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	<title>Segni dei tempi &#187; Chiesa sofferente</title>
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	<description>C'è un mistero, c'è un contenuto nascosto nella storia (...) Il mistero è quello delle opere di Dio, che costituiscono nel tempo la realtà autentica, nascosta dietro le apparenze.  Card. Jean Danièlou</description>
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		<title>Nell&#8217;Orissa più di 4.000 cristiani subiscono soprusi e conversioni forzate</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 07:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- A due anni dai pogrom anticristiani nello Stato indiano dell’Orissa, in 20 villaggi del distretto di Kandhamal più di 4.000 persone subiscono ancora discriminazioni sociali e conversioni forzate da parte degli indù.</p> <p style="text-align: justify;">Oltre alla paura di minacce e alla totale esclusione dall’economia locale, rivela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- A due anni dai pogrom  anticristiani nello Stato indiano dell’Orissa, in 20 villaggi del  distretto di Kandhamal più di 4.000 persone subiscono ancora  discriminazioni sociali e conversioni forzate da parte degli indù.</p>
<p style="text-align: justify;">Oltre alla paura di minacce e alla totale esclusione dall’economia locale, rivela <a href="http://ww.asianews.it/" target="_blank">AsiaNews</a>, ai cristiani è proibito anche usare l’acqua delle fontane pubbliche e raccogliere legna nella foresta.</p>
<p style="text-align: justify;">“La  gente vive ancora nella miseria. Hanno diritto a vivere una vita  dignitosa e il Governo dell’Orissa ha l’obbligo di proteggere i  cristiani da questi trattamenti disumani”, ha affermato l&#8217;Arcivescovo di  Cuttack-Bhubaneswar, monsignor Raphael Cheenath.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presule ha  invitato le autorità locali a risarcire le persone colpite dai pogrom  rimaste senza casa e ha denunciato l’insufficienza delle compensazioni  erogate fino a questo momento: circa 800 euro per le case completamente  distrutte e 300 euro per quelle parzialmente danneggiate.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo  Stato dovrebbe aumentare i finanziamenti, da 800 euro ad almeno 3mila a  seconda del danno. Solo così, potranno essere ricostruite chiese,  scuole, sedi di organizzazioni e istituti”, ha dichiarato.</p>
<p style="text-align: justify;">Monsignor  Cheenath ha inoltre sottolineato che è stata fatta un’assegnazione  arbitraria dei finanziamenti, senza consultare le vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra  il dicembre 2007 e l&#8217;agosto 2008, gli estremisti indù hanno ucciso 93  persone, bruciato e depredato più di 6.500 case, distrutto oltre 350  chiese e 45 scuole. I pogrom hanno provocato lo sfollamento di più di  50.000 persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Gran parte degli autori dei crimini è a  tutt&#8217;oggi in libertà, e al processo presso il tribunale di Kandhamal i  testimoni sono stati messi a tacere con minacce e discriminazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal  22 al 24 agosto, vittime, attivisti per i diritti umani e leader  religiosi hanno organizzato un tribunale popolare a Nuova Delhi per far  luce sui fatti e chiedere l’intervento del Governo centrale indiano.</p>
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		<title>Un cristiano fra i musulmani cambia le cose</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 07:03:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Conversione]]></category>
		<category><![CDATA[Fede]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;arcivescovo Bader parla della difficile testimonianza dei fedeli in Algeria Tratto da L&#8217;Osservatore Romano del 5 settembre 2010</p> <p style="text-align: justify;">&#8220;Un cristiano in mezzo ai musulmani cambia molte cose. Dà l&#8217;esempio di  qualcosa di diverso. La nostra amicizia, il nostro spirito di servizio, fanno sorgere delle domande nei nostri compatrioti musulmani, del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>L&#8217;arcivescovo Bader parla della difficile testimonianza dei fedeli in Algeria</em></strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/index.html" target="_blank">L&#8217;Osservatore Romano</a> del 5 settembre 2010</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Un cristiano in mezzo ai musulmani cambia molte cose. Dà l&#8217;esempio  di  qualcosa di diverso. La nostra amicizia, il nostro spirito di  servizio, fanno sorgere delle domande nei nostri compatrioti musulmani,  del tipo: &#8220;Perché i cristiani si comportano così? Perché vivono in mezzo  a noi nonostante siano minacciati?&#8221;".</p>
<p style="text-align: justify;">In un&#8217;intervista all&#8217;Opera di diritto pontificio &#8220;Aiuto alla Chiesa  che Soffre&#8221;, l&#8217;arcivescovo di Algeri, Ghaleb Moussa Abdalla Bader,  spiega che, nonostante rappresentino solo una piccola minoranza, i  cattolici in Algeria svolgono un importante compito, quello di  testimoniare Cristo e di dare corpo alla sua Chiesa. E che, al di là  delle difficoltà nei rapporti con le autorità, i cristiani sono  apprezzati dalla gente.</p>
<p style="text-align: justify;">Come a Tibhirine (ottanta chilometri a sud-est di Algeri), teatro  nel 1996 del rapimento e dell&#8217;uccisione da parte di terroristi di sette  monaci trappisti, tra cui Christian de Chergé, priore del monastero  cistercense di Notre-Dame de l&#8217;Atlas. Il monastero da allora è deserto,  utilizzato solo per gli esercizi spirituali e altri incontri, &#8220;ma gli  abitanti &#8211; ricorda monsignor Bader &#8211; seguitano a domandarmi quando  torneranno altri monaci. Semplicemente ne sentono la mancanza&#8221;. In  Algeria i cristiani rappresentano una piccola minoranza. Secondo alcune  stime, ci sarebbero solo diecimila protestanti e cinquemila cattolici.  Dal 2006 la legge che punisce ogni forma di evangelizzazione, e che  riguarda soprattutto la diffusione di testi religiosi, mezzi audiovisivi  e qualunque altra iniziativa che &#8220;possa minare la fede di un  musulmano&#8221;, ha di fatto limitato la libertà religiosa dei cristiani nel  Paese. Un decreto elaborato, secondo alcuni, per reagire al fenomeno  della conversione di numerosi musulmani al cristianesimo, soprattutto  attraverso l&#8217;avvicinamento ai movimenti evangelici. Da allora gli  incontri sono monitorati, sono vietate le pratiche religiose pubbliche e  restrizioni sono state poste alle donazioni provenienti dall&#8217;estero.</p>
<p style="text-align: justify;">Monsignor Bader, da quando, poco più di due anni fa, è stato  consacrato arcivescovo di Algeri, non ha cessato di chiedere alle  autorità garanzie affinché ai cristiani sia riconosciuto il diritto alla  libertà di professare la propria fede. Ma non è l&#8217;unico disagio: &#8220;La  Chiesa &#8211; sottolinea &#8211; ha bisogno di sacerdoti, religiosi e religiose che  si dichiarino pronti a prendere sulle loro spalle i molteplici compiti  pastorali. Mancano collaboratori per i servizi sanitari e occorre  organizzare corsi specifici per la formazione delle donne&#8221;.</p>
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		<title>«Il silenzio del mondo sui cristiani colpiti»</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 06:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e Società]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Guitton: è terrorismo intellettuale di certi laicisti • L&#8217;autore del dossier choc sull&#8217;indifferenza dell&#8217;Occidente: «Deficit di sensibilità. Ma ora non servono crociate culturali, i governi devono intervenire con azioni diplomatiche» di Luca Geronico Tratto da Avvenire del 29 agosto 2010</p> <p style="text-align: justify;">Strisciante, dimenticata e te­nace come l’indifferenza in cui avviene: è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Guitton: è terrorismo intellettuale di certi laicisti • L&#8217;autore  del dossier choc sull&#8217;indifferenza dell&#8217;Occidente: «Deficit di  sensibilità. Ma ora non servono crociate culturali, i governi devono  intervenire con azioni diplomatiche»</em><br />
di <strong>Luca Geronico</strong><br />
Tratto da <a href="http://www.mascellaro.it/linkest.php?linkest=http://www.avvenire.it" target="_blank">Avvenire</a> del 29 agosto 2010</p>
<p style="text-align: justify;">Strisciante, dimenticata e te­nace come l’indifferenza in cui  avviene: è la persecu­zione contro i cristiani. La de­nuncia di René  Guitton – ex cor­rispondente di France 2 dal Ma­rocco, ora della casa  editrice Cal­mann- Levy – è raccolta in <em>Cri­stianofobia</em>,  tradotto in italiano da Lindau.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>René Guitton, il suo dossier non ha scosso la vecchia Europa. Due  risoluzioni al Parlamento euro­peo e poco altro. Non è ancora u­na  “questione politica”&#8230;</strong><br />
In Francia non c’è stata nessuna presa di po­sizione del governo, solo  una petizione di 82 deputati. Se va ricordato l’importante lavo­ro fatto  al Parlamento europea da Mario Mauro, non si può certo parlare di  mobili­tazione. Una inazione che in Francia spiego con la deformazione  del concetto di laicità: la separazione fra Chiesa e Stato, nata per  rispettare la libertà di coscienza di tutti, è di­ventata una sorta di  terrorismo intellettua­le di certi laicisti. Non è alla moda dire:  «So­no cristiano»; questo ancor più da quando la Chiesa è sotto attacco  su vari fronti. Se poi, giustamente, in Europa politici e società  pro­testano quando ci sono profanazioni contro le religioni minoritarie –  gli ebrei e i musul­mani – le autorità non pensano si debba di­fendere  il cristianesimo, in enorme maggio­ranza numerica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E quindi silenzio e indifferenza. Quale tra­gedia dimenticata, tra le altre, vorrebbe ri­cordarci?</strong><br />
