetto XVI nota che molte critiche gli sono state  lanciate perché si sarebbe occupato di cose marginali come la Fraternità  di Lefebvre e non della evangelizzazione. Sono pretesti, perché quanti  criticano su questo punto il papa vorrebbero una “Chiesa minima” che  accompagna e non annuncia. Per questo egli nella Lettera rende noto di  sapere bene cosa sia la priorità del Successore di Pietro: “rendere Dio  presente in questo mondo”. Proprio quello che molti critici, con ogni  probabilità, guardano con sospetto, segno, secondo loro, di un ritorno  indietro contrario allo “spirito” del Concilio.</p>
<p style="text-align: justify;">La Lettera del papa sconcerta, ma solo a prima vista. Poi vi si nota  la forza della verità, la capacità di riconoscere addirittura errori  procedurali della curia e soprattutto la rivendicazione della vera forza  del cristiano, la carità: “Non dovrebbe la Chiesa permettersi di essere  anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede?” Il  papa della Verità è anche il papa della Carità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>* Monsignor Giampaolo Crepaldi è arcivescovo di Trieste e  presidente dell’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla  Dottrina sociale della Chiesa. </em></p>
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		<title>Attacco al Papa; un commento</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 06:46:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Marco Tosatti Tratto da San Pietro e dintorni, il blog di Marco Tosatti, il 28 agosto 2010</p> <p style="text-align: justify;">Ho letto il bel libro che Andrea Tornielli e Paolo Rodari hanno scritto su  alcuni momenti particolarmente difficili del primo quinquennio di regno di Benedetto XVI.</p> <p style="text-align: justify;">Il titolo scelto, “Attacco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Marco Tosatti</strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/hrubrica.asp?ID_blog=196" target="_blank">San Pietro e dintorni</a>, il blog di Marco Tosatti, il 28 agosto 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto il bel libro che Andrea Tornielli e Paolo Rodari hanno  scritto su  alcuni momenti particolarmente difficili del primo  quinquennio di regno di Benedetto XVI.</p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo scelto, “Attacco al Papa”, e la foto di copertina (papa  Ratzinger visto di schiena, quasi a suggerire l’idea di un’aggressione  alle spalle. E’ un volume ovviamente ben scritto, molto documentato;  ricco di spunti “interni” al di là di quello che tutti, o molti  sapevano.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un libro agghiacciante. Non tanto per quanto può suggerire il  titolo – gli attacchi ai papi, di ogni genere, sono una costante nella  storia della Chiesa – quanto per ciò che in maniera molto semplice,  diretta ed evidente porta a concludere. E cioè che la maggior parte, se  non la totalità di queste “crisi” avrebbero potuto essere evitate con  una gestione più accurata, intelligente, professionale e laica della  comunicazione del Pontefice. La “vendetta” curiale nei confronti di  Joaquin Navarro Walls, mal visto e spesso sopportato con fatica da molti  ambienti clericali, ha portato frutti avvelenati. Navarro ha fatto  appena in tempo a evitare a Benedetto XVI una gaffe clamorosa nel  viaggio in Polonia (nel discorso ad Auschwitz non c’era la parola  “shoah”, che poi il Papa ha pronunciato tre volte); non ha potuto fare  altrettanto a Regensburg, nel famoso incidente su Maometto e l’Islam.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui possiamo aggiungere, a quanto scrivono Tornielli e Rodari, che  non è stato solo dalla mattina presto (quando il testo della “Lectio  magistralis” è stato consegnato ai giornalisti) si è cercato di mettere  in guardia la Santa Sede dal pericolo di una bomba mediatica. Già la  sera precedente alcuni cronisti che seguivano il viaggio pontificio  avevano potuto disporre, per mezzi propri, del testo che Benedetto XVI  avrebbe pronunciato il giorno seguente, e ne avevano messo in rilievo la  potenziale pericolosità telefonando a propri referenti in Segreteria di  Stato. Evidentemente senza successo.