Quello più trascurata, direi, è il genocidio ar­meno: non si ricorda  mai che gli armeni so­no dei cristiani che ancora oggi i turchi  con­siderano come cittadini di secondo livello. Oggi in alcuni villaggi  cristiani si vive una vera miseria. Che fare? L’Ue potrebbe fare  pressioni diplomatiche per togliere dai do­cumenti l’obbligo di indicare  la religione. Un motivo di discriminazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Neanche fra i cattolici sembra esserci una piena consapevolezza del problema. Non crede?</strong><br />
Certo, un deficit di sensibilità dovuto a di­verse ragioni. La Chiesa  soffre di disaffezio­ne e questo costituisce un freno alla co­scienza di  appartenere a una comunità cri­stiana planetaria. Inoltre i cristiani  soffrono di un senso di colpa per il colonialismo, per­cepito come una  responsabilità europea, e per i silenzi che la Chiesa avrebbe avuto  ver­so la Shoah. Un duplice senso di colpa fa sì che il concetto di  nazione cristiana non esi­sta in Europa. Fra i musulmani e in estremo  Oriente, invece, la fede viene prima della na­zionalità: si è prima di  tutto induista e poi, per esempio, indiano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una sottovalutazione dell’identità cristia­na. Ma la reazione non rischia di portare a crociate culturali?</strong><br />
No, nessuna crociata culturale. Bisogna che i governi prendano  coscienza di questa si­tuazione. Sinora ci sono state solo azioni  in­dividuali come quelle della Merkel in Alge­ria, che ha stigmatizzato  le espulsioni dei cristiani. Dopo di che, si potrebbe passare ad azioni  diplomatiche, non certo contrappo­nendo alla cristianofobia  l’islamofobia e la giudeofobia. Questo è impensabile anche se gli  estremisti, per giustificare le loro azioni, parlano delle guerre in  Iraq e in Afghanistan come di una «crociata». Tuttora in arabo per  definire un europeo si usa la parola «naza­reno». Solo con il dialogo si  può spezzare questo meccanismo culturale e sono fon­damentali gli  incontri interreligiosi. Il re del­l’Arabia Saudita, custode dei luoghi  santi del- l’islam, ha reso visita a Benedetto XVI nel novembre del  2008: un fatto importantissi­mo. La lettera dei 138 saggi al Papa è un  ten­tativo da parte islamica di trovare delle so­luzioni. Siamo solo  all’inizio ma vi è la co­scienza che sia improrogabile la necessità di  fermare con il dialogo la cristianofobia.</p>
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		<title>Vietnam: il terrore spinge i cattolici a rifugiarsi in Thailandia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 06:57:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Agenti di polizia confiscano durante un funerale la bara di una donna</p> <p style="text-align: justify;"></p> <p style="text-align: justify;">BANGKOK, venerdì, 27 agosto 2010 (ZENIT.org).- Di fronte al clima di terrore che regna nella località in cui vivono, circa quaranta fedeli della parrocchia di Côn Dâu sono fuggiti dal Vietnam per chiedere asilo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Agenti di polizia confiscano durante un funerale la bara di una  donna</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><!-- 		@page { size: 21cm 29.7cm; margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--></p>
<p style="text-align: justify;">BANGKOK,  venerdì, 27 agosto 2010 (ZENIT.org).- Di fronte al clima di terrore che  regna nella località in cui vivono, circa quaranta fedeli della  parrocchia di Côn Dâu sono fuggiti dal Vietnam per chiedere asilo in  Thailandia, ha reso noto questo mercoledì <em>Eglises d&#8217;Asie</em> (<a href="http://eglasie.mepasie.org/" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">EDA</span></a>),  l&#8217;agenzia delle Missioni Estere di Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;">Giornalisti di <em>Radio  Free Asia </em>hanno contattato nella Diocesi vietnamita di Da Nang un  gruppo di cattolici provenienti dalla parrocchia di Côn Dâu che non  sopportavano più il clima di terrore instauratosi dopo gli avvenimenti  del 4 marzo scorso, quando alcuni agenti della sicurezza hanno proibito  con la forza a un corteo funebre l&#8217;accesso al cimitero e hanno  confiscato la bara che conteneva il corpo di un&#8217;abitante della città,  Maria Tan.</p>
<p style="text-align: justify;">Molti membri del corteo funebre sono rimasti feriti,  molti altri sono stati arrestati. Otto di loro continuano ad essere  reclusi.</p>
<p style="text-align: justify;">La polizia ha sottoposto numerosi partecipanti al  corteo funebre a interrogatori accompagnati da maltrattamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo  le informazioni raccolte dai giornalisti, il gruppo di cattolici ha  abbandonato clandestinamente la parrocchia nel mese di maggio per  rifugiarsi in Thailandia.</p>
<p style="text-align: justify;">Il più anziano tra le persone che  hanno chiesto asilo ha 70 anni, il più piccolo deve andare all&#8217;asilo.  Alcuni sono giunti accompagnati da membri della propria famiglia, altri  da soli.</p>
<p style="text-align: justify;">Per paura della polizia, i rifugiati di Côn Dâu vivono  per il momento quasi in clandestinità, in stanze prese in affitto. Per  mancanza di mezzi e visto che non conoscono la lingua, le loro  condizioni sono molto precarie.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti cercano di incontrare dei  rappresentanti dell&#8217;Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i  Rifugiati (ACNUR) per chiedere il diritto di asilo, e cercano di  attirare l&#8217;attenzione di varie associazioni umanitarie internazionali  sul loro caso.</p>
<p style="text-align: justify;">I rifugiati, che non hanno rivelato la propria  identità per evitare ritorsioni contro i loro familiari rimasti in  Vietnam, hanno dichiarato ai giornalisti che il loro unico obiettivo è  trovare un Paese che conceda loro il diritto di residenza e permetta di  esercitare il diritto alla libertà, soprattutto a quella religiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Dallo scorso anno, la parrocchia di Côn Dâu – insieme alle sue  abitazioni e ai suoi terreni coltivabili (circa un centinaio di ettari) –  fa parte di un territorio in cui il comune di Da Nang ha deciso di  creare una vasta zona di nuove costruzioni finanziate da investitori  stranieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante le pressioni esercitate dal gennaio  scorso, la maggior parte della popolazione della parrocchia ha rifiutato  di lasciare questo luogo conquistato alla natura dagli antenati.</p>
<p style="text-align: justify;">La  situazione si è notevolmente aggravata il 4 marzo, dopo la carica della  polizia contro il corteo funebre di Maria Tan.</p>
<p style="text-align: justify;">Il clima non ha  smesso di peggiorare. Il 3 luglio scorso, nel primo pomeriggio, uno dei  membri del servizio di organizzazione dei funerali della Tan, Nguyên  Thanh Nam, è morto dopo essere stato picchiato da un soldato mentre  cercava di fuggire.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni precedenti, era stato  ripetutamente interrogato e maltrattato dalla polizia. Dopo la sua  morte, la pressione poliziesca è aumentata, e alla popolazione è stato  impedito di partecipare ai suoi funerali, celebrati con la massima  discrezione.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Nuovo attacco contro una scuola cattolica in India</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 06:38:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ad opera di simpatizzanti del Bharatiya Janata Party</p> <p style="text-align: justify;"></p> <p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 19 agosto 2010 (ZENIT.org).- Il 18 agosto si è verificato un nuovo attacco contro una scuola cattolica nello Stato del Madhya Pradesh, in India.</p> <p style="text-align: justify;">Secondo quanto riferito da Ucanews, circa sessanta estremisti indù e simpatizzanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ad opera di simpatizzanti del Bharatiya Janata Party</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA,  giovedì, 19 agosto 2010 (ZENIT.org).- Il 18 agosto si è verificato un  nuovo attacco contro una scuola cattolica nello Stato del Madhya  Pradesh, in India.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo quanto riferito da Ucanews, circa  sessanta estremisti indù e simpatizzanti del Bharatiya Janata Party &#8211; il  partito politico di impronta nazionalista-fondamentalista al governo in  questo Stato &#8211; hanno attaccato la St. Pius Higher Secondary School,  distruggendo suppellettili e attrezzature scolastiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli  aggressori – informa la stessa agenzia – si sono diretti verso gli  uffici amministrativi e i laboratori  distruggendo  tutto quello che  capitava sottomano, allontanandosi solo con l’arrivo della polizia.  Finora nessuno è stato arrestato.</p>
<p style="text-align: justify;">Per padre Saji Kurian,  segretario all&#8217;educazione nella diocesi di Khandwa dove si trova la  scuola, il motivo dell&#8217;attacco potrebbe essere legato alle  rivendicazioni salariali da parte di alcuni insegnanti dell&#8217;istituto.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo  molti esponenti della Chiesa locale, gli attacchi anticristiani sono  aumentati dopo l&#8217;ascesa al potere, nel dicembre del 2003, del Bharatiya  Janata Party.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora la campagna di odio e violenza contro i  cristiani è sfociata negli attacchi del dicembre 2007 e nel pogrom  dell’agosto 2008, causando più di 500 morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2009, solo nel Madhya Pradesh, si sono verificati 654 attacchi legati all&#8217;odio religioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel  Madhya Pradesh, nel luglio del 2006, l’Assemblea statale ha approvato  un emendamento alla “Legge sulla Libertà Religiosa” del 1968 &#8211; esistono  disposizioni simili in altri Stati indiani come l’Orissa e il  Chattisgarh -, che rendeva già difficile per i cittadini abbracciare un  credo diverso.</p>
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		<title>Mons. Warduni: le forze USA hanno il dovere di lasciare la pace</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 06:35:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sofferenza]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei sul ritiro delle truppe statunitensi</p> <p></p> <p>ROMA, giovedì, 19 agosto 2010 (ZENIT.org).- “Le truppe straniere, se vanno via, hanno il dovere di lasciare dietro di loro la pace e la sicurezza”. E&#8217; quanto ha detto ai microfoni della Radio Vaticana mons. Shlemon Warduni, Vescovo ausiliare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il Vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei sul ritiro delle truppe statunitensi</strong></p>
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<p>ROMA,  giovedì, 19 agosto 2010 (ZENIT.org).- “Le truppe straniere, se vanno  via, hanno il dovere di lasciare dietro di loro la pace e la sicurezza”.  E&#8217; quanto ha detto ai microfoni della Radio Vaticana  mons. Shlemon  Warduni, Vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei.</p>
<p>A sette anni,  infatti, dall&#8217;inizio della guerra che ha portato al rovesciamento del  regime di Saddam Hussein, gli Stati Uniti hanno avviato il ritiro  dell&#8217;ultima brigata da combattimento dall&#8217;Iraq lasciando nel Paese un  totale di 56.000 soldati, che a fine mese scenderanno a 50.000.</p>
<p>Gli ultimi soldati resteranno fino alla fine del 2011, ma solo con compiti di addestramento delle forze locali.</p>
<p>Parlando  della situazione attuale in Iraq, mons. Warduni ha detto che “è molto  difficile vivere in un luogo dove non c’è la legge, dove non c’è il  governo. L’Iraq è senza un governo, è senza legge. […] Non c’è lavoro e  ci sono autobombe, kamikaze e altre manifestazioni di violenza”.</p>
<p>“Oggi  vediamo i risultati negativi della guerra – ha aggiunto –. Come diceva  il compianto Papa Giovanni Paolo II e come dice Benedetto XVI, la guerra  distrugge tutto e non fa nessun bene”.</p>
<p>Per questo, ha  aggiunto, “chiediamo a tutti gli uomini di buona volontà di cooperare  con coscienza, quella coscienza che mette Dio al centro e non i propri  affari, non i propri interessi. Vogliamo, chiediamo, gridiamo: pace e  sicurezza!”.</p>
<p>Per fare ciò, innanzitutto, “bisogna educare alla  democrazia, bisogna seminarla e non imporla. [...] Quelli che parlano di  democrazia, che vengano a camminare sulle strade di Baghdad”.</p>
<p>Inoltre,  ha affermato, “bisogna che tutti lascino perdere i loro interessi e  guardino agli interessi dell’Iraq. Che si discuta bene, al tavolo, e si  aiuti a cercare di fare un governo stabile, un governo forte. E che  questo governo poi metta in pratica la legge, perché senza la legge non  si può né camminare né vivere”.</p>
<p>“Voglio lanciare un grido forte a tutto il mondo, perché aiuti a spegnere le guerre”, ha quindi concluso.</p>
</div>
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		<title>India: nonostante le difficoltà, aumentano le vocazioni</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 10:08:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>
		<category><![CDATA[Sacertote]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 29 luglio 2010 (ZENIT.org).- Nel nord dell&#8217;India, nonostante le discriminazioni in aumento nei confronti dei cristiani, le vocazioni continuano a fiorire. Lo afferma il Vescovo Anthony Chirayath della Diocesi di Sagar, nello Stato del Madhya Pradesh, ricordando che i candidati al sacerdozio sono ora 41.</p> <p style="text-align: justify;">“Quando la Diocesi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 29 luglio 2010 (ZENIT.org).- Nel nord dell&#8217;India, nonostante le discriminazioni in aumento nei confronti dei cristiani, le vocazioni continuano a fiorire. Lo afferma il Vescovo Anthony Chirayath della Diocesi di Sagar, nello Stato del Madhya Pradesh, ricordando che i candidati al sacerdozio sono ora 41.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando la Diocesi è stata istituita nel 1968 come esarcato, c&#8217;erano solo 600 cattolici e 3 sacerdoti. Ora siamo 35”, ha spiegato all&#8217;assocazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS).</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò avviene malgrado gli atti discriminatori e le violenze contro le minoranze religiose che si registrano nel Paese. Per Ajay Maken, Ministro indiano per gli Affari Internazionali, nel 2009 nel Madhya Pradesh ci sono stati 654 attacchi collegati alla religione.</p>
<p style="text-align: justify;">I giovani, sottolinea il Vescovo Chirayath, devono avere coraggio per decidere di dedicare la propria vita a servire la Chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Molte suore sono state attaccate, abusate sessualmente, uccise”, ha denunciato. Nonostante questo, “ci sono ancora molte vocazioni, Dio ci ha benedetti”.</p>
<p style="text-align: justify;">La maggior parte delle vocazioni vengono dallo Stato del Kerala, dove la comunità siro-malabar è particolarmente forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla decisione di dedicare la propria vita a Dio, ha proseguito il presule, incidono molto anche le devozioni familiari, come il rosario.</p>
<p style="text-align: justify;">Il numero crescente di candidati al sacerdozio ha portato alla nascita di un seminario minore, dedicato alla Madonna.</p>
<p style="text-align: justify;">A Bararu, a 15 chilometri della residenza del Vescovo, è stato scelto un sito in cui sono stati costruiti due dormitori – ognuno dei quali può ospitare fino a 15 studenti –, quattro aule, una biblioteca e piccoli uffici per i docenti.</p>
<p style="text-align: justify;">La struttura ospita attualmente 25 seminaristi minori, ma resta incompleta, mancando ad esempio una cappella e un refettorio.</p>
<p style="text-align: justify;">“In una cappella  potremmo dare ai seminaristi un&#8217;adeguata formazione liturgica”, ha dichiarato il presule. “Un luogo di preghiera è molto importante, è fondamentale per la formazione liturgica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo una formazione triennale nel <em>St Mary’s Minor Seminary</em>, gli aspiranti sacerdoti seguono un anno di intensa formazione spirituale in centri delle Diocesi vicine, prima di iniziare gli studi al seminario maggiore.</p>
<p style="text-align: justify;">“E&#8217; difficile ottenere vocazioni adulte come in Occidente – ha sottolineato il Vescovo Chirayath –, pochi torneranno in seminario dopo aver iniziato a lavorare”.</p>
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		<title>LA TURCHIA E&#8217; DEMOCRATICA NONOSTANTE IL MARTIRIO DI DON SANTORO E MONSIGNOR PADOVESE.</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 05:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra le mie letture estive mi ha colpito un servizio apparso sul mensile 30Giorni, n.4 2010, una conversazione del vicedirettore Giovanni Cubeddu con il ministro degli esteri della repubblica di Turchia, Ahmet Davutoglu, per ricordare il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Santa Sede. Il politico turco  un mese prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tra le mie letture estive mi ha colpito un servizio apparso sul mensile <em>30Giorni</em>, n.4 2010, una conversazione del vicedirettore Giovanni Cubeddu con il ministro degli esteri della repubblica di Turchia, <em>Ahmet Davutoglu</em>, per ricordare il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Santa Sede. Il politico turco  un mese prima dell&#8217;uccisione di monsignor Padovese, esalta la democraticità del suo Paese proprio perchè musulmano, e aprendo una finestra sulla storia della Turchia, ricorda che ha accolto diverse civiltà, essendo geograficamente al centro tra l&#8217;Europa e l&#8217;Asia centrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Davutoglu fa l&#8217;elogio della società ottomana dove coabitano culture diverse tra loro. <em>“A differenza di numerosi centri europei e asiatici, ad esempio, le città turche in Anatolia o i Balcani sono sempre stati multiculturali; in molte città turche si incontrano moschee, chiese, sinagoghe una accanto all&#8217;altra. Questo no si riscontra nell&#8217;Europa occidentale o centrale”. </em>Ecco l&#8217;esponente politico turco è convinto che la società turca ha questo <em>background multiculturale. </em>E afferma che nelle società musulmane non esiste un problema di tolleranza, soprattutto in quella turca. <em>E&#8217; un errore di percezione </em>quello di considerare le società musulmane intolleranti. La nostra tradizione è stata sempre multiculturale, <em>la democrazia in Turchia è radicata nella società</em>, a questo proposito il ministro fa alcuni esempi, già nel 1820 in Turchia si votava e nel 1930, le donne avevano diritto al voto, mentre in Europa ancora bisognava aspettare. Pertanto secondo Davutoglu, <em>“nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a identificare i musulmani in generale o i turchi in particolare con una cultura del regime autoritario, o con una cultura dell&#8217;uniformità o dell&#8217;intolleranza. E&#8217; vero l&#8217;opposto: la nostra storia è una storia della tolleranza”. </em>Dovremmo chiederlo al popolo armeno che è stato decimato dai turchi agli inizi del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ministro sottolinea che perfino gli ebrei nel 1492 scacciati dalla Spagna sono stati accolti in Turchia e potrebbe offrire molti esempi di come il suo Paese è stato <em>un approdo sicuro per molti uomini e donne provenienti dall&#8217;Europa. Questa è la nostra prospettiva: stiamo difendendo una cultura della tolleranza, dei diritti umani, del rispetto della multiculturalità, del rispetto delle differenti culture e religioni.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Il ministro originario di <em>Konya</em> in Anatolia, territorio dove è stato massacrato il vescovo cappuccino monsignor Padovese, ricorda un filosofo, <em>Gialal al-Din Rumi</em> che nel XIII secolo poteva dire che chiunque credente o non credente venendo in Anatolia, <em>“Tu non dovresti essere senza speranza, dovresti venire qui, chiunque tu sia”.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il ministro puntualizza che le sue parole non vogliono condannare l&#8217;Europa, ma anche qui secondo lui, bisogna cambiare idea:<em>“la cultura dell&#8217;Anatolia è cultura di tolleranza, d&#8217;armonia e di mutuo rispetto e oggi a noi turchi non sembra assolutamente paradossale essere nello stesso tempo buoni musulmani e buoni democratici”. </em>Forse monsignor Luigi Padovese non la pensa così.</p>