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei momenti più drammatici degli ultimi anni è stato costituito  dal caso Williamson. Benedetto XVI ha deciso di togliere la scomunica  che gravava sui seguaci di mons. Lefbvre, e fra di loro il vescovo  Williamson, che proprio mentre il provvedimento veniva preso guadagnava  la prima pagina in tutto il mondo con le sue dichiarazioni negazioniste  sull’Olocausto. Dalla riunione in cui si decise di togliere la scomunica  il Direttore della Sala Stampa, padre Federico Lombardi, fu escluso. E  il verbale della riunione, offerto dal libro, conclude: “Si è escluso di  rilasciare interviste, come pure di presentare alla Stampa il  documento, che di per sé appare sufficientemente chiaro&#8230; ”. In tutta  la riunione, secondo il verbale, il problema Williamson non appare. È il  tardo pomeriggio del 22 gennaio, «Der Spiegel» ha già anticipato da due  giorni la notizia delle dichiarazioni negazioniste del vescovo  Williamson sulle camere a gas, la tv le ha trasmesse la sera precedente,  le agenzie di stampa hanno rilanciato le sue parole, eppure cardinali e  vescovi coinvolti non ritengono ci sia nulla da spiegare alla stampa.</p>
<p style="text-align: justify;">La campagna di aggressione scatenata contro Benedetto XVI  personalmente, e la Chiesa in generale dal New York Times e altri organi  di stampa anglosassoni ha offerto altri esempi di questa straordinaria  insensibilità curiale ai meccanismi dell’informazione. Sarebbe lungo, e  Tornielli e Rodari sono certamente esaustivi sul tema, presentare tappa  per tappa questo calvario. Ma basta ricordare che nelle accuse relative  al caso “Kiesle” (l’«Associated Press» affermava di avere in mano la  prova che Benedetto XVI, quando era prefetto della Congregazione per la  dottrina della fede, aveva coperto un prete pedofilo californiano,  Stephen Kiesle, di Oakland. A supporto dell’accusa, l’Ap presenta una  lettera scritta in latino e datata 6 novembre 1985) è dovuto intervenire  il vaticanista di un’agenzia di stampa italiana, per mettere in luce la  verità sul caso, smontando le accuse.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo: sono passati giorni, se non settimane di bufera, prima che  la Santa Sede si decidesse di pubblicare (on line, e certamente non in  grande evidenza) le linee guida, già operative dal 2001, messe in atto  per affrontare il problema dei preti coinvolti in abusi sessuali. E’  evidente che se fossero state pubblicate all’inizio della tempesta il  contesto mediatico successivo sarebbe stato bene diverso…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma di esempi di masochismo mediatico questi cinque anni sono ben  ricchi. Proviamo a tirare qualche conseguenza. Senza voler accusare il  destino, il mondo cattivo e che non capisce e i lupi. Che ci sono, di  sicuro; ma forse è necessario dotarsi di cani da pastore, perché, come  recita l’adagio, chi pecora si fa…. Il magistero di Benedetto XVI è  chiaro, espresso senza ambiguità, e tale nei suoi contenuti (e anche  nella forma, talvolta) da irritare molti. Non è un magistero – e un Papa  – che possano affidarsi a una strategia della comunicazione puramente  passiva, di semplice reazione, e non sempre tempestiva ed efficace; non  sono un magistero, e un papa, che possano pensare di non coinvolgere  quotidianamente nel suo lavoro uno specialista della comunicazione.  L’impressione è che si voglia gestire la comunicazione della Chiesa come  se il mare in cui naviga la barca di Pietro fosse liscio e tranquillo, e  non come se le parole e le decisioni di Benedetto XVI non fossero tali,  con cadenza periodica, da suscitare tempeste e reazioni. Il periodo più  felice nella sua comunicazione esterna la Chiesa l’ha vissuto con un  modulo che presentava alcune caratteristiche. La prima: coscienza  dell’importanza della comunicazione come strumento essenziale del  governo della Chiesa stessa, all’interno e all’esterno. Poi la scelta di  un responsabile della comunicazione che provenga dal mondo  dell’informazione secolare, la conosca nelle sue caratteristiche e  difetti, forza e debolezze, e che abbia un rapporto privilegiato con il  protagonista principale dell’informazione della Chiesa, e cioè il Papa. E  giovane, che si dedichi solo a questo compito, che fa tremare vene e  polsi, ventiquattro ore su ventiquattro. Terzo: una strategia che  prevenga e preveda il problema, non che risponda semplicemente ad  eventuali reazioni e critiche. E, probabilmente, in questo settore,  “laico è meglio”; checché ne pensino i protagonisti di una qualche forma  di revanscismo clericale dietro le Mura. Ma se al vertice non ci si  convince dell’importanza strategica della comunicazione, e della  necessità di trarre le conseguenze operative dovute, c’è solo da  attendere la crisi prossima ventura.</p>
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