<p style="text-align: justify;">Bene a questa conversazione sarebbe interessante proporre, <strong><em>“La via crucis dei cristiani turchi”</em></strong>, <em>cronologia dei principali episodi di violenza a danno dei fedeli, dall&#8217;omicidio di don Santoro a oggi, </em>pubblicata dal giornale online <strong><em>Missiononline.org</em></strong> il 5 giugno scorso, due giorni dopo l&#8217;uccisione del vescovo milanese.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Negli ultimi anni la Chiesa cattolica in Turchia è stata sottoposta ripetutamente a minacce e violenze. Ma anche ortodossi e protestanti hanno subito discriminazioni, aggressioni e soprusi. Di seguito offriamo un breve riepilogo dei fatti, che danno l’idea di una lunga via crucis. Di più: un ecumenismo della sofferenza quotidiana.<br />
<strong>2006</strong><br />
<strong>5 febbraio.</strong> A Trabzon (Trebisonda), sul Mar Nero, viene ucciso il fidei donum romano don <strong>Andrea Santoro</strong>, 60 anni.<br />
<strong>9 febbraio.</strong> Il francescano sloveno Martin Kmetec<strong> </strong>viene aggredito nella sua parrocchia a Smirne da un gruppo di giovani al grido di “Vi faremo morire tutti”.<br />
<strong>11 marzo.</strong> Un uomo armato di coltello entra nella parrocchia di Mersin dove minaccia di morte il cappuccino italiano Roberto Ferrari.<br />
<strong>3 luglio.</strong> Un prete francese di 70 anni, padre Pierre Brunissen, viene ferito a coltellate da uno schizofrenico (secondo altre versioni da tossicodipendenti), in una strada di Samsun: era stato lui a riaprire, il 5 marzo, la chiesa di Santa Maria dove era parroco don Santoro. <strong><br />
2007</strong><br />
<strong>19 gennaio.</strong> Il giornalista armeno <strong>Hrant Dink</strong> viene ucciso a Istanbul. Per aver pubblicato documenti relativi al genocidio degli Armeni del 1916.<br />
<strong>18 aprile.</strong> Il missionario tedesco Tilmann Geske, 46 anni, e due convertiti turchi Necati Aydin (35) e Ugur Yuksel (32), tutti cristiani evangelici, vengono sgozzati nella sede della casa editrice Zirve a Malatya, dove si stampavano Bibbie in lingua turca. Gli assassini sono giovani ultra-nazionalisti.<br />
<strong>Settembre.</strong> Scoppiano polemiche all’uscita della canzone “Non fate alcun piano” cantata dal popolare cantante turco Ismail Turut e scritta da Ozan Arif, poeta molto apprezzato dagli ultranazionalisti. “Smettete di suonare le campane” dice la canzone e sul video appare il volto di don Andrea Santoro; poco più oltre, alle parole “se qualcuno svende la nostra patria, morirà” appare il corpo di Hrant Dink, il giornalista armeno ucciso.<br />
<strong>Novembre.</strong> Viene avviata, senza preavviso, la demolizione la cappella, del XVII secolo, dedicata alla Trasfigurazione del Signore situata di fronte alla scuola Teologica di Halki. Solo le proteste immediate del priore e del metropolita Meliton permettono che l’edifico non venga completamente distrutto. Atti vandalici anche contro una chiesa a Kadikoy, l’antica Calcedonia.<br />
<strong>16 dicembre.</strong> Padre Adriano Franchini, cappuccino di 65 anni, da 27 in Turchia, viene aggredito da un giovane, forse psicolabile.<br />
<strong>31 dicembre. </strong>Un ventenne cerca di incendiare la chiesa protestante di San Paolo ad Antalya e uccidere il pastore Ramazan Arkan. Fortunatamente la polizia sventa l’attentato.<br />
<strong>2008</strong><br />
<strong>Luglio.</strong> Polemiche a Trabzon per un centro commerciale la cui struttura comprende un faro a forma di croce. La città è tristemente nota per essere il luogo dell’assassinio di don Santoro e quello dove è stato preparato l’omicidio del giornalista armeno Dink.<br />
<strong>Agosto.</strong> Alcuni leader musulmani intentano un processo contro il monastero di Mor Gabriel, accusando i monaci di proselitismo e sostenendo (a torto) che il monastero si erge su un’antica moschea.<strong><br />
2009</strong><br />
<strong>Settembre.</strong> A Istanbul vengono profanate una novantina di tombe in un cimitero nei pressi di un antico monastero ortodosso. La stampa locale ignora l’episodio.<br />
<strong>Dicembre.</strong> Scoppia la polemica dopo la scoperta che la sede del Segretariato per l’ingresso della Turchia nell’Unione europea si trova in un edificio sequestrato alla comunità cristiana ortodossa negli anni Novanta. L’edificio è a Istanbul, nella notissima località Ortakoy. Prima della confisca era adibito a scuola elementare per i ragazzi della fiorente comunità ortodossa di Ortakoy. Imbarazzo nel governo di Erdogan.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>2010</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giugno.</em></strong><em> Giovedì 3 giugno mons. <strong>Luigi Padovese</strong>, vicario apostolico della Turchia, viene assassinato a Iskenderun. L&#8217;omicida, il suo autista, confessa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong><strong><em>DOMENICO BONVEGNA</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em> </em></strong><strong><em>domenicobonvegna@alice.it</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
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		<item>
		<title>Media vaticani denunciano l&#8217;assassinio di due cristiani in Pakistan</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 06:26:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Accusati di blasfemia</p> <p style="text-align: justify;">CITTA&#8217; DEL VATICANO, martedì, 20 luglio 2010 (ZENIT.org).- I mezzi di informazione  della Santa Sede hanno denunciato l&#8217;assassinio, questo lunedì, di due cristiani a Faisalabad (Pakistan), dove si difendevano dall&#8217;accusa di aver violato la legge sulla blasfemia.</p> <p></p> <p>La notizia ha ricevuto ampio spazio su “L&#8217;Osservatore Romano”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Accusati di blasfemia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">CITTA&#8217;  DEL VATICANO, martedì, 20 luglio 2010 (ZENIT.org).- I mezzi di  informazione  della Santa Sede hanno denunciato l&#8217;assassinio, questo  lunedì, di due cristiani a Faisalabad (Pakistan), dove si difendevano  dall&#8217;accusa di aver violato la legge sulla blasfemia.</p>
<div id="article" style="text-align: justify;">
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } 	--></p>
<p>La notizia  ha ricevuto ampio spazio su “L&#8217;Osservatore Romano”, la “Radia Vaticana”  e l&#8217;agenzia “Fides”. Le agenzie missionarie cattoliche di informazione,  come Asianews, Églises d&#8217;Asie e Ucanews, hanno seguito il caso molto da  vicino, mostrando la commozione che ha provocato nel mondo cattolico.</p>
<p>Le uccisioni di Rashid Emmanuel, promotore della Bibbia, e di suo  fratello Sajid Masih, imprigionati da tre settimane perché accusati di  blasfemia da parte di fanatici integralisti, sono avvenute al termine di  un&#8217;udienza in tribunale nella quale sarebbe emersa la loro innocenza  sulla base del rapporto di polizia che li scagionava dalle accuse.</p>
<p>Stavano  per essere rimessi definitivamente in libertà quando un commando di  uomini armati li ha freddati all&#8217;uscita del tribunale, ferendo il  poliziotto che li accompagnava.</p>
<p>Il rito dei funerali è stato  officiato da mosignor Joseph Coutts, Vescovo di Faisalabad, questo  martedi.</p>
<p>In alcune dichiarazioni all&#8217;agenzia Fides, della  Congregazione vaticana per l&#8217;Evangelizzazione dei Popoli, monsignor  Coutts ha rivelato che il funerale è stato vissuto “in un clima di  lutto, dolore e alta tensione emotiva”.</p>
<p>“Ho detto alla gente  che il sangue di questi innocenti lo offriamo a Dio insieme con il  Sangue di Cristo. Servirà per la nostra salvezza e, speriamo, per  guarire la nostra comunità di Faisalabad dalle malattie dell’odio e  della violenza”, ha ricordato il presule.</p>
<p>Secondo monsignor  Coutts, “i due fratelli erano di famiglia cattolica ed entrambi avevano  ricevuto il battesimo nella nostra Chiesa. Di recente, uno dei due,  Rashid, tramite un breve corso su Internet, aveva ricevuto il mandato di  un gruppo protestante per predicare la Bibbia”.</p>
<p>Nei giorni  precedenti al duplice omicidio, a Faisalabad c&#8217;erano state proteste di  piazza organizzate dalle associazioni degli integralisti islamici in un  contesto di confronto acceso con la comunità cristiana locale.</p>
<p>Il  15 luglio un corteo d&#8217;integralisti era sfilato per le strade di Waris  Pura, il quartiere alla periferia di Faisalabad abitato da più di  100.000 cristiani.</p>
<p>Nel corso della manifestazione, una  sassaiola aveva colpito la facciata della chiesa cattolica del Santo  Rosario, suscitando grande preoccupazione tra i fedeli.</p>
<p>I  manifestanti musulmani avevano invocato più volte la condanna a morte  dei due fratelli cristiani, ritenuti colpevoli di aver distribuito  volantini con frasi ingiuriose nei confronti del Profeta Maometto.</p>
<p>Le indagini della polizia avevano invece accertato che i due  fratelli non erano gli autori delle scritte incriminate. Le frasi  blasfeme erano state aggiunte da qualcuno che aveva cercato di imitare  la grafia dei due incriminati.</p>
<p>“Credo vi sia una strategia per  far salire la tensione e l’odio interreligioso in Pakistan”, ha  confessato monsignor Coutts.</p>
<p>Il segretario esecutivo della  Commissione nazionale giustizia e pace della Conferenza Episcopale del  Pakistan, Peter Jacob, citato da “L&#8217;Osservatore Romano”, ha rinnovato  l&#8217;appello alle autorità affinché aboliscano la legge sulla blasfemia,  spesso usata come pretesto da parte degli integralisti per perseguitare i  cristiani.</p>
<p>Per il rappresentante cattolico, “è necessario  convincere il Governo e l&#8217;opinione pubblica che tali norme sono  pericolose per la sopravvivenza stessa del Pakistan”.</p>
<p>L&#8217;uccisione  dei due fratelli ha reso ancora più difficile la situazione a  Faisalabad. “In un clima di grande tensione emotiva”, questo lunedì sera  i cristiani “hanno gridato e c’è stata qualche reazione scomposta e  lancio di sassi contro negozi musulmani”, ha riferito a Fides padre  Khalid Rashid Asi, Vicario generale della Diocesi di Faisalabad.</p>
<p>La  reazione degli estremisti islamici non si è fatta attendere: alcuni  predicatori delle moschee intorno a Waris Pura hanno esortato i  musulmani a “combattere gli infedeli”, e nella notte una folla di oltre  2.000 militanti ha messo a ferro e fuoco il quartiere.</p>
<p>“In  quattro sacerdoti siamo andati porta a porta, per tutta la notte, a  parlare con i cristiani, chiedendo loro di non reagire per non innescare  un pericolosa spirale di violenza e vendetta. Abbiamo detto loro: noi  siamo di Cristo, amiamo la pace, perdoniamo i nostri aggressori”, ha  detto padre Khalid.</p>
</div>
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		<title>I cristiani a Damasco lottano per la sopravvivenza</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 06:28:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Intervista all’arcivescovo Samir Nassar</p> <p style="text-align: justify;"></p> <p style="text-align: justify;">DAMASCO, lunedì, 19 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il Cristianesimo  a Damasco risale a tempi precedenti a quelli di San Paolo. Eppure la piccola comunità attuale lotta per la sua sopravvivenza.</p> <p style="text-align: justify;"> Proprio perché la Chiesa è una minoranza così ristretta in terra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Intervista all’arcivescovo Samir Nassar</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff; so-language: zxx } 	--></p>
<p style="text-align: justify;">DAMASCO, lunedì, 19 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il Cristianesimo   a Damasco risale a tempi precedenti a quelli di San Paolo. Eppure la  piccola comunità attuale lotta per la sua sopravvivenza.</p>
<p style="text-align: justify;">
Proprio  perché la Chiesa è una minoranza così ristretta in terra musulmana, i  cristiano rischiano di uscire dal loro contesto culturale, spiega  l’arcivescovo di Damasco Samir Nassar.</p>
<p>Il presule, che ha  compiuto 60 anni il 5 luglio scorso, serve la Chiesa locale dal 2006.</p>
<p>In  questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”,  realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in  collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, l’arcivescovo parla  delle difficoltà che la Chiesa di Damasco affronta, ma anche dei suoi  motivi di speranza.</p>
<p><strong>Damasco, sede del suo arcivescovato, è una  città nel cuore del Cristianesimo, dove San Paolo ha perso la vista per  poi recuperarla. Ci può parlare della situazione attuale dei cristiani a  Damasco?<br />
</strong><br />
Monsignor Nassar: La Siria è un Paese cristiano  molto antico. In Siria esistevano 33.000 chiese. Era un Paese a  maggioranza cristiana e dove vi sono ancora molti luoghi cristiani  importanti. Abbiamo molte chiese cristiane che sono ancora molto vive. I  cristiani in Siria non sono degli ospiti. Hanno lì le loro radici, dove  hanno vissuto gomito a gomito con i musulmani sin dal VII secolo.</p>
<p>Il  Cristianesimo era quindi profondamente radicato in Siria ben prima  dell’Islam. Il Cristianesimo esisteva a Damasco prima ancora di San  Paolo, perché San Paolo è stato battezzato e gli è tornata la vista  proprio a Damasco.</p>
<p><strong>Come vivono oggi i cristiani in Siria?<br />
</strong><br />
Monsignor  Nassar: Abbiamo tre tipi di Chiese. Anzitutto abbiamo le Chiese  monofisite: sono quella ortodossa siriaca e quella ortodossa armena e  hanno il loro patriarca che vive a Damasco. Poi abbiamo la Chiesa  greco-ortodossa, la Chiesa più grande in Siria, e poi abbiamo molte  Chiese cattoliche e certamente alcune Chiese protestanti.</p>
<p>Tutte  queste Chiese sono molto antiche, salvo quelle protestanti che sono  arrivate nell’ultimo secolo. Le altre Chiese risalgono all’epoca dei  primi apostoli. Io appartengo alla Chiesa maronita che è stata fondata  nel V secolo da San Marone, un monaco che viveva in un luogo tra Aleppo e  Antiochia.</p>
<p>I primi mille anni siamo stati in Siria, poi ci  siamo trasferiti sui monti libanesi, e da lì adesso siamo ovunque:  dall’Australia all’America. Più della metà della popolazione si trova  fuori dal Medio Oriente.</p>
<p><strong>Torniamo in Siria. Qual è  percentuale cristiana in questo paese?<br />
</strong><br />
Monsignor Nassar:  Ufficialmente siamo tra l’8% e il 10%. Alcuni dicono tra il 4% e il 5%.  Siamo una minoranza. Dovremmo essere più o meno un milione di persone,  in una popolazione di 21 milioni.</p>
<p><strong>Quali sono le altre  tradizioni religiose in Siria oltre a quelle cristiane?<br />
</strong><br />
Monsignor  Nassar: Esiste l’Islam sunnita, o Islam ortodosso se vuole, che  rappresenta quasi l’80%, e l’altro tipo di Islam chiamato alauita [gli  alauiti sono il gruppo religioso minoritario più importante in Siria e  si considerano una setta dell’Islam sciita. Gli alauiti si distinguono  dalla setta religiosa degli aleviti turchi, anche se ne condividono  un’origine comune, <em>ndr</em>], che è il 10%, mentre il resto sono  cristiani.</p>
<p><strong>Come descriverebbe attualmente il rapporto tra  cristiani e musulmani in Siria?<br />
</strong><br />
Monsignor Nassar: Abbiamo  vissuto insieme per 1.400 anni. Alcune volte abbiamo avuto problemi,  però abbiamo vissuto insieme e continuiamo a vivere insieme. Nel mio  vescovato di Damasco ho una moschea proprio accanto alla mia residenza,  da cui ascolto le loro preghiere e loro possono ascoltare le nostre.  Coesistiamo nel quotidiano.</p>
<p><strong>Lei ha contatti personali con gli  imam e gli altri rappresentanti?<br />
</strong><br />
Monsignor Nassar: Sì,  certamente, in molte occasioni. Vengono da noi per Natale e Pasqua e noi  rendiamo loro visita durante l’Ashura o il Ramadan o l’Id al-fitr.  Siamo veramente una famiglia.</p>
<p><strong>Perché la tolleranza verso i  cristiani in Siria si è conservata, mente in ogni altra parte della  regione, come in Iraq e in altri Paesi, il rapporto tra musulmani e  cristiani si è deteriorato?<br />
</strong><br />
Monsignor Nassar: Si è conservata  grazie al Governo che si prende cura delle minoranze. Non permettono  che sorgano problemi tra musulmani e cristiani. Il Governo svolge un  ruolo molto importane in questo e ha avuto successo.</p>
<p><strong>Quali  sono le sfide della Chiesa in Siria, essendo una minoranza in un  contesto di predominio musulmano?<br />
</strong><br />
Monsignor Nassar: Siamo una  minoranza molto piccola – tra il 5% e l’8% &#8211; e questa è la sfida  principale. Siamo veramente pochi, in una società a predominanza  musulmana.</p>
<p>I musulmani non ci costringono alla conversione, ma  se una famiglia cristiana vive, per esempio, in un edificio con 12  famiglie musulmane, i figli giocano con i loro figli, vanno a scuola con  i loro figli e, poco a poco, imparano più della fede musulmana che di  quella cristiana. Stiamo perdendo terreno perché siamo pochi  numericamente e non riceviamo un appoggio locale sufficiente per  rimanere uniti, per rafforzare la nostra fede, insegnare ai nostri figli  e conservarli nelle nostre Chiese locali.</p>
<p><strong>I bambini cristiani  vanno alle scuole locali, a maggioranza musulmana, imparano il Corano e  l’Islam. Diventano quindi musulmani?<br />
</strong><br />
Monsignor Nassar: Poco a  poco prendono confidenza con il Corano e con Maometto, più che con Gesù  Cristo. Noi gli diamo un’ora di catechismo, ma dobbiamo mandare un  autobus o una macchina per andarli a prendere e per riaccompagnarli.  Talvolta vengono, altre volte no, e un’ora di catechismo non è  sufficiente. Così dobbiamo cercare il modo per conservare viva la nostra  Chiesa in questa terra della Bibbia.</p>
<p><strong>Se una giovane si vuole  sposare con un musulmano si deve convertire?<br />
</strong><br />
Monsignor  Nassar: Sì. È un problema. Lo stesso avviene se un cristiano si vuole  sposare con una ragazza musulmana: si deve convertire. È una legge molto  antica e non può essere cambiata. Nessuno obbliga il ragazzo a sposarsi  con una musulmana, ma il 95% delle ragazze sono musulmane e solo il 5%  sono cristiane; c’è più scelta tra il 95%, e così perdiamo cristiani  anche in questo modo.</p>
<p><strong>Come va la questione della conversione?  Avete musulmani che vengono alle chiese cattoliche maronite interessati  a convertirsi? Come risponderebbe a questo tema della conversione, dato  che nell’Islam la conversione è punita con la morte?<br />
</strong><br />
Monsignor  Nassar: Questo è fanatismo. Molti musulmani vengono alla nostra Chiesa,  imparano il catechismo, seguono i nostri incontri, ma non possono  battezzarsi. Possono essere cristiani, se vogliono, nel loro cuore, ma  non possono mostrarlo.</p>
<p><strong>Sono quindi&#8230; cristiani clandestini?<br />
</strong><br />
Monsignor  Nassar: Non possono mostrarlo. Noi li riceviamo a cuore aperto e alcuni  vengono a messa quotidianamente, agli studi sulla Bibbia e al  catechismo. Vengono, ma devono rimanere, esteriormente, musulmani.</p>
<p><strong>Occorre  quindi molta attenzione: quando un giovane viene da lei e desidera  convertirsi, come gestisce lei la situazione?<br />
</strong><br />
Monsignor  Nassar: Posso riceverlo, ma non posso battezzarlo, se no avrei problemi  con il Governo&#8230; Ma è una Chiesa felice. Non siamo molti, siamo una  piccola Chiesa, ma molto attiva e dinamica e abbiamo una vita ecumenica  molto bella.</p>
<p>Lavoriamo insieme. A Damasco siamo nove vescovi:  cinque ortodossi e quattro cattolici. Ci riuniamo una volta al mese per  condividere il nostro lavoro pastorale, per pregare insieme e  organizzare il nostro lavoro. Va molto bene. In chiesa, quando la gente  viene a Messa, non sono solo cattolici: alcuni sono ortodossi e altri  cristiani; e anche la mia gente va a Messa alla chiesa ortodossa, e  questo ci rende quasi una famiglia.</p>
<p><strong>Cosa sarebbe del Medio  Oriente senza la Siria? Nel senso che la Chiesa cattolica in Iraq sta  scomparendo rapidamente e così anche in tutto il Medio Oriente salvo che  in Libano. Ma anche in Libano i giovani se ne stanno andando&#8230;<br />
</strong><br />
Monsignor  Nassar: Se consideriamo il Medio Oriente, vediamo la guerra tra Turchia  e Kurdistan, la guerra in Iraq, la guerra tra palestinesi e Israele, e  la guerra in Libano. La Siria è l’unico Paese pacifico della zona. È per  questo che vengono tutti in Siria, perché è l’unico luogo pacifico in  cui vivere, lavorare, pregare e imparare; è una città universitaria.  Senza la Siria, la maggioranza della gente abbandonerebbe il Medio  Oriente, se ne andrebbe, emigrerebbe.<br />
<strong><br />
Ha speranze per la  Chiesa?</strong><strong><br />
</strong><br />
Monsignor Nassar: Devo averne. Siamo la Chiesa  della speranza. Non possiamo essere pessimisti. Questa è la nostra  fede, che ci chiama ad essere martiri. Ho visto alcuni cristiani  iracheni che sono felici nonostante la persecuzione. Gesù Cristo, dopo  tutto era un rifugiato, un martire, e questo mi dà la forza per avere  fede in questo mondo, ed è molto bello dimostrare quanto sia importante  rimanere qui.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8212;&#8212;-<br />
Questa intervista è stata  condotta da Marie-Pauline Meyer per &#8220;Where God Weeps&#8221;, un programma  televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and  Television Network in collaborazione con l&#8217;organizzazione internazionale  Aiuto alla Chiesa che soffre.</p>
<p><em>Per maggiori informazioni: </em><span style="text-decoration: underline;"><em>www.WhereGodWeeps.org</em></span></p>
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		<title>India: sette coppie di cattolici assalite dai tribali indù</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 06:19:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nello Stato dell&#8217;Orissa, teatro della violenza anticristiana del 2008</p> <p style="text-align: justify;">ROMA, lunedì, 19 luglio 2010 (ZENIT.org).- Sette coppie di cattolici del villaggio di Kupibadi, nel distretto di Kandhamal (India), sono state assalite, malmenate e insultate venerdì.</p> <p></p> <p>L&#8217;incidente è avvenuto nello Stato dell&#8217;Orissa, teatro di violenze anticristiane nell&#8217;agosto 2008. Alla base [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nello Stato dell&#8217;Orissa, teatro della violenza anticristiana del  2008</strong></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA,  lunedì, 19 luglio 2010 (ZENIT.org).- Sette coppie di cattolici del  villaggio di Kupibadi, nel distretto di Kandhamal (India), sono state  assalite, malmenate e insultate venerdì.</p>
<div id="article" style="text-align: justify;">
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } 	--></p>
<p>L&#8217;incidente è avvenuto  nello Stato dell&#8217;Orissa, teatro di violenze anticristiane nell&#8217;agosto  2008. Alla base dell&#8217;accaduto, riporta l&#8217;agenzia <a href="http://www.asianews.it/" target="_blank">AsiaNews</a>, ci  sarebbero questioni legate alla terra e al passaggio del bestiame per il  pascolo.</p>
<p>Fonti locali di AsiaNews spiegano infatti che i  tribali indù di Danikibadi hanno impedito ai cattolici il transito con  il bestiame attraverso il loro villaggio, il pascolo nella vicina  foresta e nei campi circostanti.</p>
<p>Danikibadi dista 3 chilometri  dal villaggio di Kupibadi, dove su un totale di 80 famiglie 18 sono  cattoliche, ed è un passaggio obbligato per i fedeli che vogliono  raggiungere le proprie case.</p>
<p>I cattolici hanno denunciato la  questione ai funzionari del Governo locale, che hanno indetto un  incontro per dirimere la questione. In quell&#8217;occasione, tuttavia, i  tribali indù hanno assalito le sette coppie di sposi che rappresentavano  la comunità, prendendole anche a sassate.</p>
<p>All&#8217;inizio la polizia  di Daringbadi si è rifiutata di accogliere la denuncia dei cattolici,  aprendo un fascicolo solo dopo ripetute richieste. Nel centro sanitario  governativo, i medici si sono inoltre rifiutati di curare i feriti, e  sono intervenuti, temendo denunce o complicazioni legali, solo dopo aver  ricevuto il nulla osta dalle forze dell’ordine.</p>
<p>Padre Ratikant  Ranjit, dell’Arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar, ha spiegato che  l’incidente ha “scioccato” la comunità dei cattolici, che temono per “la  loro vita, quella dei bambini, per la sicurezza delle case e delle  proprietà”.</p>
<p>Il sacerdote ha denunciato “il lavaggio del  cervello” che “i gruppi radicali hanno imposto agli indù” nell&#8217;Orissa e  in altre zone dell’India.</p>
<p>La campagna di odio e violenza  contro i cristiani è sfociata negli attacchi del dicembre 2007 e nel  pogrom dell’agosto 2008, causando più di 500 morti.</p>
</div>
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		<title>I martiri cinesi continuano ad essere fonte di ispirazione</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 00:10:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Segno dei tempi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I cattolici di Hong Kong hanno celebrato la festa dei 121 santi</p> <p style="text-align: justify;">HONG KONG, mercoledì, 14 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il martirio non è un avvenimento solo  del passato, ma un evento che continua ad ispirare, afferma il settimanale diocesano di Hong Kong, il Sunday Examiner, celebrando la festa liturgica dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>I cattolici di Hong Kong hanno celebrato la festa dei 121 santi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">HONG KONG, mercoledì, 14 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il  martirio non è un avvenimento solo  del passato, ma un evento che  continua ad ispirare, afferma il settimanale diocesano di Hong Kong, il <em>Sunday  Examiner</em>, celebrando la festa liturgica dei 121 martiri cinesi.</p>
<div id="article" style="text-align: justify;">
<p>La  rivista ha riflettuto la settimana scorsa sulla canonizzazione, nel  2000, di 121 martiri che ha scatenato il conflitto tra la Santa Sede e  il Governo cinese.</p>
<p>La canonizzazione ha avuto luogo il 1°  ottobre, Giornata Nazionale della Cina, ed è stata vista da Pechino come  &#8220;una provocazione per colpire il popolo cinese&#8221;, ricorda l&#8217;editoriale.</p>
<p>&#8220;Sono trascorsi dieci anni &#8211; aggiunge -. Dobbiamo considerare se  si è imparato qualcosa da queste dispute sfortunate o se quei 121  martiri sono morti invano&#8221;.</p>
<p>&#8220;Il martirio non è semplicemente un  avvenimento del passato, ma qualcosa che può ispirarci anche oggi&#8221;.</p>
<p>&#8220;Nel continente, molte Chiese locali lottano ancora per essere in  comunione &#8211; dichiara l&#8217;editoriale -. I fedeli soffrono a causa di  un&#8217;ideologia politica sbagliata e per pressioni perché rifiutino la  verità rivelata. Ad ogni modo, l&#8217;esperienza passata ha insegnato alla  Chiesa che in ogni epoca la presenza dei martiri non fa che rafforzare  la fedeltà dei fedeli alla Chiesa&#8221;.</p>
<p>&#8220;I martiri della Cina hanno  dato l&#8217;ultima testimonianza del Vangelo con coraggio. La loro fedeltà  ricorda l&#8217;ideale confuciano di sacrificarsi per una nobile causa&#8221;.</p>
<p>L&#8217;editoriale ricorda che &#8220;il sangue dei martiri è seme di nuovi  cristiani&#8221; (Tertulliano, 160-220 d.C.), e &#8220;certamente questo seme di  fede porterà frutto in Cina&#8221;.</p>
<p>Tra i 121 martiri dichiarati santi  nel 2000, il più giovane aveva 7 anni, il più anziano 79. Tra questi  c&#8217;erano 87 cinesi e 34 martiri espatriati.</p>
<p>I santi,  martirizzati tra il 1648 (Dinastia Qing) e il 1930 (il periodo della  Repubblica della Cina), includono sei Vescovi, 24 sacerdoti, 8  religiosi, 7 religiose e 76 laici.</p>
<p>Il 9 luglio è stata  commemorata la festa di questi martiri cinesi e ha avuto luogo una  celebrazione liturgica presso il Centro dei Santi Martiri e Beati della  Cina, nei Nuovi Territori.</p>
<p>I fedeli hanno anche assistito a un  seminario su &#8220;Come i cattolici cinesi seguono l&#8217;esempio dei Santi  Martiri e Beati&#8221;.</p>
</div>
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		<title>Lahore: cristiani accusati di blasfemia, in fuga dai fondamentalisti e dalla polizia</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 10:14:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da tre giorni Yousaf Masih, la moglie Bashrian Bibi e il genero Zahid Masih sono nascosti in un luogo segreto. Attaccati da una folla di islamici, perché avrebbero usato come copertura per il bagno un pannello con versi del Corano. Attivisti del Claas smentiscono la versione dei  musulmani. Fonti locali parlano di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Da tre giorni Yousaf Masih, la moglie Bashrian  Bibi e il genero Zahid Masih sono nascosti in un luogo segreto.  Attaccati da una folla di islamici, perché avrebbero usato come  copertura per il bagno un pannello con versi del Corano. Attivisti del  Claas smentiscono la versione dei  musulmani. Fonti locali parlano di  “rancori personali o inimicizie”. </em></p>
<p><a rel="lightbox" href="http://www.asianews.it/files/img/PAKISTAN_-_blasfemia_casa_distrutta.jpg"><img src="http://www.asianews.it/files/img/size2/PAKISTAN_-_blasfemia_casa_distrutta.jpg" border="0" alt="" align="left" /></a></p>
<div style="text-align: justify;">Lahore  (AsiaNews) – Una famiglia pakistana cristiana di Model Town, sobborgo  residenziale a Lahore, ha abbandonato la propria casa per sfuggire  all’assalto di una folla di musulmani locali. Yousaf Masih, la moglie  Bashrian Bibi e il genero Zahid Masih sono accusati di blasfemia per  aver utilizzato un pannello – sul quale vi sarebbero impressi versi del  Corano – per coprire il soffitto del bagno. Gli inquirenti hanno  disposto un mandato di cattura nei confronti dei cristiani e hanno  arrestato due loro parenti, per costringere i ricercati a costituirsi.</div>
<div style="text-align: justify;">A denunciare la vicenda è il <em>Pakistan Christian Post</em> (Pcp),  secondo cui alla base dell’accusa di blasfemia vi sarebbero “rancori  personali o inimicizie” verso Zahid Masih e le altre due persone  iscritte nel registro degli indagati. Il 5 luglio scorso una folla  composta da oltre 2mila musulmani ha tentato di bruciare l’abitazione  dei cristiani, fuggiti prima dell’arrivo della polizia. Da tre giorni  sono nascosti in un luogo segreto, nel timore di rappresaglie della  comunità islamica.</div>
<div style="text-align: justify;">Il <em>Centre for Legal Aid Assistance and Settlement</em> (Claas),  organizzazione a difesa delle vittime della blasfemia, ha avviato una  indagine parallela sull’incidente, consultandosi con le forze  dell’ordine e intervistando cristiani e musulmani della zona. Gli  attivisti di Claas riferiscono che la famiglia cristiana viveva da  quattro anni nella casa, senza nemmeno pagare l’affitto a causa delle  pessime condizioni in cui si trova.</div>
<div style="text-align: justify;">Il team di indagine guidato da Joseph Francis, direttore nazionale  di Claas, spiega che la scorsa settimana Lal Masih, cugino di Yousaf, ha  usato un pannello pubblicitario gettato fra i rifiuti, per coprire la  parte superiore del bagno. I musulmani locali affermano che sul pannello  vi sarebbero impressi dei versi del Corano e hanno chiesto più volte a  Lal Masih di rimuovere l’oggetto incriminato. Il 4 luglio vi sarebbe  stata anche una lite fra Lal e Mohammad Imran, un vicino di casa  musulmano.</div>
<div style="text-align: justify;">Il giorno successivo un gruppo di musulmani si è presentato di  nuovo davanti all’abitazione dei Masih, decisi a ottenere la rimozione  del pannello. In quel momento non vi era nessuno in casa, quindi i  dimostranti si sono rivolti a Zahid Masih, genero di Yousaf. L’ennesimo  rifiuto opposto dai cristiani ha scatenato la violenta reazione dei  musulmani, che hanno bruciato gomme, bloccato le vie circostanti e  chiamato la polizia per arrestare i tre cristiani in base alla legge  sulla blasfemia.</div>
<div style="text-align: justify;">Gli attivisti di Claas aggiugono che “alle 6 di sera del 5 luglio  Yousaf Masih, Bashrian Bibi e Zahid Masih sono fuggiti e la polizia non  ha potuto arrestarli”. Per questo gli agenti hanno fermato Lal Masih e  James Masih, che rimarranno sotto la loro custodia “finché i parenti non  si costituiranno”. I cristiani dell’area non hanno voluto commentare la  vicenda, nel timore di ritorsioni o nuovi attacchi. Il Claas precisa  però che dopo aver visto il pannello incriminato, mostrato loro da un  musulmano locale, “non sono emerse parole o frasi riconducibili a  versetti del Corano”.</div>
<div style="text-align: justify;">Il <em>Pakistan Christian Post</em> conclude sottolineando un  particolare significativo: la famiglia Masih è molto povera e  analfabeta, quindi non poteva sapere quali fossero le scritte impresse  sul pannello. Per questo i musulmani della zona hanno sfruttato la loro  ignoranza per incriminare Zahid Masih e i due parenti, verso i quali  nutrono “rancori personali o inimicizie”.</div>
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		<title>La Chiesa in Indonesia: “il governo deve fermare gli islamisti”</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 06:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Fronte islamico di difesa lancia una campagna contro la cristianizzazione</p> <p style="text-align: justify;"></p> <p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 8 luglio 2010 (ZENIT.org) .- La Chiesa in Indonesia ha chiesto al governo  di fermare i gruppi radicali islamici e di “difendere con chiarezza una cultura del rispetto della dignità umana, dei diritti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il Fronte islamico di difesa lancia una campagna contro la  cristianizzazione</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--></p>
<p style="text-align: justify;">ROMA, giovedì, 8 luglio 2010 (ZENIT.org) .- La Chiesa in  Indonesia ha chiesto al governo  di fermare i gruppi radicali islamici e  di “difendere con chiarezza una cultura del rispetto della dignità  umana, dei diritti e delle libertà fondamentali, tutelate dalla  Costituzione indonesiana”.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217;  quanto ha dichiarato in un  colloquio con l’agenzia Fides padre Benny Suseyto, Segretario esecutivo  della Commissione per l’ecumenismo e gli affari interreligiosi, in seno  alla Conferenza episcopale dell’Indonesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Di recente,  infatti, i radicali del Fpi (“Front Pembela Islam”, Fronte islamico di  difesa) hanno creato speciali “corpi di guardia” per segnalare e fermare  le supposte “conversioni di massa” organizzate dai cristiani. Nella  città di Bekasi, cittadina a 30 km da Giacarta, circolano gruppi di  militanti vestiti in uniformi delle arti marziali, guardati con  preoccupazione dai cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Già nel periodo 2009-2010  nell’area di Bekasi si sono registrati almeno sei episodi di attacchi a  chiese o istituti cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni sorsi, si era tenuto  sempre a Bekasi un congresso di oltre 200 leader di gruppi islamici  radicali, fra i quali l’Fpi, il “Bekasi Movement Against Apostates” e  l’“Islamic Ummah Forum”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il congresso era incentrato  “sull’allarmante fenomeno della cristianizzazione, che accade non solo a  Bekasi ma in tutta l’Indonesia” ha detto Habib Rizieq, leader del Fpi  nel suo discorso, secondo quanto riportato da Fides.</p>
<p style="text-align: justify;">In una  dichiarazione composta da 32 raccomandazioni, il congresso ha chiesto  con forza agli amministratori della città di “governare seguendo i  principi dell’islam e della sharia”. I gruppi presenti hanno dato vita a  una nuova formazione denominata “Bekasi Islamic Presidium”, che ha già  lanciato un appello a tutte le moschee delle città, per “contrastare la  cristianizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per il momento, ha precisato tuttavia padre  Benny Suseyto, “non abbiamo notizie di pericoli imminenti o violenze sui  cristiani. I gruppi islamisti di Bekasi hanno lanciato per ora un  avvertimento”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il sacerdote, alle radici della  questione, di cui spesso fanno le spese anche i cattolici, “vi sono  tensioni con alcuni gruppi di predicatori cristiani, spesso non  identificabili con nessuna Chiesa, che creano problemi con il loro  proselitismo esasperato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sull’operato e la libertà dei radicali  del Fpi, il Segretario ha notato che “esiste un problema interno alla  polizia, dove ci sono esponenti che appoggiano il Fpi. Inoltre non  mancano le protezioni politiche”.</p>
<p style="text-align: justify;">La Commissione nazionale per  i diritti umani – organismo statale – ha detto pubblicamente che in  alcuni recenti incidenti in cui è stato coinvolto il Fpi (i facinorosi  hanno bloccato un meeting fra parlamentari) la polizia è stata  “negligente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Governo debole, spazio ai gruppi islamici  radicali</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Padre Emmanuel Harjito, sacerdote della diocesi di  Giacarta e Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Indonesia, ha  detto a Fides che i radicali del Fpi “stanno approfittando della  debolezza del governo centrale, scosso da scandali di corruzione e  malgoverno, che toccano i vertici politici, finanziari, militari”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il governo stesso li teme e si fa condizionare: i radicali  contano anche su appoggi nel mondo politico”, ha aggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Padre  Ignazio Ismartono sj, responsabile del “Centro di crisi” della  Conferenza Episcopale, ha spiegato ancora all’<em>Agenzia Fides che </em>“la  linea della Chiesa è questa: non reagire da soli alle provocazioni dei  radicali, ma cercare sempre la comunione ecumenica e la piena armonia e  collaborazione di altri leder religiosi, a partire dai musulmani”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Inoltre cerchiamo di agire sempre in cooperazione con tutti gli  altri organismi della società civile, con le organizzazioni per la  tutela dei diritti umani e con i partiti politici che difendono la  democrazia”, ha continuato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il volto moderato dell&#8217;islam in  Indonesia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo padre Benny Suseyto, “il Fpi è un gruppo  minoritario, che tenta di alimentare la tensione e l’odio  interreligioso, manipolando la popolazione. Il vero islam indonesiano è  quello moderato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Valeria Martano, responsabile della Comunità  di Sant’Egigio per l’Indonesia, raggiunta dall’agenzia Fides a  Giacarta, ha detto a sua volta che “gruppi estremisti come il Fpi sono  pochi ma rumorosi. A volte trovano terreno fertile nelle fasce povere ed  emarginate della popolazione. Infatti nell’Indonesia odierna, dietro  una forte crescita economica (+ 5,7% del Pil nel primo quadrimestre  2010) si cela un aumento del divario fra ricchi e poveri, foriero di  tensioni sociali, nelle quali a volte può rientrare anche il fattore  dell’identità etnica o religiosa”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Le grandi organizzazioni  musulmane come ‘Nadhlatul Ulama’ (60 milioni di aderenti) e  ‘Muhammadiyah’ (40 milioni) hanno sempre mostrato un volto dialogante e  pacifico – ha spiegato poi padre Benny Suseyto –. Con loro difendiamo  l’idea di una nazione ispirata ai cinque principi del Pancasila e al  rispetto reciproco fra tutte le comunità religiose”<strong>. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">E  infatti i maggiori gruppi musulmani dell’Indonesia hanno subito  sconfessato le richieste del congresso di Bekasi, ribadendo il valore di  uno Stato laico. Inoltre, una coalizione formata da membri di diversi  partiti presenti nella Camera dei Rappresentanti ha chiesto  ufficialmente al Presidente  Susilo Bambang Yudhoyono di fermare  l’azione del Fpi e di dichiararlo “organizzazione illegale”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Se  chiedessimo la sharia a Bekasi, in altre province altre comunità  religiose potrebbero fare lo stesso, chiedendo politiche ispirate ai  principi delle fedi”, ha detto Iqbal Sulam, Segretario Generale della  “Nahdlatul Ulama”. “L’islam è una benedizione per l’intero universo ed è  un dovere per tutti i musulmani rispettare i credenti di altre fedi”,  ha aggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">Mons. Johannes Pujasumarta, Segretario generale  della Conferenza Episcopale, interpellato dall’Agenzia Fides, ha  dichiarato: “Con i leader musulmani e di altre religioni abbiamo di  recente ribadito la volontà di lavorare insieme per costruire una  società basata sull’armonia e sulla pace, chiedendo al governo di  adoperarsi per questo stesso scopo, che preserva il bene comune.  Intendiamo continuare su questa strada, senza rispondere alle  provocazioni e senza alimentare tensioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa volontà è  emersa con maggior forza dai nuovi vertici di “Nahdlatul Ulama” e  “Muhammadiyah”. La Muhammadiyah – che gestisce scuole, università e  attività sociali – ha concluso giorni fa il suo 46° Congresso,  festeggiando anche il centenario della sua nascita (1912). Al vertice  dell’organizzazione è stato rieletto, per un secondo mandato  quinquennale, Din Syamsuddin, leader che ha confermato, a livello  nazionale e internazionale, una chiara volontà, orientata alla  moderazione e al dialogo con altre comunità religiose, con la società,  con il mondo politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel marzo 2010 è stata invece la Nu a  scegliere come nuovo presidente Sais Agil Siradj, che ha subito  dichiarato di voler seguire la linea tracciata dall’ex leader Nu ed ex  presidente indonesiano Abdurrahman Wahid, l’amato “Gus Dur”. La Nu,  fondata nel 1926, è espressione di un islam tradizionale, radicato  soprattutto nelle zone rurali, ed è un’organizzazione storicamente  sempre aperta e tollerante verso le altre minoranze religiose.</p>
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		<title>India: mozzata la mano a un professore cattolico accusato di blasfemia</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 06:46:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Baltazzar</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa sofferente]]></category>
		<category><![CDATA[Islam]]></category>
		<category><![CDATA[Libertà religiosa]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, mercoledì, 7 luglio 2010 (ZENIT.org).- Un gruppo di sconosciuti ha tagliato la mano e parte del braccio destro di un professore universitario indiano cattolico accusato di aver diffamato Maometto in un questionario per gli esami.</p> <p style="text-align: justify;">L&#8217;attacco è avvenuto il 4 luglio a  Muvattupuzha, nel distretto di Ernakulam, nello Stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">ROMA, mercoledì, 7 luglio 2010 (ZENIT.org).- Un gruppo di sconosciuti  ha tagliato la mano e parte del braccio destro di un professore  universitario indiano cattolico accusato di aver diffamato Maometto in  un questionario per gli esami.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;attacco è avvenuto il 4 luglio a   Muvattupuzha, nel distretto di Ernakulam, nello Stato indiano del  Kerala, ricorda l&#8217;agenzia <a href="http://www.asianews.it/" target="_blank">AsiaNews</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il professor TJ Joseph, secondo  la ricostruzione della polizia, stava tornando con la famiglia dal  servizio domenicale quando è stato fermato vicino casa da un gruppo di  persone su un camioncino.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver costretto Joseph a uscire  dall’auto, gli assalitori lo hanno attaccato con coltelli e spade,  recidendogli poi la mano e parte del braccio destro e gettandoli a circa  200 metri di distanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il docente ha subito anche altre  profonde ferite sul corpo e necessita di diverse chirurgie plastiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Joseph, keralese, che insegna al Newman’s College di Thodupuzha, è  libero su cauzione. Lo scorso marzo aveva preparato un questionario per  gli esami in un collegio privato e secondo i musulmani aveva inserito  delle domande offensive verso Maometto.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo le proteste di  alcuni gruppi islamici è stato sospeso dalla scuola. In seguito, ha  chiesto scusa pubblicamente per il suo “errore non intenzionale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Ministro dell’Educazione, M.A. Baby, ha condannato l’accaduto,  esprimendo il suo dispiacere perché alcuni hanno trasformato il  questionario degli esami in un problema di scontro interreligioso.</p>
<p style="text-align: justify;">Sajan  K. George, presidente del<em> Global Council of India Christians </em>(Gcoi),  ha condannato “l’atto barbaro” e ha chiesto che “gli assalitori vengano  portati davanti alla giustizia presto”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Spero non avvenga –  come di solito – che la denuncia scompaia negli archivi della polizia, a  causa di minacce dei militanti islamici del Kerala”, ha confessato.</p>
<p style="text-align: justify;">“La legge islamica non è la legge del nostro Paese!”, ha aggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">A  suo avviso, nello Stato del Kerala si assiste a una crescita  dell&#8217;estremismo islamico. “Il progetto di questi militanti islamici è  provocare pacifiche comunità cristiane e provocare una guerra civile –  ha dichiarato –. Il rapido incremento della popolazione musulmana e la  loro influenza nelle elezioni fa crescere problemi di sicurezza per i  cristiani in tutto il Paese”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attentato è stato condannato  anche da molte organizzazioni musulmane, come la <em>Indian Union Muslim  League</em> (Iuml), il cui capo supremo, Panakad Hyderali Shiyab Thangal,  ha chiesto che i colpevoli vengano perseguiti con durezza e riferendosi  al questionario composto da Joseph ha detto che “un errore non può  essere corretto con un altro errore”.</p>
<p style="text-align: justify;">Le autorità del Newman’s  College hanno dichiarato ad AsiaNews che nella domanda il professor  Joseph non intendeva assolutamente offendere la religione musulmana, ma  chiedeva solo di precisare la punteggiatura di un racconto sulla storia  di un venditore di pesce di nome Muhammad che, nonostante lavori molto,  diviene sempre più povero. Disperato, prega Dio e domanda a suo fratello  il perché della sua situazione. Il fratello risponde a Muhammad:  “Perché tu continui a chiamare Dio, Dio, Dio…”.</p>
<p style="text-align: justify;">La sorella  maggiore del professor Joseph, suor Mary Stella Thenganakunnel, ha  definito il fratello “un martire del dialogo islamo-cristiano, nel  Kerala e in tutto il mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Perdoniamo tutti – ha detto a nome  della sua famiglia – e non nutriamo né sentimenti di rancore, né di  risentimento. Desideriamo solo che le sofferenze di mio fratello possano  portare frutti per l’apertura di canali di dialogo fra Cristianesimo e  Islam”.</p>
<p style="text-align: justify;">La religiosa, appartenente alla congregazione delle  Suore di San Giuseppe di Cluny, ha anche sottolineato “il grandissimo  sostegno, tra cui donazioni di sangue, della gente musulmana a poche ore  dall’attacco” al docente.</p>
<p style="text-align: justify;">“Mio fratello ha solo parlato di  perdono, di perdono, di perdono”, ha aggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">La suora ha  infine espresso il suo ringraziamento “al nostro amato Santo Padre  Benedetto XVI e alla Chiesa cattolica per le sue iniziative verso il  mondo musulmano; iniziative all’insegna del dialogo serio e della  comprensione reciproca con i fratelli e le sorelle musulmani”.</p>
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